Tra le montagne della Virginia dell'ovest prospera questo incredibile, sorprendente ed inquietante quartetto, espressione di un'old time music thrilling, strenuamente rivisitata in senso visionario, surreale, ma anche materico, magmatico, quasi diabolico oppure sciamanico. Stiamo parlando degli affiatati Black Twig Pickers e delle loro infinite e ipnotiche digressioni (quasi fiumi di lava fredda, come composti da ghiaccio incendiario) folk and bluegrass, ovverosia di Mike Gangloff (fiddle, banjo, jewharp, vocals), Nathan Bowles (banjo, percussions, vocals, imperdibile tra l'altro il suo recente "Nansemond"), Isak Howell (guitar, mouthharp, vocals) e Sally Ann Morgan (fiddle, flat foot dancing, vocals), qui in collaborazione con Steve Gunn. Un'America profonda, la loro, dimenticata, sperduta, disperata, senza leggi (almeno questa la suggestione che evocano). L'America di un gelido inverno tra le montagne, dove l'unica cosa da fare (quando va bene) è andare a cercare un cervo da abbattere o della legna da ardere. Un'America magica, come probabilmente il ramoscello inscritto nel nome di quest'avvincente formazione, primordiale e primitiva, precedente ad una possibile evangelizzazione "civilizzatrice" (oppure no). L'America di una folk music "rimodulata" o riformulata, che si allontana dai suoi consueti cardini armonici, per tornare ad una sorta di libera e "pagana" "modalità", fatta di ossessive e circolari ripetizioni, magari fondate su uno o due accordi, dall'andamento plastico, rotatorio, invocativo, ad assecondare e favorire una collettiva ricerca timbrica e sonora, volta a raggiungere un formidabile impasto armonico, dalle straordinarie funzioni drammaturgiche. L'America di fantasmi che parlano, magari quelli dei nativi americani, che chiamano dall'oblio dei loro tumuli, per essere disseppelliti dal buio della dimenticanza di una memoria negletta. L'America di un cultura musicale sempre in movimento, intessuta e screziata di mille rivoli ed elementi, qui compresi, considerati, rivalutati e omaggiati (ecco la luce in un lavoro "oscuro" come questo). L'America di antichi e precari lavori stagionali a cottimo, come quelli adombrati nel titolo di questo misterioso e vernacolare album. L'America di alcuni magistrali ed entusiasti ricercatori, che affrontano la folk music con la stessa idea di iterazione variata che avevano i gruppi del Miles Davis elettrico, perché l'abilità sta nel gestire e ideare continue micro variazioni, inseguendo (senza perdere un ideale e ricorsivo groove) una fantomatica ed elusiva onda sonora (anche gli arabi su per giù la pensano così, e che cosa dire degli indiani, quelli del subcontinente !?). Superlativi. (Marco Maiocco)
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