Dopo vent'anni di silenzio, sul piano della produzione personale (si intende), a 72 anni suonati David Crosby, con l'aiuto del figlio James Raymond (tastierista, programmatore del suono, autore, produttore), pubblica forse il suo miglior album solista dal "giurassico" "If I Could Only Remember My Name". Niente di nostalgico, questa nuova collezione di classici, perché di questo si tratta, è perfettamente calata nel nostro incerto presente, con anzi un propositivo sguardo verso il futuro (si ascolti, per esempio, il saggio ottimismo di "The Clearing"). La scrittura è quella consueta, ma come nel caso del precedente lavoro con Graham Nash ("Crosby & Nash", Sanctuary, 2004) il suono si allontana sempre di più da tradizionali venature country/western, per quasi dissolversi in una sorta di attonita e fantasmatica rarefazione tastieristica e chitarristica, metafora probabilmente della collettiva perdita di sogni ormai lontani.
Ma in realtà qui si torna a suonare, e in modo entusiasta, con al centro le dinamiche classiche di una rodata formazione rock vecchio stampo (basso, batteria, chitarre, tastiere), capace (però) di muoversi perfettamente in una postmoderna dimensione autoriale, al contempo elettrica ed acustica, con il supporto di poca elettronica. E quindi ecco il succedersi di intriganti e suggestive composizioni dalle ampie maglie sonore, costruite su ariose tessiture armoniche e timbriche, riff e grooves (come) trattenuti da una specie di lieve e pacata eleganza, tempi e controtempi dalle felpate movenze jazzistiche (notevoli, per altro, in questo senso gli inserimenti di Steve Tavaglione al sax soprano nella conclusiva "Find A Heart"), con la voce di Crosby, eterea come sempre (a tratti quasi la voce di un Robert Wyatt della west coast, o di un più astratto e levigato, anche lui redivivo, Roy Harper), a condurre e "orchestrare" le raffinate parti strumentali, ordite da un assieme di musicisti sapienti ed affiatati. Il disco è impreziosito da due illustri camei, un mimetico Mark Knopfler nella sorprendente, sontuosa, anche sconsolata, traccia iniziale "What's Broken"; e un Wynton Marsalis in un'inusuale veste sonica, incredibilmente ambient e moderna, lontana dal suo paludato mainstream, quasi alla Nils Petter Molvær (ma ci rendiamo conto di esagerare) o meglio alla Paolo Fresu, a fungere da "commento" nella riflessiva e sognante "Holding On To Nothing". Risveglio. (Marco Maiocco)






