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Rock Recensioni THE WEIGHT BAND - World Gone Mad
 

THE WEIGHT BAND - World Gone Mad THE WEIGHT BAND - World Gone Mad

weight bandIl mondo sembra uscito fuori di senno o di sesto, pare suggerire il titolo di questa nuova pubblicazione, con quel saltimbanco elefante in copertina - disegnata da John Alpern (già al lavoro con The Eagles) - in bilico su un mondo, che con il suo esorbitante peso (the weight) sta letteralmente distruggendo o spaccando in due, anche se simpaticamente (almeno nel suo caso). Impossibile non individuarvi un riferimento all'inquinato e divisivo clima politico oggi imperante negli Stati Uniti, come dichiarato (per altro) dagli stessi protagonisti di questa brillante operazione.
Un'impresa, quella di questa talentuosa e nutrita The Weight Band, la cui "ragione sociale" rievoca immediatamente e volutamente il celebre classico della Band di Robbie Robertson e "soci" (con tutto il suo ramingo e visionario vagabondare), che non possiamo non considerare apprezzabile e divertente, pur in assenza di una vera e propria originale cifra artistica.

L'origine di quest'assieme risale al 2013, quando nella fattoria/studio di Levon Helm (batterista, cantante, custode, neanche a dirlo, della Band per antonomasia) nella celebre Woodstock (Stato di New York), qualche mese dopo la sua scomparsa, si sono ritrovati Jim Weider (chitarra, mandolino, voce) e Randy Ciarlante (batteria), entrambi componenti di The Band dagli anni ottanta in poi, con Garth Hudson (protagonista storico della formazione, il mago delle tastierine liquide), Jimmy Vivino (chitarre, tastiere) e il bassista Byron Isaacs, per partecipare alla realizzazione di un tributo al leggendario gruppo.
Da lì in poi, convintisi che era necessario continuare ad impegnarsi nel custodire e tramandare l'eredità della storica formazione canadese americana, proteggendone il composito ed inconfondibile sound (e però evidentemente anche riproducibile, come probabilmente tutto ormai nell'epoca della clonazione, non più della sola riproducibilità tecnica dell'opera d'arte), Weider, Ciarlante e Isaacs hanno deciso di formare un vero e proprio gruppo, aggiungendo Marty Grebb (tastiere, fiati e voce) e Brian Mitchell (tastiere, voce), e scegliendo un nome che lasciasse abbondantemente intendere le loro museali e però sincere intenzioni.
Il progetto si è poi ulteriormente sviluppato con sempre Jim Weider alla conduzione, bravissimo nell'imitare alla chitarra lo stile di Robertson (i suoi immaginifici e rotondi armonici tenuti sulle corde), affiancato da Grebb e Mitchell (perfetti nel restituire le sofisticate dinamiche sulle tastiere tra Richard Manuel e Garth Hudson), e poi Albert Rogers (basso e voce) e Michael Bram (batteria e voce), entrambi in qualche modo ugualmente legati a The Band, per avere collaborato (più o meno direttamente) con gli storici Garth Hudson, Levon Helm, Rick Danko, fino ad arrivare alla realizzazione di quest'ottimo disco (con ospiti speciali lo stesso Randy Ciarlante e lo slide guitarist Jackie Green), prevalentemente composto da materiale originale (e però perfettamente in stile), registrato ancora una volta nelle vicinanze di Woodstock, presso il Clubhouse Studio di Rhinebeck (Dutchess County, New York).

Un album luminoso e convincente, costituito da undici brani (otto gli originali), tra i quali figurano un paio di inediti scritti da Weider con lo stesso Levon Helm e spiccano due cover (Day of The Locusts dal New Morning dylaniano e Deal, classico di Jerry Garcia e Robert Hunter), che riportano in vita a meraviglia quel particolare suono di Woodstock, impareggiabile, epocale ed accorata miscela di rock and roll, country, soul, New Orleans sound, blues e gospel, a rappresentare un continuo e sentito omaggio alle molteplici ed intrecciate radici del suono americano.
Un lavoro piacevole, divertente dicevamo, se non spettacolare, suonato con cuore e assoluta padronanza, e pazienza se per una volta (o come sempre) è l'originalità a mancare. Da non perdere. (Marco Maiocco)

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