Radio Disco Club 65

Mini Mono di Antonio Vivaldi

Un saluto da Antonio Vivaldi. Per par condicio sonica fra le due sponde dell'Atlantico anglofono, questa seconda puntata di Mini Mono parlerà, dopo quello britannico, del folk-rock statunitense.
Come nel caso dei famosi e fumosi locali di Soho che fecero da culla al folk inglese, anche il nuovo folk americano di inizio anni '60 ebbe carbonaro centro d'aggregazione nei bassifondi della scintillante Manhattan newyorkese ed in particolare lungo due strade, Bleecker Street e e MacDougal Street. Ciò detto,ecco che come sigla scegliamo un pezzo dedicato alla prima delle due celebri vie. Questi sono Paul Simon & Art Garfunkel appena prima del successo commerciale di cui si parlerà più avanti.

SIMON & GARFUNKEL – BLEECKER STREET

THE BYRDS – MR. TAMBOURINE MAN
Il pezzo di Simon & Garfunkel appena ascoltato racconta di un folk ancora senza rock, tuttavia pronto ad essere contaminato. Ma come andò che i due mondi si annusarono e si piacquero? Mettiamola in termini semplici. Verso il '64 il maestro della gioventù pensante americana è Bob Dylan, ancora folk. Poi arrivano le tournée dei Beatles che diventano l'altra sorgente di luce, forse più frivola rispetto a quella dylaniana, ma ricchissima di energia. Cinque giovanotti californiani prendono chitarre che fanno jingle-jangle, caschetti dei Beatles e intellettualità di Dylan e li mischiano. Forse senza accorgersene inventano un genere, il folk-rock, appunto.

SIMON & GARFUNKEL – THE SOUND OF SILENCE (1965)
Nel 1965, fra l'estate e l'autunno di quell'anno, il folk-rock diventa una moda, un fenomeno di successo grazie a tre brani che ascolteremo in sequenza. Tutti e tre hanno storie curiose, anzi ognuno di essi avrebbe potuto avere una storia ben diversa. Paul Simon scrive The Sound Of Silence a fine 1963 forse come disillusa reazione all'assassinio di John Kennedy, più probabilmente come fotografia dell'incomunicabilità contemporanea. Dunque un'idea nuova per l'epoca e più adatta alla saggistica o alla letteratura che non alla canzone. Il brano esce sul lavoro d'esordio di Simon & Garfunkel, Wednesday Morining, 3AM (ottobre 1964) di cui pochi si accorgono. Poi Simon va a Londra dove frequenta locali e musicisti folk della città. Nel settembre 1965 fa una scoperta: il 45 giri di The Sound Of Silence è in classifica negli Stati Uniti! A insaputa del suo autore il produttore Tom Wilson aveva aggiunto basso, batteria e chitarra elettrica e pubblicato il pezzo nella nuova versione. Il momento che cambia tutto nella carriera di S&G e nella vicenda non solo del folk-rock ma di tutta la musica popolare si ascolta a 00.38.

THE MAMAS AND THE PAPAS – CALIFORNIA DREAMIN' (1965)
Da New York ci si sposta a Los Angeles grazie a un gruppo e a una canzone. The Mamas And The Papas nascono in chiave folk, quattro voci e la chitarra di John Phillips. Per qualche tempo Phillips era vissuto a New York dove aveva frequentato il circuito folk cittadino. Qui, in una ventosa giornata invernale, aveva espresso in forma melodica il suo desiderio di trovarsi sotto il sole di Los Angeles. Questa la conosciuta genesi di California Dreamin', capolavoro imperituro del folk-rock con vaghi profumi psichedelici (il flauto). Pochi però sanno che i quattro Mamma e Papà avevano registrato il pezzo per il folk singer Barry McGuire (di cui si dirà fra poco). Il produttore Lou Adler ascolta la registrazione, decide di cancellare la voce di McGuire e di far uscire il singolo a nome The Mamas And The Papas e il resto è storia.

BARRY McGUIRE – EVE OF DESTRUCTION (1965)
Quasi più famigerata che famosa, The Eve Of Destruction è il primo e unico successo di quel Barry McGuire di cui si è appena parlatto.P.F. Sloan era un autore di canzoni pop come molti folgorato da Bob Dylan. Eve Of Destruction è una vivida e forse un po' furba descrizione di un mondo sull'orlo della catastrofe nucleare che Sloan offre, improbabilmente, ai gentili Turtles i quali rifiutano sostenendo di essere giovanotti borghesi e poco protestatari. A questo punto entra in scena Barry McGuire, più adatto al soggetto con la sua armonica e la sua voce rasposa e il pezzo diventa immediatamente interessante e controverso. Vende molto, ma viene attaccato da destra come inno comunista e da sinistra come furba operazione commerciale rivolta al mercato dei giovani contestatori. A differenza di The Sound Of Silence e di California Dreamin', diventate degli evergreens, oggi è quasi dimenticata, proprio come Barry McGuire.

 PHIL OCHS – I AIN'T MARCHIN' ANYMORE (1965)
Il noto critico Richie Unterberger sostiene che la musica giovanile è diventata qualcosa di 'importante' e credibile proprio grazie al folk-rock e all'idea di musica con liriche intelligenti e attente alle cose del mondo. Ecco una perfetta applicazione di questa tesi sotto forma di una delle più celebri e anche coinvolgenti canzoni antimilitariste dei Sixties. Questa è la versione elettrica di Ain't Marchin' Anymore uscita come singolo. Ochs è accompagnato dai Blues Project.

RICHARD & MIMI FARIÑA – RENO NEVADA (1965)
Figura dai contorni misteriosi, eccellente mitografo di se stesso, volto da attore, ottimo talento sia come scrittore che come musicista. Come Bob Dylan(a cui viene talora accostato), anche Richard Fariña ebbe un incidente motociclistico, ma il suo – nel 1966 all'età di 29 anni - fu mortale. Reno Nevada è tratta dal suo primo album insieme alla moglie Mimi (sorella di Joan Baez) ed è stata ripresa dai primi Fairport Convention e da Ian Matthews.

BOB DYLAN & THE BAND – LIKE A ROLLING STONE (versione live 1966)
"Folk+rock +protest = An erupting new sound" scrive la rivista Billboard e in effetti nel 1966 il folk-rock è al centro dell'interesse mediatico. E cosa fa Il più vulcanico di tutti i folk-rockers, Bob Dylan? Nel 1965 al Festival di Newport Zimmy non usa il rock per amalgamarlo al folk, bensì per asfaltarlo elettricamente. Il pubblico non gradisce e il mite Pete Seeger vuole tagliargli il cavo dell'alimentazione con un'ascia. Dylan non si fa intimorire e l'anno dopo sfida anche le platee inglesi insieme alla Band. Questa è una celebre versione londinese di Like A Rolling Stone, preceduta dal celeberrimo urlo di un folkie che si sente tradito dal Bardo: "Judas". A cui un sardonico Dylan replica: "I don't believe you. You're a liar". Dopodiché invita la Band a darci dentro: "Play fuckin' loud"

 BUFFALO SPRINGFIELD – GO AND SAY GOODBYE (1966)
I 'rivali' dei Byrds erano i Buffalo Springfield di Stephen Stills, Neil Young e Richie Furay. Più mercuriali dei Byrds durano molto meno, neppure tre anni. Lo stile tonico di Stills si scontra con quello trasognato di Young senza che i due elementi riescano davvero a fondersi. Lasciano comunque un pugno di eccellenti canzoni, fra cui Go And Say Goodbye, anticipazione di un country-rock ancora da nascere.

JUDY COLLINS – SUZANNE (1966)
Oggi suona strano a dirsi, ma nei primi anni '60 un folksinger cantava solo canzoni tradizionali e si guardava bene dall'affrontare la canzone d'autore. A detta di Jac Holzman, padre-padrone dell'Elektra Records (etichetta fondamentale per il nostro discorso), è Judy Collins a cambiare questo stato di cose, pare su istigazione dello stesso Holzman. Nel suo album del 1966, In My Life, Collins non solo inventa il baroque-folk (gli arrangiamenti orchestrali di Joshua Rifkin), ma sfoggia brani di Jacques Brel e di un canadese di nome Leonard Cohen che al momento pensa ancora di fare lo scrittore/poeta piuttosto che il cantante. Questa è la prima versione mai pubblicata di Suzanne.


TIM HARDIN – IF I WERE A CARPENTER (1967)
Nativo dell'Oregon, appassionato di blues, Tim Hardin è uno dei molti giovani musicisti che va al Greenwich Village a scambiare idee e canzoni con i suoi coetanei. Non ha un carattere facile, soffre di paura del palco e diventa presto dipendente dell'eroina. In un periodo fra il 1964 e il 1967, dopo aver pian piano abbandonato il blues, scrive una sequenze di magnifiche canzoni dove il folk è innervato da rock e jazz. Poi l'ispirazione lo abbandonerà mentre l'eroina gli resterà, purtroppo, fedele compagna. If I Were A Carpenter è il suo pezzo più noto e 'coverato'.

TIM BUCKLEY – PHANTASMAGORIA IN TWO (1967)
Giunto il 1967, il folk-rock inizia a perdere vitalità commerciale, ma la sua idea di fusion resta valida e produce una serie di affascinanti variazioni sul tema. Uno dei suoi interpreti più visionari è Tim Buckley, dall'estensione mentale ampia quasi quanto quella vocale. Goodbye & Hello è il suo secondo disco, inciso prima che Tim inizi a esplorare spazi sonori più strani e remoti.

LOVE – A HOUSE IS NOT A MOTEL (1967)
Con il loro stile di vita pericoloso e la loro militanza psichedelica, i californiani Love sembrano occupare un ambito 'estremo' all'interno del folk-rock. Lo dimostrano le suadenti chitarre che d'improvviso si fanno prendere dal nervosismo di questo brano tratto dal loro capolavoro Forever Changes. Come Tim Buckley e Judy Collins, anche i Love furono un prodotto dell'etichetta Elektra, il cui marchio può essere davvero associato al folk-rock.

KALEIDOSCOPE – OH DEATH (1967)
Nel caso degli elusivi ed eclettici Kaleidoscope il termine folk si colora di suggestioni geograficamente vaste, dal Medio Oriente ai Monti Appalachi di questo cupo tradizionale tratto dal loro primo album, Side Trips

THE BAND – TEARS OF RAGE (1968)
Nel 1967 Bob Dylan ha un misterioso incidente motociclistico che lo spinge a ripensare la sua musica. Si chiude insieme alla Band in un grossa casa rosa (Big Pink) e con loro inizia a scrivere canzoni che per struttura e atmosfera rivoluzionano la storia della musica. In un'epoca rivoluzionaria i nostri si calano in un passato mitico e quasi trasfigurato. Sembra una scelta solo difensiva, quasi polemica, invece influenzerà decine di musicisti a venire. Nello stesso perido la Band incide anche il primo album a proprio nome, Music From Big Pin

COUNTRY JOE & THE FISH – FISH CHEER & I-FEEL-LIKE-I'M-FIXING-TO-DIE-RAG (versione live 1969)
Musica jug, folk, psichedelica rock e sfrontata attitudine anti-sistema . Ironico e corrosivo atto di accusa agli Stati Uniti impegnati nella guerra in Vietnam, questo è il loro pezzo più famoso nella sua versione più famosa, al Festival di Woodstock.

FLYING BURRITO BROTHERS – CHRISTINE'S TUNE (1969)
Ed eccolo qua il country-rock, forse il figlio più 'naturale' del folk-rock che avevamo citato a proposito dei Buffalo Springfield. Un genere musicale che all'inizio pare improbabile visto che fonde il retrivo country con il moderno rock, ma che acquista credibilità grazie a Gram Parsons. Parsons non è un country boy, proviene da una ricca famiglia della Florida degna di un romanzo gotico-sudista, ma quando decide di dedicarsi al suono associato a Nashville lo fa in forma originale, nostalgica ma anche ironica e visionaria (influenzerà persino i Rolling Stones). Dopo una breve ma decisiva militanza nei Byrds fonda i Flying Burrito Brothers in cui oltre a country e rock si percepiscono pure gospel e soul. Questo brano proviene dalla loro opera prima The Gilded Palace Of Sin. L'"angelo dolente" Grama Parsons morirà nel 1973 a nemmeno 27 anni.

CROSBY, STILLS & NASH – WOODEN SHIPS (1969)
Il supergruppo del folk-rock incide il suo primo, omonimo album nel 1969. Gli ingredienti del genere ci sono tutti con l'aggiunta di grandi armonie vocali. Ancora più grande è però l'ego di David Crosby, Stephen Stills e di lì a poco Neil Young (Nash invece è quello che cerca di mettere pace). Inevitabile che il supergruppo imploda in breve tempo. In questo brano visionario che parla di fuga da una catastrofe atomica i nostri suonano comunque ancora freschi e ben assemblati.

 GRATEFUL DEAD – CASEY JONES (1970)
I turbo-psichedelici Grateful Dead diventano quasi rurali all'alba del nuovo decennio, in sintonia con l'arretramento dei sogni di cambiamento del mondo. Anche se questa storia di un macchinista ferroviere (ispirato al personaggio di una ballata folk) in servizio sotto l'effetto dell'anfetamina richiama le classiche passione di Jerry Garcia e compagni. Dall'album Workingman's Dead.

JAMES TAYLOR – SWEET BABY JAMES (1970)
In apertura di anni '70 una parte del mondo giovanile alternativo decide una sorta di ritorno alla natura, all'interiorità e di conseguenza a suggestioni folk. Il maestro di questo nuovo trend è James Taylor, qui in uno dei suoi brani più 'campagnoli'. Da qui in avanti il folk-rock diventerà una delle tante forme espressiva della musica odierna con un'influenza che comunque si estende fino alla scena odierna, basti pensare a nomi come Fleet Foxes, Bonnie 'Prince' Billy o Hiss Golden Messenger. D'altra parte è musica che unisce terra e cielo...

JOAN BAEZ – DIAMONDS & RUST (1975)
Bob Dylan è la figura-chiave di questa storiella folk-rock e mi è parsa perciò una buona idea chiudere il programma con questo pezzo a lui dedicato da Joan Baez che lo ricorda all'apice del suo fulgore messianico. Un pezzo che è anche un tributo a un'epoca piena di idee e passioni. Un saluto a tutti da Antonio Vivaldi e da Radio Discoclub65.

That's Folk! di Fausto Meirana

Buona domenica da Fausto Meirana e That's Folk! Con la Fase 2 il palinsesto di Radio Discoclub65 cambierà e la trasmissione si sposterà alla sera alle 21.00. Il giorno sarà il mercoledì. Approfitto quindi dell'argomento e faccio partire una scaletta dedicata ai giorni della settimana. Una versione tardiva delle Bangles inaugura la selezione con Another Manic Monday.

Ancora un lunedì, il giorno più negletto della settimana, anche i musicisti sembrano d'accordo... I Don't Like Mondays è stato un grande successo per i Boomtown Rats di Bob Geldolf. La versione destrutturata che ascoltiamo è della cantautrice Tori Amos.

Non va molto meglio al martedì, le pizzerie sono chiuse e il lunedì è ancora lì con il suo peso. I Rolling Stones lo avevano però nobilitato con la loro incantevole Ruby Tuesday. Il bizzarro inglese di Franco Battiato non riesce comunque a diminuirne la bellezza e l'arrangiamento cameristico è notevole.

Restando sul martedì, troviamo una canzone di Cat Stevens, Tuesday's Dead, tratta da Tea For The Tillerman. Canzone ritmata e incalzante, specialmente in questa versione dal vivo, dal testo non troppo decifrabile nel suo riferimento al giorno della settimana.

Non è stato facile trovare una canzone con il mercoledì nel titolo. Per fortuna Simon&Garfunkel avevano inciso, nell'album omonimo, Wednesday Morning, 3 A.M. La confessione di una notte di trasgressione "una scena scritta male, dove devo recitare" . Anche il giorno centrale della settimana non porta buone notizie...

Durissimo anche reperire un titolo per il giovedì. Jim Croce, lo sfortunato cantautore italo-americano scomparso giovanissimo, ha inciso Thursday nel suo album I Got A Name. Per molti è tra le sue canzoni migliori, ma io credo che ne abbia davanti parecchie.

Mentre ci si avvicina al fine settimana la scelta di titoli si ampia; il venerdì è il giorno magico, si lavora, ma si assapora la festività in arrivo, con il meritato riposo e l'incontro di amori e amici. I Cure lo descrivono così "Non m'importa se il lunedì è triste e martedì e mercoledì sono grigi, al venerdì sono innamorato" Friday I'm In Love.

C'è un altro venerdì, quello degli Easybeats, un gruppo australiano degli anni sessanta. Nel testo di questa contagiosa canzone si legge " è lunedì ma ho già il venerdì in testa,mi divertirò, giù in città". Beh, il venerdì è fatto per questo, no? Ascoltiamo una versione di Richard Thompson di Friday On My Mind.

Finalmente si arriva al sabato e comprensibilmente le canzoni si moltiplicano: Elton John, Tom Waits, Nick Drake, Bee Gees ecc. Di seguito l grande Gene Clark ci canta Almost Saturday Night dal repertorio di John Fogerty. In una versione del periodo in duo con Carla Olson.

Avendo nominato Tom Waits nel post precedente, metterò ora una sua canzone, tratta dal primo periodo, quello più jazzato e tutto sommato tranquillizzante... La versione di The Heart of Saturday Night è cantata da Shawn Colvin.

Quando uno dei tuoi artisti preferiti sembra trovare posto in ogni scaletta... Non poteva quindi mancare John Martyn in questa trasmissione dedicata ai giorni della settimana: Suanday's Child, dall'album omonimo, celebra la domenica...

Sfondando il limite della mezzora chiudiamo con il vestito della festa; la traduzione di Sunday's Best è proprio quella: il vestito buono. Un ottimo vestito per quest'ultima emissione domenicale di That's Folk! In attesa di tempi migliori. Più tardi ci sarà Antonio con MIni Mono alle 16.00. UN saluto da Fausto Meirana e Radio Discoclub65. Ci si vede mercoledì alle 21

Heavy Metal Parking Lot di Dario Gaggero

Buonasera a tutti e benvenuti a quella che sarà probabilmente l'ULTIMA puntata di 'Heavy Metal Parking Lot'.
Delusi? Sollevati?
Purtroppo con l'arrivo della famigerata Fase Due anche il palinsesto dei Radio Discoclub subirà qualche variazione e pare che questa rubrica verrà (temporaneamente) sospesa.
Partiamo con un classicone a firma Rainbow - e voi fatevi sotto con le richieste!

Per la serie 'gruppi che copiano spudoratamente altri gruppi' stasera è il momento dei 77, dalla Spagna - dalla vaga rassomiglianza con gli AC/DC...

Prima richiesta della serata: è tornato a trovarci il Master Panzer in persona richiedendo 'A dying god coming into human flesh' dei Celtic Frost.
Potevamo non accontentarlo?

Passiamo a qualcosa di meno funereo: la title track dell'ultimo album 'mascherato' dei KISS - o quasi.

Dall'album capolavoro degli Slayer ho selezionato la sinistra 'Criminally Insane'...

Abbiamo una richiesta! La new entry Katia Pammolli ci ha chiesto 'Because the Night' dei Keel.
Eccola!

Torniamo a qualcosa di più malvagio: 'Evil' dei Mercyful Fate - dal capolavoro 'Melissa'!

Stasera mi sa che - richieste a parte - metterò solo classiconi. Beccatevi 'Don't fear the Reaper' dei Blue Oyster Cult!

Sotto con le richieste! Tocca a Emanuela Mortari con 'Angels Cry' degli Angra!

E' giunto il momento di uno strumentale che considero uno dei più grandi lasciti di Cliff Burton.
Da 'Master of Puppets' dei Metallica eccovi la suadente 'Orion'.

La prima volta che ho visto gli Iron Maiden (foto sui dischi a parte) è stato su Italia 1: dopo le 22 avevano trasmesso l'intero 'Live After Death'. Altri tempi...

Adesso vi metto 'Aces High', pezzo d'apertura dell'album 'Powerslave'...e di 'Live After Death'!

(ma qui siamo a 'Rock in Rio')

Cambiamo registro con la richiesta di Giuliano Tizza: 'Love Bomb Baby' dei Tigertailz!

Dedichiamo a Diego Curcio (segreto ammiratore di questa rubrica) la storica 'Black Metal' dei Venom.
Sappiamo che la apprezza...

Ultima richiesta della serata: e non poteva che essere il Panzer Dominator a farla.

Per lui, 'Aurorae' dei Triptycon:

Chiudiamo con un altro brano 'da quarantena' dei nostri amici S.O.D.

Chro
ma
tic!

Speriamo di vederci presto, magari in negozio.
Buonanotte

Dario.

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