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Miscellanea Articoli miscellanea GEOFF DYER - Natura morta con custodia di sax
 

GEOFF DYER - Natura morta con custodia di sax GEOFF DYER - Natura morta con custodia di sax Hot

GEOFF DYER - Natura morta con custodia di sax

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Titolo
Natura morta con custodia di sax
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L'Einaudi ripubblica questo classico della narrativa e della critica jazzistica, tra i pochi (per la verità) in circolazione, quel "But Beautiful. A Book About Jazz" dello scrittore britannico Geoff Dyer, pubblicato per la prima volta nell'ormai lontano 1991, e tradotto in Italia nel 1993, grazie al meritorio lavoro della Instar Libri, alla quale si deve anche il geniale titolo appannaggio dell'edizione italiana, intestazione in realtà del primo malinconico racconto della serie che compone il volume, dedicato al grande sassofonista Lester Young. Perché, in effetti, i sette coinvolgenti racconti che strutturano il libro, incentrati su alcune delle più influenti figure della storia del jazz (Lester Young, Thelonious Monk, Bud Powell, Ben Webster, Charles Mingus, Chet Baker, Art Pepper), e intercalati da un corsivo sornione con protagonisti Duke Ellington ed Harry Carney ("un autista baritono e il suo duca"), vero e proprio tratto d'unione tra diversi tasselli, tutti appartenenti allo stesso leggendario mosaico, se quadri per un'esposizione non sono, sono certo sfumate fotografie in movimento; immagini vaporose e al contempo minuziose nei loro dettagli, che raccontano di un mondo perduto, disfatto, come disciolto nella pioggia, non la pioggia cosmica del Blade Runner dickiano, ma la pioggia al neon, per dirla alla James Lee Burke, di metropoli tritacarne come New York o Los Angeles. Un mondo intriso di tutta la propria vitalità e naturalezza, ma anche della propria inevitabile decadenza, in qualche modo già cristallizzata, storicizzata, scomparsa (appunto). D'altronde il jazz - Dyer se ne interroga di continuo - è arte che si è sviluppata troppo rapidamente, alla velocità del suono, se non della luce, la cui corsa forsennata ha sventuratamente lasciato sul terreno non poche vittime, innocenti o colpevoli che fossero, complici o meno (il più delle volte, ovviamente) del proprio infausto e drammatico destino. Lungi dal pensare che il jazz sia morto, certo molti dei suoi protagonisti e interpreti, come quelli raccontati in queste avvincenti pagine, a parte Ellington e il suo fidato autista, memoria storica e al contempo avanguardia di questo avventuroso linguaggio, hanno purtroppo consumato le loro esistenze nel breve volgere di una rutilante e febbrile stagione. Le loro figure non si stagliano mitologicamente e paradigmaticamente al di fuori del tempo (troppo umane per essere metafore assolute), ma abitano una fantasmatica dimensione leggendaria, sempre aleggiante, influente, come una filigrana in controluce, della quale sono piena espressione. Se la critica, come sottolineava lo stesso Dyer, non è altro che un tentativo di articolare le proprie emozioni, di spiegare in primis a se stessi per quale motivo un certo suono, un determinato passaggio armonico, una certa atmosfera sonora, rappresentazione dello spirito di un tempo, di una baluginante e fantasmagorica stagione (appunto), come quella mirabilmente rivissuta tra le pagine di questo libro, ci abbia così colpito da ritenere necessario parlarne, per trasmetterne a gran voce l'intrinseco contenuto valoriale, non c'è davvero niente di meglio di un racconto, di una buona letteratura nel senso più nobile del termine, messa in opera da un talentuoso scrittore e competente appassionato di jazz come Geoff Dyer, per veicolare nel modo più appropriato, a tratti magistrale, concetti e impressioni, in grado di restituire al lettore un'intera epoca, sia dal punto di vista etico, che da quello estetico. John Berger, al quale il volume è dedicato, osservatore dello spazio e della sua multidimensionalità, dell'immaginario spaziale, della sua abitabilità e interpretazione, dell'immagine in sé e di quella costruita dall'intermediazione, dell'opera d'arte e della sua fruizione e funzione, sembra interamente rappresentato da questo lodevole tentativo di raccontare un ambiente, i suoi testimoni e protagonisti smarriti nella curva spazio temporale, che si è come chiusa attorno a loro in una morsa stringente, attraverso la sapiente ricostruzione di un'immagine, o più immagini (realizzazione plastica e al contempo fissazione di uno spazio e il suo abitare), non evocate, ma letteralmente inscenate, grazie all'uso mirabile della parola. (Marco Maiocco)

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