Radio Disco Club 65

Blue Monday di Dario Gaggero

Buonasera a tout le monde!
Siete tornati a casa sani a salvi dal primo 'Liberi Tutti (o quasi)'?
Io, complici i POTENZIATISSIMI mezzi pubblici sono arrivato a casa solo pochi minuti fa.
Del resto non vedevo l'ora di essere con voi qui a 'Blue Monday' per la seconda parte del 'Little Richard Special'!
Usiamo come sigla un altro classico del periodo Specialty che avevamo trascurato lunedì scorso (sono troppi):

little1Ci eravamo lasciati sull'immagine (poco) rassicurante di un Little Richard ormai dedito alla carriera religiosa. Ma come forse avrete immaginato una conversione così radicale non poteva che avere vita breve: contattato alla fine del 1962 per un tour europeo da Don Arden (il famigerato 'Al Capone del Rock') già dalla seconda data il nostro cede alle lusinghe dello show business e torna repentinamente al suo vecchio repertorio - con grande successo.
In alcuni di questi show la sua strada si incrocia con quella di una band che farà decisamente parlare di sè: per alcune date inglesi e per una serie di spettacoli al famigerato Star Club di Amburgo si aggiungono come opening act i Beatles...

 Volendo mantenere il pubblico statunitense all'oscuro della sua 'scappatella' europea Richard firma un contratto sotto pseudonimo ('World Famous Upsetters') per l'etichetta 'Little Star' e incide di soppiatto alcuni brani. Questa 'doppia vita', come vedremo, durerà poco...

 In seguito ad un altro tour europeo (stavolta con i Rolling Stones in apertura!) e al conseguente successo di pubblico la Granada Television gli dedica addirittura uno special - 'It's Little Richard' filmato nel novembre del 1963 - che lo fotografa nel pieno della forma. Eccovi un'estratto dalla trasmissione in questione, che lo vede impegnato in un brano più comunemente associato
al 'rivale' Jerry Lee Lewis.

 Gettata alle ortiche la carriera gospel Richard torna brevemente alla Specialty prima di firmare con la Vee-Jay.
Oltre a cominciare la perenne riproposizione di vecchi successi in nuove registrazioni (pratica usuale e comprensibile ma fonte di notevole confusione e irritazione per l'ascoltatore 'moderno') i suoi anni con l'etichetta di Chicago ci regalano un album e una manciata di singoli il cui valore è quasi paragonabile ai classici che hanno lanciato la sua carriera.
Tratta dall'album 'Little Richard is Back!' (1964) eccovi 'Groovy Little Susy':

little2E' più o meno in questo periodo che un giovane Jimi Hendrix comincia a suonare la chitarra negli Upsetters di Little Richard. Anche se il rapporto lavorativo fra i due non è stato idilliaco (pare che Hendrix fosse un sidemen particolarmente svogliato e/o ribelle e Richard fosse un bandleader bizzoso e impossibile. Non fatico
a credere a nessuna delle due affermazioni)...

...ha consegnato ai posteri una serie di brani degni di nota (e non solo a livello archivistico). L'esempio più celebre è forse 'I don't know what you've got but it's got me' (1965), che vede anche la presenza di Billy Preston all'organo.

Purtroppo la British Invasion rese (momentaneamente?) obsoleto il rock'n'roll e i suoi protagonisti agli occhi di un pubblico pronto a seguire avidamente ogni mossa di Beatles e Rolling Stones e di qualsiasi band fosse (o sembrasse) inglese.
Con qualche sporadica eccezione i dischi incisi in questi anni non vendettero molto e Richard cominciò a cambiare etichetta discografica con frequenza rapida e regolare, alla ricerca di un 'rilancio' che purtroppo lo eluderà sempre.
Alla fine del 1965 si accasa con la Modern, ad esempio - un'esperienza abbastanza deludente dal punto di vista artistico e commerciale ma che ha lasciato ai posteri qualche gemma come il singolo 'Do you feel it', che vi metto ora.

Di etichetta in etichetta: il 1966 lo vede passare alla Okeh dove - grazie anche alla produzione di una vecchia conoscenza come Larry Williams - incide uno degli album più convincenti della sua carriera post Specialty.
Sto parlando di 'The Explosive Little Richard' che lo vede convertirsi senza mezze misure al verbo soul che aveva già sfiorato nei dischi Modern.
Eccovene un estratto:

little3Nella seconda metà degli anni '60 la fama di Little Richard negli States sfiora i minimi storici e il nostro è costretto a sbarcare il lunario suonando nel chitlin' circuit, come agli inizi.
Anni dopo Richard parlerà di improbabili boicottaggi del circuito gospel e delle radio a esso associate o delle minacce ricevute da un pubblico nero sempre più radicalizzato per la sua ostinazione nel voler suonare per un pubblico 'misto'.
Sia quel che sia in patria le soddisfazioni rimangono poche: ad esempio lo special televisivo dei Monkees (33 1/3 revolutions per Monkee) che lo vede affiancato ad altre due leggende del rock'n'roll come Jerry Lee Lewis e Fats Domino.

Larry Williams (diventato alla fine suo manager) prova a lanciarlo con alcuni show a Las Vegas dove Richard ha modo di radicalizzare ancora di più il suo look, ora decisamente androgino.
Il successo di questi spettacoli (e la partecipazione a festival rock come l'Atlanta Pop Festival' e il 'Toronto Rock and Roll Revival', chiuso da uno scassato supergruppo guidato da John Lennon ed Eric Clapton ) riescono a rialzare i suo profilo pubblico.
La sua verve anticonformista viene (ri)scoperta anche dalla televisione e Richard è ospite di show molto seguiti come quelli di Dick Cavett e Johnny Carson.
Eccolo duettare invece con Tom Jones in 'This is Tom Jones' del 1969.

Nuova decade, nuovo tentativo di rilancio. La Reprise vuole probabilmente replicare il successo dell' Elvis 'adulto' e fa firmare a Little Richard un contratto per tre album. Nonostante gli sforzi profusi gli LP in questione (tutti validi, anche se dal taglio decisamente rock) non ottengono il successo sperato.
Vi consiglio di recuperarli, comunque.
Tratto da 'The Rill Thing' del 1971 eccovi l'intenso swamp rock di 'Greenwood Mississippi'

 E' a questo punto che la sua carriera ricomincia a prendere una china decisamente discendente: l'abuso di alcool e droga ed un utilizzo sregolato della voce che dura ormai da più di vent'anni fanno sì che i suoi spettacoli non siano più perfettamente a fuoco (celebre la fischiatissima esibizione al 'London Rock and Roll Show' del 1972). Prima di sprofondare negli abissi del revival più trito riesce a partecipare ad album di artisti popolari (Canned Heat, Delaney & Bonnie...) e a pubblicare un raro album d'ispirazione funky per la United nel 1973.

Colpito da una serie di lutti personali e minato nella voce e nello spirito dall'abuso di cocaina Little Richard abbandona le scene per dedicarsi nuovamente alla predicazione religiosa, proprio come vent'anni prima.
Stavolta però abbandonerà quasi del tutto anche la musica pubblicando un solo album gospel, 'God's beautiful city' (1978)

Nel 1984 tornerà alla ribalta con una causa multimilionaria contro la Specialty Records e la sua società di edizione per royalties non ricevute (pare che all'epoca della conversione religiosa avesse 'regalato' i diritti alla casa discograficanella sua furiosa rinuncia ai beni terreni) e cercherà il modo di conciliare le sue 'anime' - quella rock e quella religiosa.
Anche se la sua figura rimarrà ben in vista per tutti gli anni '80 e '90 (con numerose partecipazioni a talk show televisivi e dichiarazioni shock contro l'omosessualità) la sua carriera artistica era definitivamente tramontata con gli anni '70.
Rimangono alcune curiosità degne di nota come la partecipazione al film 'Mother Goose Rock and Rhyme' di Disney Channel...

...o il suo bizzarro rap nella polemica 'Elvis is Dead' dei Living Colour

 Non volendo intristirvi con esibizioni revival risalenti agli ultimi anni o con mesti racconti di malattia e morte chiudo questa carrellata
con uno degli ultimi pezzi Specialty, risalente al suo 'ritorno sulle scene' del 1964.
Long Live Little Richard, the True Queen of Rock 'n' Roll!!!!

Buona serata a tutti. Ci vediamo in negozio!
Dario.

Profumo di Colla Bianca di Mauro Costa

Ben ritrovati da Mauro 'Stellameringa' Costa tra una domenica che sta per finire e un lunedì che sta per principiare. (Questo mio tormentone marzulliano vi perseguiterà benignamente ad ogni puntata).

Pronti? Via! Senza ulteriori indugi verso la prima proposta di questo nuovo incontro.
E partiamo col botto come la scorsa settimana avevo fatto con i Pavlov's dog.
Questi sono i 'Carmen'. Hanno coniugato prog rock e flamenco e sono un po' britannici e un po' americani; hanno suonato con Santana e Jethro Tull e alla fine hanno anche fornito a quest'ultimi John Glascock al basso, tanto loro, cioè i Carmen, tra sfortune e sogni infranti durarono fino al 1975, John solo un poco di più, forse segno del destino comune avverso; in ogni caso i loro primi due album sono semplicemente strepitosi...Flamenco in prog!
Se ci pensiamo bene, questo connubio, è un'idea piuttosto ridicola, anche per il 1973.
Tuttavia i Carmen, che operavano a Londra dopo il totale disinteresse nel loro confronti in USA, hanno reso questa sintesi rivoluzionaria nel loro album di debutto, 'Fandangos in Space' inseguendo le visioni del chitarrista e cantante di Los Angeles David Clark Allen (da non confondersi con il quasi omonimo australiano Christopher David Allen quello dei Soft Machine e Gong per intenderci) sempre coadiuvato dalla sorella e tastierista Angela .
In un totale contesto anarchico, si celebravano storie di corride e zingari, mentre la musica mescolava mellotron, ritmi latin rock e stilemi di 'zapateado', una danza messicana simile a tip tap, in un calderone cosmico con l'attenta produzione di Tony Visconti.
Non è durata a lungo. Dopo aver pubblicato altri due album e dopo aver perso il carismatico bassista, il complesso si è sciolto nel 1975.
Qui vi propongo, 'Bulerias' la prima traccia del loro primo album che solitamente è il brano che funge da cartina tornasole di tutto il lavoro. Non mortificate le vostre estremità se desiderano tenere il tempo. Buon ascolto!


Il primo album dei Secos & Molhados è considerato dalla sezione "carioca" del 'Rolling Stone' tra i migliori 100 lp della musica brasiliana, anzi potrei dire tra i migliori 5 album visto che lo posiziona proprio al quinto posto della loro classifica.
Davvero un piccolo gioiello tra sperimentazione e tradizione in leggero odor di progressivo.
Non si ripeteranno mai più su questi livelli.
Vi faccio ascoltare due brani, intanto perché sono cortissimi e soprattutto perché non saprei davvero quale scegliere: il primo è un poema di Vinícius de Moraes e s'intitola 'La rosa di Hiroshima' scritto nel 1946 e trasposto in musica dai Secos & Molhados nel 1973, mentre il secondo, 'O Patrão Nosso de Cada Dia'è la storia di un amore non corrisposto; entrambi sono quasi declamati dalla sinuosa voce del cantante Ney Matogrosso e potrebbero costituire una piacevole sorpresa per chi magari non li conosce. Voglio anche riportare il testo tradotto in italiano del poema di Vinicius De Moraes perché 'La Rosa di Hiroshima' fu eletta simbolo di un giustamente feroce dissenso, prima sotto forma di poesia e poi sotto forma di musica. La bomba viene paragonata a una rosa perché quando è esplosa, ha evocato l'immagine simile ad un fiore che sboccia. Una rosa è generalmente legata alla bellezza e alla celebrazione delle meraviglie della natura, non quella di Hiroshima che al contrario ha dispensato unicamente un velo mortale, sugli uomini e sulla terra, dalle conseguenze reiterate nel tempo. La musica dolce e suadente dispensata dalla chitarra acustica, con l'accenno di melodia del flauto traverso a concludere il brano crea un maligno contrasto che amplifica la drammaticità del testo.

LA ROSA DI HIROSHIMA

Pensate ai bambini
muti telepatici
pensate alle bambine
cieche e inesatte
pensate alle donne
rotte e alterate
pensate alle ferite
come rose calde

Ma, oh, non dimenticatevi
della rosa della rosa
della rosa di Hiroshima

La rosa ereditaria
la rosa radioattiva
stupida e invalida
la rosa cirrotica
l'anti-rosa atomica
senza colore né profumo
senza rosa senza niente.


e

Meraviglioso album raro e sconosciuto quello dei 'Carol of Harvest' sicuramente per quanto mi riguarda, uno dei migliori album di "psychfolkprogrock" che abbia mai ascoltato insieme a quello dei Comus, dei Tudor Lodge e dei Langsyne; con questi ultimi I 'Carol of Harvest' dividono l'origine: infatti sono tedeschi, tutti giovanissimi intorno ai 19 anni, ma sembrano inglesi, suonano in inglese, cantano in inglese e la voce di Beate Krause (lei di anni nel 1978 ne aveva solo 16) è qualcosa che sta tra l'assoluto e il divino.
Il brano che apre il disco "Put on your nightcap" dura 16 intensissimi minuti, ascoltandolo probabilmente non ne rimpiangerete nemmeno uno. Qui lascio parlare unicamente la musica, mettetevi comodi e predisposti e se avete il berretto da notte...put it on! (ma meglio sarebbe una cuffia hifi per goderla appieno)


Franchi, Giorgetti, Talamo, tre chitarristi che vivevano e si esibivano nel varesotto, anche se Franchi era di Fiume e Talamo di Napoli, vengono inseriti nel giro del progressive italiano forse, più che per i contenuti musicali, per la copertina del loro unico album assai particolare, che contiene tra l'altro un inserto di plastica con dentro viti, bulloni, peperoncini essicati, dadi, sabbia di fiume...Una costruzione così complessa che oggi trovarla intonsa è operazione difficile e discretamente costosa. Danilo Franchi e Vittorio Giorgetti (chitarristi e cantanti, ex Cuccioli) insieme ad Oliviero Talamo (chitarra solista, ex Chicos) danno quindi vita nel 1972 ad un album davvero bello, 'Il vento ha cantato per ore tra i rami dei versi d'amore' purtroppo passato ingiustamente sottotraccia. Diciamo che verosimilmente possono forse essere accostati a Loy & Altomare per quella ricerca di uno stile piuttosto personale "westcostiano" recepito e fortemente italianizzato; per quanto riguarda i testi mi ricordano i primi Stormy Six quelli che del sociale facevano giustamente una battaglia a prescindere. Da quest'album voglio proporvi 'E' diventato normale' una sorta di denuncia all'alienazione procurata dal duro lavoro in fabbrica. Vi consiglio di ricercare questo cd, prodotto e distribuito nel 2011 da parte di Area 96 una associazione culturale di Varese, che contiene la versione, rimissata e rimasterizzata dal nastro multi tracce originale; questa stampa è migliore dell'uscita originale in vinile (per dirlo io che non compro un cd nemmeno sotto tortura, se non in casi eccezionali come questo, dovete credermi sulla parola) e contiene un pezzo edito precedentemente solo su 45 giri ed un inedito. Per me imperdibile!


L'ultimo complesso che vi propongo, appartiene alla categoria di quelli 'famosi' che ogni tanto faranno capolino in questa mia trasmissione ovvero i 'Gentle Giant' Il brano che ho scelto è tratto dal loro primo album e si chiama 'Nothing at all'. Il motivo che mi ha indotto a sceglierlo è piuttosto importante: se mi chiedessero, obtorto collo, di dire un solo titolo di un pezzo che racchiuda in se tutti gli stilemi della musica prog ebbene, nonostante il ventaglio di scelte piuttosto ampio, non avrei alcun dubbio ad indicare questo, oppure come unica alternativa 'Starless' dei 'King Crimson'. Infatti pur non essendo, 'Nothing at All', un brano interminabile (dura 9 minuti e nella musica di genere è una lunghezza appena leggermente superiore alla media), tesse con infinita leggerezza, ma con estrema perizia, in un ipotetico e magnifico patchwork, la moltitudine di generi che abilmente miscelati costituiscono quello che è l'essenza della musica progressiva.
Un inizio folkeggiante (a cui Stairway to heaven dovrà qualcosina l'anno seguente), con la splendida voce di Derek Shulman, in aggiunta ai classici corali marchio di fabbrica del gruppo a sostenere il tutto, che ben presto cede il passo ad un sempre più deciso scivolamento nel blues.
Quando il brano sembra prendere una direzione ben precisa e definita ecco che la batteria, acida e filtrata, spacca improvvisamente il tutto in maniera ipnotica e surreale, permettendosi poi di rivaleggiare contro una magnifica esecuzione del notturno di Liszt; la lotta si rivela ben presto impari perché le delicatissime note al pianoforte, massacrate da tanto osare, lasciano ben presto spazio ad una soluzione di frenetico free jazz, mentre la batteria continua imperterrita il suo pattern psichedelico.
Ci vorrà il ritorno alla melodia folkeggiante iniziale, stavolta cantata a più voci, per far quadrare il cerchio e chiudere il brano lasciandoci irrimediabilmente senza fiato.



Ci si sente, bontà vostra, domenica prossima e naturalmente... Prog on!

 

Old, New, Borrowed & Blue di Antonio Vivaldi

Seconda puntata di Old, New, Borrowed & Blue della Fase 2 di Radio Discoclub65, ancora in forma tradizionale. Per questo secondo abito da sposa musicale felice – il matrimonio è con Discoclub, ovviamente - avremo dunque canzoni vecchie, nuove, prestate (ovvero cover) e blu (ovvero tristi).
La sigla è, per forza di cose nuziali, Wedding Dress (abito da sposa) dei Pentangle
PENTANGLE – WEDDING DRESS

NEIL YOUNG – TRY
Apriamo la sezione "Old" con un evento importante. Il 19 giugno uscirà Homegrown, l'album che nel 1975 l'inquieto Neil Young incise e poco dopo chiuse in un cassetto del suo immenso archivio. Qualche tempo fa Nei dev'essere passato davanti a quel cassetto e ha deciso di aprirlo. Nel frattempo alcuni brani della scaletta sono stati pubblicati in album come Decade o American Stars, altri sono totalmente inediti o ascoltati solo dal vivo, come è il caso di questa Try.

THE WOODS BAND – AS I ROVED OUT
La sezione "Old" ha una dependance, molto gradita al caro leader Balduzzi, intitolata "tesori nascosti del folk anglo-scoto-irlandese". Qui parliamo della Woods Band, fondata dai coniugi irlandesi Gay e Terry Woods nel 1971 subito dopo la loro dipartita (acrimoniosa?) dagli Steeleye Span, con cui avevano inciso l'opera prima Hark! The VillageWait. Folk-rock da manuale in cui Terry Woods mette in mostra la sua abilità con gli strumenti a corda.

MARK LANEGAN – KETAMINE
Passiamo al "nuovo". L' atteso Straight Songs Of Sorrow di Mark Lanegan, arriva insieme alla biografia dell'ex Screaming Trees, Sing Backwards And Weep. Entrambi i titolo fanno capire che ascolto e lettura non sono all'insegna del buonumore, eppure le spettrali ballate di Lanegan hanno uno zoccolo duro di fan che non si perdono un'uscita. E, paradossalmente, proprio negli strani giorni della Fase 2, musica di questo tipo finisce per suonare rassicurante, proprio perché compagna nella difficoltà di provare a ripartire.

BC CAMPLIGHT – I ONLY DRINK WHEN I'M DRUNK
Altro disco del settore "nuovo". Nativo di Filadelfia e residente a Manchester, BC Camplight ha da poco pubblicato uno disco strano, affascinante e, come quello di Lanegan, poco allegro. Siamo nell'ambito della canzone d'autore fatta di stratificazioni elettroniche e atmosfere fra il claustrofobico e l'etereo. Suona impegnativo e un po' lo è, ma dopo un paio di ascolti Shortly After Takeoff ripaga dello sforzo compiuto.

R.E.M. – FIRST WE TAKE MANHATTAN
Arriviamo ora alla sezione "Borrowed/ Prestato", ovvero la cover di questa puntata. Nel 1991 uscì I'm Your Fan, disco-tributo a Leonard Cohen approntato dalla rivista francese Les Inrockuptibles. Brano dopo brano, gente in gamba come Nick Cave, Lloyd Cole, John Cale, Robert Forster e, appunto, R.E.M. fa proprio quel che il titolo suggerisce: dimostrare il proprio amore per il Maestro canadese. Sono cover dal valore per forza di cose disuguale, ma tutte rispettose e affettuose. In questo caso i R.E.M. aggiungono molto pop alla synth-laconicità dell'originale, al tempo stesso liberando la cantabilità della melodia. I'm Your Fan è stato ristampato un paio d'anni fa in doppio vinile e dovrebbe trovarsi ancora abbastanza facilmente.

RICHARD & LINDA THOMPSON – THE END OF THE RAINBOW
La sezione "Blue", nel senso anglo-americano di "malinconico", prende ispirazione da questo venerdì piovoso e persino esondante. Alla fine del temporale arriva talora l'arcobaleno. Ma attenzione: nel cupo mondo di Richard Thompson "non c'è niente alla fine dell'arcobaleno/ Niente per cui valga la pena diventare grandi". Il brano proviene da I Want To See The Bright Lights Tonight (1974), primo lavoro inciso da Thompson insieme alla moglie Linda. A dispetto di queste tristi note, Antonio Vivaldi vi augura un buon fine settimana dal suo microfono virtuale di Radio Discoclub65.

Login