Rock

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ImageGreen Album. Non c’è nessun titolo, ma a prima vista questo è il nome più appropriato da affibbiargli. Un verde acido e anche un po’ fastidioso in copertina. E fastidiosi sono anche un po’ loro, Rivers, Brian, Pat e Mikey, che si atteggiano in posa da nerd. Basta dare un’occhiata alle scarpe (e soprattutto alle Vans quadrettate di Mikey) e ci si rende conto che dei nerds tanto amati di The world has turned and left me here e My name is Jonas, probabilmente non è rimasto un gran che. La speranza che un silenzio di cinque anni portasse al parto di un capolavoro (in cui confidavo vivamente) rimane decisamente delusa. Ci voleva un’altra operazione alle gambe per inchiodare Rivers ad un letto in modo che la vena compositiva che aveva dato luce a Pinkerton potesse farsi di nuovo sentire? Forse si, visto che da quando il gruppo si è messo a girare il globo per suonare in tour, la qualità della produzione del gruppo è scesa sotto il livello a cui eravamo abituati.
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ImagePrima di intonare Always di Irving Berlin e lasciar poi scorrere una coda strumentale, gli ultimi versi di The Future di Leonard Cohen dicono: “…Mi sono inginocchiato come una persona che crede/ E come una benedizione dal cielo/ Per qualcosa come un secondo/ Ero guarito, e il mio cuore/ Era in pace”. Era il 1992. Da allora non una canzone del canadese errante era filtrata fino a noi. Leonard, chiuso per sette anni in un monastero zen vicino Los Angeles, si occupava d’altro. E’ il 2001 e i primi versi del nuovo Ten New Songs sono: “Ti ho vista stamattina/ Ti muovevi così veloce/ Sembra che io non riesca ad allentare il mio legame/ Con il passato/ E mi manchi così tanto/ Non c’è nessuno in giro/ E noi facciamo ancora l’amore/ Nella mia vita segreta”.
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ImageNegli anni ’90 il mondo musicale statunitense ha conosciuto, parallelamente all’effimera esplosione del grunge, alla rinascita del punk-pop e all’avvento del post-rock, un recupero della propria tradizione musicale. Questo movimento, sotterraneo ma non troppo, ha pescato qua e là le ovvie ed inevitabili influenze, dal folk-rock al country più ortodosso, dal cosiddetto blue-collar rock al folk più intimista, per arrivare ad una multiforme definizione di quello che viene definito dai più Alternative Country o, con un curioso neologismo, Americana. Le caratteristiche peculiari di questa sottocultura musicale vanno ritrovate nella simpatia per le classiche tematiche individuali, ma spesso anche in una certa nostalgia per la Depressione degli anni ‘30.
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ImageSarà un caso, ma ecco che a pochi mesi dalla scomparsa di John Phillips, il “Re dei Lupi” californiano, leader dei mitici Mamas & Papas e autore di brani immortali come California Dreamin’ e San Francisco (cantata da Scott McKenzie), vengono pubblicati a breve distanza ben due cd, il datato Pay Pack & Follow e questo sorprendente Phillips 66. Dispiace dirlo, ma ben difficilmente entrambi avrebbero trovato spazio discografico se il compianto John fosse ancora tra noi. Noi nostalgici di un’epoca e di un suono, il country rock californiano anni Settanta, che pare oggi distante anni luce. Detto questo, il dischetto non è niente male.
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Image14 anni. 14 anni in continua evoluzione per una delle poche band che è diventata probabilmente il più importante punto di riferimento nella scena musicale indipendente d’oltreoceano, ma non solo. Il termine “fugaziano” è ormai entrato nel gergo comune di ogni recensore, per descrivere un sound, un marchio di fabbrica, riconoscibilissimo al primo ascolto e tanto tanto difficile da definire. I cambiamenti con il passato, però, ci sono, ancora più che nel precedente End Hits, dove per la prima volta erano venute alla luce alcune delle sfumature più quiete e tranquille dei 4 (ora 5, dopo l’inserimento di Jerry Busher alla seconda batteria).
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ImageCome sono lontani i Pulp di Different Class, quelli che nel 1995 si contendevano, insieme a Blur e Oasis il dominio delle classifiche inglesi. Era l’apice della stagione brit pop e loro, forse più di qualsiasi altro gruppo, rappresentavano la new englishness anni ’90, la nuova inglesità che reagiva alle invasione grunge americana. Oggi i Pulp hanno continuato la strada intrapresa qualche anno fa con This Is Hardcore, distanziandosi ulteriormente dalla commercialità e dall’immediatezza melodica.

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