Sono passati tre anni dal precedente "Reverie" e cinque dal forse più sofisticato ancora "Blood From Stars". Joe Henry, musicista, autore, "paroliere" ispirato, grande produttore della scena (soprattutto) newyorkese, pur essendo nativo di Charlotte (North Carolina), pubblica un disco alla volta, senza affanni, precipitazioni, e (chissà?) forse è anche per questo che difficilmente gli capita di sbagliare una sortita. Esponente autorevole di un più colto modo di rielaborare e restituire l'articolata ricchezza della popular music americana, spesso molto vicino a un sentire jazzistico e cameristico, senza mai perdere di vista la grana materica e profonda delle radici, Henry è qui alle prese con una nuova manciata di sue canzoni che parlano dell'amore, del legame profondo, del matrimonio, come dice lui nelle note di copertina, e della forza e fragilità del cuore umano. Una serie di brani raffinati (sempre viva la ricerca sonora, e l'ampio "sgranare" delle strutture) e al contempo immediati, meno "irregolari" del consueto, interpretati senza fatuo romanticismo, ma con onestà, compassione, assorta contemplazione.
Lo accompagna, come al solito, un gruppo di ottimi musicisti, raccolti come attorno al fuoco in perfetta armonia e quasi "religiosa" partecipazione. Stiamo parlando (tra gli altri) di personaggi come Greg Leisz alla chitarra acustica, alla mandola e al mandoloncello, e Levon Henry ai fiati (clarinetto, clarinetto basso, sax soprano e tenore). Un corroborante percorso in delicato equilibrio tra il ritessere le fila del discorso musicale americano, per guardare ancora una volta e con maggiore consapevolezza davanti a sé, e la matura riflessione esistenziale. Notevole. (Marco Maiocco)






