Radio Disco Club 65

Blue Monday di Dario Gaggero

Buonasera a tutti e bentornati all'appuntamento del lunedì con 'Blue Monday'!
Dopo le due puntate monografiche su Little Richard (che mi pare siano state apprezzate) torniamo ad una puntata 'libera' che saltabeccherà in lungo e in largo nell'universo della musica nera
(e non solo).

Che formato preferite? Lo pseudo-rigore delle monografie o la schizofrenica miscela delle puntate tradizionali?
Fatemi sapere e cercherò di accontentarvi.

Partiamo con Sam Baker, sfortunato soul singer del Mississippi che non è mai riuscito a ottenere l'attenzione che meritava
nonostante gli ottimi dischi pubbblicati su Sound Stage 7.
Eccovi la sua 'I can't break away', dai sottili riferimenti gospel:

E parlando di gospel, eccovi la versione originale di 'Got My Mojo Working', incisa da Ann Cole.
Anche se la versione rimasta nella storia è quella interpretata da Muddy Waters quella della Cole ha giàtutti gli ingredienti giusti, compreso il ritmo che sembra preso di peso da una funzione religiosa battista ed una voce aggressiva ed espressiva allo stesso tempo. Sfortunatissima (incise per prima anche la 'Easy Baby'
resa celebre da Magic Sam) terminò la sua sua carriera discografica all'inizio degli anni '60, in seguito ad un drammatico incidente stradale.

Qualche puntata fa abbiamo parlato del tentativo della Chess Records di 'attualizzare' il suono dei propri artisti di punta alla soglia degli anni '70. Di Muddy Waters abbiamo già parlato ma stasera vi regalo altri due esempi: la svolta rock blues di Bo Diddley
(dal LP 'The Black Gladiator', del 1970)..

...e l'improbabile ibrido psichedelico di Howlin' Wolf (da 'The Howlin' Wolf Album', 1969).
(Come vi sarà facile immaginare questi album non riuscirono a trovare un nuovo pubblico e scontentarono il vecchio, quindi l'esperimento ebbe vita decisamente breve)

Silas Hogan cominciò la sua carriera discografica alla soglia dei 50 anni, accasandosi con la Excello di J.D. Miller.
Cresciuto in un'isolata regione a nord di Shreveport (Louisiana) e veterano di juke joints e feste rurali dalla metà degli anni '30 Hogan mantenne uno stile ricco di arcaismi, pur se adattato all'utilizzo di strumenti elettrici.
Eccolo in un raro filmato:

Un altro artista emerso quando era già sullacinquantina è Jimmy Johnson: fattosi le ossa a Chicago come accompagnatore di grossi nomi come Otis Rush, Buddy Guy, Albert King e Magic Sam
arrivò al debutto solista vero e proprio alla fine degli anni '70 , con album improntati ad uno stile marcatamente west side.
Questa 'Ashes in my Ashtray' è tratta da 'Jimmy's Whacks' (Delmark, 1979):

 Visto che li abbiamo citati e che spesso mi si accusa di mettere solo artisti semisconosciuti colgo l'occasione di deliziarvi con alcuni classici dei miei (e immagino vostri) prediletti.
Eccovi 'Blues Power' di Albert King (registrata dal vivo al Fillmore East nel 1970)...

 ...e a proposito di commistioni con il rock eccovi Buddy Guy accompagnato da una sezione ritmica quanto meno bizzarra!

 Concludiamo questa puntata con un rock'n'roll, visto che siete orfani di Little Richard.
Eccovi il misterioso Bunker Hill con la sua devastante 'The Girl Can't Dance' che fa della distorsione una forma d'arte (e non parlo di CHITARRE distorte :) ).

Ci vediamo in negozio,
Dario.

Profumo di colla bianca di Mauro Costa

Ben ritrovati da Mauro 'Stellameringa' Costa tra una domenica che sta per finire e un lunedì che sta per principiare. Puntata con qualche brano molto borderline del genere.

Oggi si parte con un gruppo inglese, batterista a parte, che però ha operato unicamente in Germania, esattamente come i 'Nektar'; la formazione a quattro composta da John Hadfield alle chitarre e voce, Anthony Hadfield al basso e voce, Philip Howard al flauto, sax e tastiere e Ellwood von Siebold alla batteria, non si sono mai più riciclati altrove ma, all'epoca, sotto il nome 'Diabolus' hanno inciso un unico lp invero molto bello.

Correva l'anno 1971 e l'album si chiamava 'High Tones'.Il gruppo è autore di un progressive molto folk, con rimandi a 'Black Widow', 'Audience', 'Tonton Macoute' e soprattutto ai 'Jethro Tull' per l'uso del flauto, flirtando talvolta anche con l'hard rock.
Lo stile di 'Diabolus' è una miscela perfetta di gente tranquilla talvolta tarantolata da shock elettrici in corto circuito con cariche di insperato jazz rock. Questo crea nei loro brani energia e tensione, anche nelle ballate delicate, perché ti aspetti che potrebbero sfociare in un riff vivace in qualsiasi momento. Il duello tra chitarra in bilico tra tecnicismi rock e jazz e il flauto traverso è semplicemente geniale. Non si capisce molto bene perché non abbiano avuto successo, eppure le condizioni erano favorevoli, compreso l'anno d'uscita. Forse se fosse stato stampato su etichetta Vertigo, invece che per la Bellaphon, oggi lo conoscerebbero in molti di più.
Vi propongo il sulfureo "Raven's Call", brano che chiude l'album a base di una diabolica tarantella assolutamente inaspettata per un gruppo inglese trapiantato in Germania.

Di Franco Battiato ultimamente si hanno notizie preoccupanti, ma la più grave resta quella che lui non da più notizie di se. Spesso accusato a torto di marciare su certi atteggiamenti pseudo intellettualistici, risulta invece essere un artista particolarmente innovativo, geniale e di grandissimo spessore artistico. Ha cavalcato moltissimi generi a cominciare dalla canzonetta fino agli ultimi brani di raffinatezza non comune. Per quanto mi riguarda il suo periodo più interessante rimane quello dei quattro album sperimentali dei primi anni settanta con l'etichetta 'BLA-BLA' (ve ne sarebbe anche un quinto ma era già orientato all'elettronica senza compromessi) che sono nell'ordine: Fetus, Pollution, Sulle Corde di Airies e Clic. Difficile stabilire quale sia il migliore sebbene si noti una crescente dose di maturità che non va a discapito della freschezza e dell'innovazione. Quindi potrei dire che forse il migliore è l'ultimo dei quattro e probabilmente è così. L'album dell'imprinting e anche quello che ricordo più volentieri è il secondo 'Pollution' del 1972 che mi folgorò letteralmente all'età di 12 anni. Non avevo mai ascoltato niente di simile e nei fui ammaliato. Ad esempio il brano che da il titolo all' album e che solo molti anni dopo capii che era una lezione di termodinamica applicata alla musica i cui passaggi alla chitarra acustica finiranno addomesticati molto bene dai Pink Floyd di Wish you were here. Battiato era anni avanti.

Sono d'accordo con Fabio Zuffanti che nel libro scritto a quattro mani con Riccardo Storti ha dichiarato che il miglior album di Mike Oldfield sia 'Hergest Ridge'

Mike Oldfield, ha dato il meglio di se con la sua prima versione in vinile di questo capolavoro giustamente definito, anche per comodità, "bucolico" o "pastorale".
Questa versione sta unicamente sul vinile originale perché già il cofanetto con le ristampe dei suoi primi tre lavori è rimixato da Oldfield stesso, dando l'inizio ad una prassi che non mi trova molto favorevole, fino alla stortura perversa delle frequenti ri-registrazioni.

'Hergest Ridge', che prende il nome da una collina inglese dell'Herefordshire in prossimità del confine gallese, è anche l'unico disco, forse con il solo "Einstein on the Beach" di Philip Glass, che mi abbia procurato un effetto applicato all'ascolto che paragonerei alla Sindrome di Stendhal, in special modo se ascoltato in cuffia che, in questo caso particolare, consiglio vivamente a tutti quanti rispetto alla normale fruizione dai comodi diffusori.
Ci sono intrecci di chitarre sovraincise e ipnotici contorsionismi di tastiere che spesso lasciano davvero senza fiato originando un pathos altissimo nell'ascoltatore fino a quando, quasi alla soglia della follia, viene improvvisamente ricacciato in percorsi strumentali improntati alla tranquillità agreste.
Difficile ottenere le medesime sensazioni altrove, nemmeno tra i migliori lavori di Oldfield come il grandissimo predecessore 'Tubular Bells' o l'altrettanto grandissimo seguito 'Ommadawn'.
'Hergest Ridge' è un LP terribilmente fondamentale.

'Still Life' è un complesso inglese che ha dato alle stampe un unico lp omonimo, su etichetta Vertigo, nel 1971 ed è un ottimo esempio, almeno nei pezzi più importanti, di heavy prog con l'ossessiva presenza dell'hammond e una generale cupezza di fondo che fu il loro marchio di fabbrica.
Prova d'esordio davvero interessante, compresa la copertina che non sfigurerebbe in un album dei Grateful Dead,ma che non ha avuto seguito e francamente è un peccato.
Vi propongo 'People in Black' brano introduttivo di questo lavoro.

(8:21)

Penultima proposta serale ed è pezzo che profuma di contaminatissima psichedelia
La band responsabile di questo grande brano si chiamano 'Cymande', un gruppo di musicisti della Guyana, della Giamaica e di Saint Vincent che si formarono a Londra nel 1971. Il loro nome si basa su una parola Calipso per colomba, che simboleggia la pace e in realtà la loro musica è una miscela eclettica di funk , soul, reggae e ritmi africani; uno stile noto come Nyah-Rock. Questo particolare pezzo 'Dove' è piuttosto particolare ed atipico nella loro produzione sicuramente ben più funkeggiante che psichedelica ma, proprio per questa sua innaturale incursione in altri lidi, merita il passaggio in trasmissione.


(10:55)

Conclude la puntata un pezzo che in realtà è una cover di un capolavoro senza tempo (potrebbe essere stato benissimo scritto negli anni duemila) dei Beatles :'Tomorrow Never Knows'. Questa cover è sicuramente di matrice rock, di prog c'è ben poco, forse l'uso del basso che ricorda un po' il manierismo di scuola canterburiana dei 'Matching Mole' e vorrei ben vedere visto che lo suona Bill MacCormick.
Ma chi si cela dietro questo fantomatico gruppo che ha all'attivo un solo album, per giunta di brani editi e di cover, il cui nome è in realtà il numero '801'? Il fulcro pensante è composto da Brian Eno e Phil Manzanera che si avvalgono dell'ausilio d MacCormick al basso e di Simon Philips alla batteria. Con altri due strumentuisti danno vita ad un breve ma intenso tour sublimato in uno splendido live singolo tra i più godibili di sempre.
Le proposte sono brani già editi del duo Manzanera/Eno e della loro band "Quiet Sun'. In aggiunta due cover eseguite alla grandissima: ' You really got me' dei Kinks e, appunto quella che vi propongo ' Tomorrow Never knows' resa particolarissima anche dalla voce di Brian Eno.

(6:20)

Ci si sente, bontà vostra, domenica prossima e naturalmente... Prog on!

Old, New, Borrowed & Blue di Antonio Vivaldi

Buonasera a tutti dalla terza puntata di Old, New, Borrowed & Blue, programma del venerdì sera della Fase 2 di Radio Discoclub65, ancora in forma tradizionale, ovvero scritta e vista, ma non parlata. Per questo terzo abito da sposa musicale felice – il matrimonio è con Discoclub, ovviamente - avremo dunque canzoni vecchie, nuove, prestate (ovvero cover) e blu (ovvero tristi).


La sigla è, come ormai da tradizione consolidata, il brano folk Wedding Dress (abito da sposa) dei Pentangle
PENTANGLE – WEDDING DRESS



CHRIS FARLOWE – OUT OF TIME
Partiamo quindi con la sezione "Old". E' ritornata in circolazione (e potete ordinarla al caro leader Balduzzi) la ristampa di Tonite Let's All Make Love In London, colonna sonora dell'omonimo film di Peter Whitehead dedicato alla Londra psichedelica del 1967 (il disco esce l'anno successivo). Si tratta di un affascinante ritratto di un'epoca fra canzoni e brevi interventi parlati. Si possono ascoltare la classica e immaginifica Interstellar Overdrive dei Pink Floyd ma anche cose meno note oppure mezze dimenticate come questa cover di Out Of Time, brano firmato Jagger-Richards e portato al successo nel 1966 dal roboante (e sinistro nell'aspetto, bisogna dire) Chris Farlowe.



VASHTI BUNYAN – ROSE HIP NOVEMBER
In Tonite Let's All Make Love In London compare anche Vashti, cantante di belle speranze (e bell'aspetto, al contrario di Farlowe). Per lei le speranze diventeranno ben presto certezze di fallimento commerciale. La nostra sceglie allora, come molti in quell'epoca, di vivere on the road, ma lo fa su un carro a cavalli diretto verso la Scozia. Nel 1970 incide un magnifico e sommesso disco di hippie folk, Just Another Diamond Day, con la partecipazione di Dave Swarbrick e Robin Williamson, da cui è tratta questa Rose Hip November. Poi scompare dalla circolazione per 35 anni prima di venire riscoperta e acclamata dai nuovi alt-folkers come Devendra Banhart.



PERFUME GENIUS - DESCRIBE
Il passaggio al settore "New" porta anche un cambio di attitudine musicale verso una dimensione più 'modernista'. Set My Heart On Fire, Immediately è il quinto disco di Mike Hadreas, in arte Perfume Genius. Siamo nei classici territori del musicista statunitense, fra spettacolare e introverso, fra corporeo ed etereo e sempre con la consueta attitudine provocatoria. Un po' presuntuoso, certo, ma anche molto efficace.


EINSTÜRZENDE NEUBAUTEN – ALLES IN ALLEM
Ritornano dopo un silenzio abbastanza lungo gli Einstürzende Neubauten di Blixa Bargeld (a lungo collaboratore di Nick Cave). Qualcosa dell'antico rumorismo rimane, anche se prevale un tono tra l'elegiaco e l'epico, come nel caso del brano che intitola l'album.



ELVIS PRESLEY – HEARTBREAK HOTEL
La sezione "Borrowed" ("Prestato") è dedicate alle cover e stavolta si va su cose spesse. Cominciamo con l'originale. A inizio 1956 Elvis Presley, già idolo vitalista della gioventù americana, sceglie di incidere una canzone fosca (e secondo i funzionari RCA "morbosa"), forse ispirata al suicidio di un giovane. Elvis dà al brano una carica ormonale forse poco in sintonia con il testo, eppure affascinante. Nonostante i dubbi della RCA il pezzo arriva abbastanza rapidamente al numero 1.



JOHN CALE – HEARTBREAK HOTEL
Nel 1974 un John Cale in fase "oscurità e paranoia" decide di riprendere Heartbreak Hotel evidenziandone – ma guarda un po' - la dimensione tragica. La riproporrà nel corso degli anni in versione a volte spettrale a volte terrificante, a seconda dello stato d'animo di un artista geniale e tormentato. In questa versione anni '80 parte del pubblico sembra non gradire.


MARCO ROVELLI E CLAUDIO LOLLI – LA GIACCA
L'Hotel Cuore Infranto di John Cale ci conduce all'ultima sezione del programma: "Blue", ovvero la canzone malinconica di chiusura (siamo pur sempre in un'epoca difficile). La Giacca è una delle composizioni più belle del repertorio di Claudio Lolli, pubblicata sul suo primo album, Aspettando Godot (1972) . Un paio d'anni fa Marco Rovelli andò a trovare Lolli nella sua casa di Bologna per proporgli l'idea di reincidere a due voci La Giacca. Il risultato è commovente, anche perché si tratta delle ultime parole che Lolli riuscì, con commovente fatica, a cantare prima della morte. Il brano si ascolta sul recente album di Rovelli, Portami Al Confine. Un buon fine settimana a tutti da Antonio Vivaldi


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