Con lo scorrere del tempo la meravigliosa voce di Maddy Prior si è opacizzata, annebbiata come luce lunare annegata tra bianche vaporose nubi, perdendo sì in lucentezza, ma se è possibile guadagnando in forza e determinazione, come già riscontrato nel precedente più epico e fantastico (grazie alle liriche del novelist Terry Pratchett) "Wintersmith", ormai risalente ad un paio d'anni fa. Qui gli Steeleye Span, quasi cinquant'anni di attività e non sentirli, sembrano quasi tornati alle atmosfere degli esordi (ricordate il capolavoro "Hark! The Village Wait"?) con digressive e oscure ballate intrise di mistero, morti violente, passioni, tormenti spirituali e religiosi, e con protagoniste tutta una serie di figure dell'ombra (i "loschi bastardi" del titolo), più o meno dickensiane. Un ritorno alla ballata popolare, quindi, magari quella più sotterranea ed esoterica, pur nell'ambito di una profonda solarità espressiva, attingendo abbondantemente alla famosa e fondamentale raccolta ottocentesca di Francis James Child, e però ancor più innervata di una poderosa, progressiva, a tratti metallica elettricità, in alcuni momenti paragonabile a certe inflessioni Jethro Tull (per così dire). Determinanti in questo senso i nuovi mirabolanti innesti in formazione, ad aggiungersi ai veterani Maddy Prior, Rick Kemp (basso) e Liam Genockey (batteria). Stiamo parlando della sorprendente (vero e proprio valore aggiunto) violinista Jessie May Smart (splendida anche alla voce), a sostituire Peter Knight, del chitarrista, mandolinista e tastierista Julian Littman (per la verità già parte del progetto precedente), e di un altro abile chitarrista dagli spunti cromatici Andrew "Spud" Sinclair (si ascolti il suo spettacolare solo - almeno così crediamo - dalle cadenze rock progressive in "Cromwell's Skull"). Un'ora e un quarto di musica scatenata, ammaliante, ancestrale e sperimentale (la loro): da non perdere. (Marco Maiocco)
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STEELEYE SPAN - Dodgy Bastards
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