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Miscellanea Articoli miscellanea La scomparsa di Pino Daniele
 

La scomparsa di Pino Daniele

Non siamo cresciuti con la musica di Pino Daniele (perdonate quindi la superficialità del nostro ricordo, comunque sincero e probabilmente dovuto), questione di circostanze, eventualità della vita, e forse di quella deriva più commerciale (un po' da Festival Bar), che a partire da un certo momento ha contraddistinto la sua vicenda artistica, mai priva in ogni modo di qualità e ricerca (sonora soprattutto, perché la musica, come lui stesso diceva, era tutto quel che aveva). Ma nel corso del nostro viaggio e del suo ne abbiamo certo saputo riconoscere e apprezzare (come tutti del resto) la mirabile e fantasiosa miscela di blues, jazz, soul, rock e tradizione napoletana (vero e proprio universo a parte) da lui inventata. D'altronde non avrebbe potuto essere diversamente (senza per questo voler sminuire la geniale originalità di un linguaggio letteralmente pescato da un magico cilindro): la Napoli in cui è cresciuto Pino Daniele era in fondo ancora quella del dopoguerra e del mondo diviso in blocchi, di Renato Carosone e dei suoi napoletani americani, con il grande porto mediterraneo sottratto alla sua vitale funzione e vocazione commerciale, completamente in mano (com'era) alle forze della marina statunitense, che a Napoli tutto controllavano e detenevano, esempio sul campo di un paese a sovranità limitata. Una Napoli antica, intrisa della sua vicendevole storia multicolore, del suo scrosciante e "accatastato" dialetto, dei suoi dolorosi disagi, dei suoi vocianti quartieri spagnoli e sanità, ma anche dei suoi pulcinella, sempre pronti a deridere il potere, e (perché no!?) delle sue leggendarie e liberatorie quattro giornate contro l'occupazione nazista, immortalate per sempre dal relativo capolavoro di Nanni Loy, e di un popolo di militari americani (appunto), che in quella città sotto il Vesuvio avevano portato musiche, mentalità, modernità e tammurriate nere, come cantava e suonava La nuova compagnia di canto popolare. I primi dischi di Pino Daniele ("Terra mia", "Pino Daniele", "Nero a metà", vero e proprio manifesto musicale, "Vai mò"), in parte anche colonna sonora di alcuni positivi fermenti critici che sul finire degli anni '70 stavano a fatica attraversando la società italiana, sono la rappresentazione di questa composita, complicata e affascinante realtà, e possono essere annoverati tra i capolavori della storia della nostra canzone (se così possiamo dire), con la partecipazione di musicisti sempre di valore, tra i quali Enzo Avitabile, Tullio De Piscopo, James Senese, Agostino Marangolo e molti altri. È per questo, ma non solo (per i suoi lavori con Massimo Troisi, per esempio, o per la sua più recente partecipazione in "Passione" di John Turturro, insieme ad altri "musicanti" e "suonatori" della Napoli odierna, a cantare le musiche del passato), che oggi ricordiamo Pino Daniele, purtroppo appena scomparso, a causa di un infarto improvviso e prematuro. Un autore, un chitarrista talentuoso, un cantante inconfondibile, un musicista a tutto tondo, in fondo discreto e silenzioso (nonostante la grande notorietà raggiunta, anche positiva sul piano strettamente divulgativo), che mancherà nel panorama musicale italiano, in generale sempre meno avvezzo alla creatività e alla felice intuizione. (Marco Maiocco)

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