| 01 Marzo 2011
Praticamente tutte le attività commerciali si trovano a dover fare i conti con il problema del taccheggio. Le storie raccontate nelle due puntate precedenti di questa rubrica spiegano come anche Disco Club non ne sia stato esente, pur se con carattere decisamente peculiari, ovvero la motivazione di molti rock-ladri, la passione per la musica piuttosto che il lucro, e il loro successivo pentimento. Da questo punto di vista i ladri di Discoclub non sono dunque diversi dai frequentatori onesti (che peraltro provano spesso l’irresistibile desiderio di acquistare certi cd ordinati da altri), salvo il fatto che i primi non pagano e i secondi sì. All’interno di questo mondo di passione sonica, va menzionata una figura davvero peculiare che si colloca all’estremo commerciale opposto rispetto al ladro. Quella che stiamo per raccontare è infatti la storia, buffa e al tempo stesso triste, dell’anti-furto, inteso non nel senso di apparecchiatura ma di furto alla rovescia. La parola, come al solito, a Giancarlo Balduzzi.
Negli anni ‘80 i primi due dischi dei Pink Floyd
si trovavano in Italia solo nella versione in doppio vinile intitolata A Nice Pair. Per quanto fossero disponibili solo d’importazione, io cercavo di avere sempre in negozio anche le stampe originali separate. Walter era, almeno da noi, un fan accanito dei ‘Pink’ (dico almeno da noi perché, ad esempio, da Liguria Dischi comprava solo i Seppelin – come diceva lui). In realtà il termine ‘accanito’ è riduttivo. Non appena vedeva negli scaffali The Piper At The Gates Of Dawn o A Saucerful Of Secrets, Walter non resisteva e li comprava. Avevo tenuto il conto è ormai eravamo arrivati a 37 copie del primo e 36 del secondo. Un giorno Walter si avvicina ancora alla cassa con A Saucerful e questa volta sbotto:
-Walter, ce l'hai già.
-No, no, questo mi manca.
-Te l'ho venduto l'altro giorno io!
A questo punto, come un bambino colto a rubare i cioccolatini, a testa bassa confessa:
-E' vero, ce l'ho già.
Non gli chiedo quante copie ha a casa e un po' mi dispiace che la sua raccolta rimanga monca (37 a 36), ma mi sembra di rubargli i soldi a vendergli sempre gli stessi due lp.
La storia però non è ancora finita. Un giorno Walter entra e va filato, come al solito, alla casella dei Pink Floyd. Dopo un po' mi rendo conto che sta armeggiando in maniera strana con i dischi. Lo guardo e lui va in crisi, prende la sua busta verde e scappa dal negozio. Se anche Walter mi ha rubato un disco è veramente la fine del mondo. Mi avvicino timoroso alla fatidica casella. Ecco la sorpresa: tra i dischi trovo una copia di Ummagumma che poco prima non c'era. Non ci metto molto ad accorgermi che è usata. Walter ha voluto completare la discografia dei Pink col disco mancante!
Quando si è ripresentato in negozio, gli ho chiesto se si fosse dimenticato un disco sugli scaffali (ovviamente quell’Ummagumma lo avevo messo da parte subito). "No, non è mio," risponde subito, ma il giorno dopo mi telefona chiedendo se avessi trovato un suo lp in negozio. Non l'ho espulso. Walter non si può espellere, anche se adesso è passato a comprare all'infinito sempre gli stessi dischi (lp o cd) degli Scorpions.
Ancora qualche considerazione:
1. Lo zenith (si fa per dire) Walter, che compra solo gli stessi dischi, e il suo apparente nadir, lo Strinato (il ladro di lp e cd di sole artiste donne – v. la puntata a lui dedicata ) hanno in comune un desiderio di possesso portato alle estreme conseguenze. Messe in parallelo, le loro vicende illustrano che Disco Club è un microcosmo perfetto dove alla fine tutto si equilibra e ogni azione estrema viene compensata da una uguale e contraria. Una dimostrazione, se ancora ce ne fosse bisogno, che una dittatura illuminata come quella del nostro amato leader Balduzzi è il miglior regime possibile.
2. Walter porta alle estreme conseguenze un abito mentale che è proprio di molti compratori di dischi: lo stesso titolo viene comprato in vinile, poi in cd, poi in cd delac, poi all’interno di un cofanetto con bel libretto accluso e così via. Volendo fare i seri potremmo dire che ogni ristampa rende eterno e mantiene giovane quel certo disco che tanto ci piace. E noi, rispecchiandoci in esso, sentiamo di non invecchiare. Fine del guizzo in stile Alberoni-Crepet di cui l’autore umilmente si scusa.
3. Parlando di furti (chissà perché i due nomi appena citati riportano subito alla mente il concetto di maltolto), occorre dire che dal punto di vista di un negozio di dischi i ‘veri’ ladri non sono certo lo Strinato o Punketto. Un piccolo e forse pedante excursus storico si impone. Il vinile copiato su cassetta, per quanto vituperato dalle case discografiche (ricordate “HOMETAPING IS KILLING MUSIC”?), implicava comunque un passaggio da un supporto fonografico nobile a un altro più scadente. Nel caso del cd copiato, il tipo do supporto e la qualità del suono rimangono invariati e cambia solo il contorno visivo e tattile (da cui le edizioni ‘delac’ che così di frequente citiamo). Ma ormai anche questa fase è stata superata: arte eterea per eccellenza perché fatta di suono, la musica riprodotta sembra ritornata quasi del tutto alla sua intangibilità originaria, stavolta sotto forma di download. Se è vero che un pezzo può essere ascoltato quante volte si vuole (con conseguente appropriazione emotiva), un file scaricato è ben diverso da un vinile e da un cd. Il modo attualmente dominante di produrre e diffondere la musica non l’ha uccisa tout-court ma ha sicuramente reso di nicchia il concetto di supporto fonografico e, da un certo punto di vista (che è poi il punto di vista Disco Club), ha RUBATO all’ascolto una componente che un tempo era considerata essenziale (quasi sacrale nel caso di certi vinili) e che lo rendeva importante, personale, formativo, generazionale e tanti altri aggettivi che sanno di tempi passati. A meno che il disco ‘reale’ non ritorni a un tratto oggetto di tendenza e il nostro Carlo A non si ritrovi a spiegare ai giovani radunati intorno a lui le meraviglie della nuova ristampa di Elvis Is Back!. (Antonio Vivaldi)
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