
Vasco Brondi, alias Le Luci della Centrale Elettrica
Viviamo in un presente indecifrabile, refrattario ad ogni interpretazione, ipertrofico e multiforme, fatto di schegge impazzite, vetri e specchi infranti che formano un caleidoscopio confuso e dalle stroboscopie accecanti. La sensazione è comunque quella di un vuoto incolmabile, di un’ inevitabile “lunga caduta”, per citare il cinico ed ineffabile don Gaetano, protagonista di un dimenticato e insondabile capolavoro di Leonardo Sciascia: “Todo Modo”. Abbiamo alle spalle un passato recente che sembra lontanissimo, quasi fossile o ectoplasmico, e un futuro incerto avvolto in nebbie troppo dense per essere attraversate: difficile in questo quadro trovare punti di riferimento credibili e figure affidabili. Premessa utile ad introdurre una breve riflessione su questi due lavori usciti di recente allo scoperto dal vorticoso magma dell’ indie-pop nostrano, entrambi debitori della lezione umana e musicale dei CCCP e dei C.S.I. . Del primo, s’è parlato fin troppo, paragonando il giovane ferrarese Vasco Brondi, alias Le Luci della Centrale Elettrica, a Vasco Rossi e ai suoi corrosivi esordi, cui purtroppo si è sostituita poi una vuota e “spettacolare” maniera. E in effetti “Canzoni da Spiaggia Deturpata” testimonia con abrasiva e similare incisività lo stesso disagio di allora. Il grido di Brondi, però, è talmente lancinante e raggelante da smarrire l’autoironia rossiana e quel certo qualunquismo da cui era alimentata per acquistare in consapevolezza e profondità: la sua è la “quieta disperazione” che deflagra in un’esplosione incontenibile e senza speranza. Quella di Brondi, è una voce arrabbiata e filtrata che giunge dall’abisso di una periferia industriale in disfacimento, snocciolando testi caustici e urticanti, e accompagnata dallo sferragliare di una chitarra elettrica potente, sgraziata e per nulla rassicurante.

Offlaga Disco Pax
Speriamo, però, che Vasco Brondi (un destino nel nome?) non sia il nuovo Vasco Rossi: non ne abbiamo bisogno, perché l’urgenza è quella di provare a costruire o ricostruirsi e non giocare all’autodistruzione, salvo poi trovare beatificazione in un mercato favorevole. “Canzoni da Spiaggia Deturpata” rimane, comunque, un album intrigante, stimolante, da non trascurare, ma solo il tempo potrà confermarne o meno le buone intenzioni. Per gli Offlaga Disco Pax, sembra di poter fare un discorso diverso, anche per la maturità dei protagonisti: non più personaggi di primo pelo. I tre componenti del gruppo vengono da Reggio Emilia e, come il corregionale Brondi, riflettono amaramente sulle ceneri e le macerie del nostro tempo, su una sinistra che non c’è più, una società in permanente disgregazione frazionata e frammentata. Il loro, però, è un modo di muoversi più allusivo, ragionato e sarcastico, decisamente più credibile oltre che irrimediabilmente rassegnato. Come l’ottimo “Socialismo tascabile” (Premio Ciampi 2005 per il miglior esordio discografico), anche “Bachelite” si nutre di un post rock elettronico intimo e crepuscolare, che immediatamente richiama alla memoria i Mogwai, su cui fluttua e galleggia, appena udibile, un’inesorabile voce recitante (quella di Max Collini), quasi salmodiante, che, storia dopo storia, brano dopo brano, denuncia la mancanza di un orizzonte, la frustrazione di avere a che fare con un eterno Paese mancato: avvincente. Una banda rivelazione, da ascoltare con attenzione, anche perché capace di divertire oltre che emozionare nel profondo. E speriamo che il prossimo futuro non ci smentisca.
(Marco Maiocco)
{mos_sb_discuss:6}