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Miscellanea Articoli miscellanea GLENN GOULD - L’ala del turbine intelligente
 

GLENN GOULD - L’ala del turbine intelligente GLENN GOULD - L’ala del turbine intelligente Hot

gouldVolume a tratti molto tecnico, eppure sempre avvicinabile anche dal profano, ovviamente in possesso di un'abbondante passione per la musica ed i suoi meccanismi; raccolta di scritti, articoli, spesso vecchie note di copertina, divertissement letterari, "L'ala del turbine intelligente", dal piglio così narrativo e spassoso, è libro che consigliamo a chiunque voglia immergersi in una sui generis storia della musica, in grado di sostituire (o quasi), con vivacità e scioltezza, saltando o (meglio) fluttuando liberamente da un'epoca all'altra, e da un compositore all'altro, qualsiasi manuale che abbia cercato di raccontare le evoluzioni o involuzioni nel tempo, almeno a partire dalla monodia cristiana, della musica colta occidentale. Non scopriamo nulla di nuovo ovviamente, Glen Gould è stato uno dei grandi protagonisti e interpreti del '900 musicale, e questa postuma antologia di riflessioni, curata dal critico Tim Page intorno alla metà degli anni '80 del secolo scorso, è da tempo un testo di riferimento, ma tentare di ricordare certo non guasta. Figura complessa, dalle manie a dir poco eccentriche, pianista dalla preparazione difficilmente comparabile, musicologo, filologo scrupoloso, e però musicista del suo tempo, il grande solista canadese è stato anche, volente o nolente, una vera e propria icona della cultura popular mondiale. Si pensi solo alle piccole trenta fotografie che lo ritraggono accanto al pianoforte nelle pose più svariate, campeggianti sulla copertina del famoso album Columbia, datato 1955, delle bachiane Variazioni Goldberg (un'istantanea per variazione), opera somma che lo accompagnerà fino alla fine dei suoi giorni, finendo per diventare una vera e propria rappresentazione di una personale arte della fuga definitiva; o al suo prematuro abbandono, tra lo stupore generale, dell'attività concertistica, a soli trentadue anni, per la decisione di dedicarsi esclusivamente al lavoro in studio di registrazione: episodio che certamente aggiunse un ulteriore alone di mistero attorno ad una personalità così sfuggente e nebulosa. Perché, in effetti, Gould, verso la prima metà degli anni '60, sulla scia per altro della cosiddetta generazione degli elettronici alla Bruno Maderna, e parallelamente a quello che di lì a poco avverrà nella popular music (gli esperimenti dei Beatles in sala di incisione, per esempio, dopo l'abbandono - anche da parte loro - della scena concertistica), era giunto alla conclusione che le nuove tecnologie avrebbero in poco tempo preso il sopravvento sulla musica acustica, e che quindi tanto valeva dedicarsi a loro completamente, esplorandone criticamente, senza eccessi, le possibilità. Pianista classico per antonomasia, eppure quanto rivoluzionario, Gould cercò di ribaltare come pochi il conservatoriale, retorico, ridondante "canone" romantico, a favore di una profondità discreta e non egemonica, a dispetto del suo non facile carattere, singolare sintesi di sensibile, quasi maniacale, introversione e forte caratterialità. Suonava il fondativo clavicembalo ben temperato di J.S. Bach al pianoforte (l'inseparabile Steinwaiy CD 318, opportunamente modificato per le sue particolari esigenze), ma senza il pedale del riverbero, come assurdamente avrebbe prescritto l'accademia allora imperante, con quel suo tocco leggero, staccato, stralunato, privo di enfasi. Il suo era un repertorio vasto, che spaziava dall'intero repertorio bachiano (appunto), di cui è stato uno dei massimi interpreti, alle sonate per pianoforte di Arnold Schoenberg, del quale stimava profondamente le qualità compositive, al di là delle sue originali intuizioni teoriche; dalle composizioni di Skrjabin a quelle di Beethoven e Mozart, con la cui istrionica teatralità era in eterno conflitto, fino alla prediletta musica di Felix Mendelssohn, l'unico romantico che ha sempre mostrato di apprezzare davvero, grazie ai toni intimisti, votati ad una sorta di micro variabilità, delle sue partiture. Una sensibilità che non a caso aveva permesso al grande compositore tedesco di riscoprire e letteralmente resuscitare, tra gli anni '20 e '30 dell'800, l'intera lezione bachiana - restituzione culturale e musicale, che produce ancora oggi i suoi positivi effetti. Gould, come detto, era anche un abile scrittore, oltre che uno smaliziato, contrappuntistico, conduttore radiofonico, un critico implacabile, dal "feroce" occhio o meglio orecchio etico, capace di scrivere di musica con rara brillantezza, incisività, genialità (potremmo dire), e sempre in modo estremamente divertente, come questa effervescente raccolta di scritti dimostra compiutamente. A poco più di trent'anni dalla morte, che nell'ottobre del 1982 lo colse nella sua Toronto in una sorta di monkiana solitudine, dopo diversi anni vissuti in uno stato di pressoché totale isolamento - un isolamento che richiamava il silenzio e la solitudine dei grandi spazi nordici canadesi, che Gould inseguiva non appena poteva, attraverso interminabili viaggi solitari in automobile -, lo ricordiamo, senza che incorra una particolare ricorrenza, in questa sua scanzonata, singolare e decisamente liberatoria veste letteraria. (Marco Maiocco)

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