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Jazz Recensioni MICHEL POLGA MEETS FABRIZIO BOSSO - Live At Panic Jazz Club
 

MICHEL POLGA MEETS FABRIZIO BOSSO - Live At Panic Jazz Club MICHEL POLGA MEETS FABRIZIO BOSSO -  Live At Panic Jazz Club Hot

MICHEL POLGA MEETS FABRIZIO BOSSO -  Live At Panic Jazz Club

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Live At Panic Jazz Club
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Chi scrive queste note ha sempre trovato detestabili due categorie di musicisti che con qualche frequenza (sospetta) si trovano nel jazz. In primis i fanciulli prodigio, quelli che a tredici anni vengono acclamati come "il nuovo Bird" , "il nuovo Bill Evans", e via "innovando". Sinistro effetto, come ben mise in luce Maurizio Franco qualche anno fa, di una ideologia del jazz ri-costruito a posteriori e imposto come "prodigi del solismo accompagnato", che è l'esatto contrario della verità, ovvero del fatto che nel jazz il grumo di senso, di verità del far musica, al di là delle ovvie competenze tecniche personali, è il risultato di una complessiva "macchina biologica" del ritmo, dell'interazione, dell'ascolto reciproco. La seconda categoria detestabile è quella dei "primi della classe". Parzialmente coincidente con quella dei fanciulli prodigio. I primi della classe hanno un'aria molto cool, ti sparano sulla faccia con un sorrisetto micidiali mitragliate di semibiscrome come se fossero robetta alla portata di tutti. Hanno un mostruoso bagaglio tecnico, in genere non sanno nulla del mondo, e quel poco che sanno, rubato allo studio ossessivo dello strumento, è originale come un piatto di pomodori e mozzarella. Però presentato come verità sapienziale. Sono gli equivalenti in jazz di gente come, in letteratura, Coelho o Baricco, tipi che hanno fatto dell'umiltà viltà. Fabrizio Bosso appartiene a questa categoria. E' probabilmente il trombettista più tecnico che ci sia in Italia, è perfettamente consapevole (vedi intervista in "Una preghiera tra due bicchieri di gin / il jazz italiano si racconta") del suo valore, e dei trucchi che può usare a comando per lasciare il pubblico con la mandibola pendula. Studiasse cent'anni, il settantenne Enrico Rava riuscirebbe forse a far due frasi alla Bosso. Invece si deve accontentare di suonare le sue frasi imperfette e poetiche. Il problema, almeno sino ad oggi, è che tecnica mostruosa e suono perfetto non solo non vogliono dire buona musica di default, ma nel caso del jazz le due categorie hanno fatto danni tristissimi: provate a pensare all'atroce, inascoltabile fusion tecnica anni Ottanta. Cotanta premessa per andare poi da tutt'altra parte, e tessere invece le lodi del Bosso, pensa un po'. Perché poi succede che una sera qualsiasi in un club, da ospite, di quelle che dovrebbero svanire nel nulla, viene registrata. Ed al riascolto succede che il sassofonista titolare, Michele Polga, scopre di aver suonato con eruttiva forza e grazia coltraniana, che il set ha oscillato, appunto, tra Coltrane (Clouds Over Me) e lo spiritato Art Blakey quando aveva voglia di osare e picchiare duro. E l'algido Fabrizio Bosso, per una volta almeno, in parte, s'è lasciato andare. Suonando come non mai prima: con il cuore, oltre che con il cervello, le mani e la bocca perfetti da Cyborg. (Guido Festinese)

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