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Jazz Monografie LA PRIMA VOLTA CHE SENTII A LOVE SUPREME…
 

LA PRIMA VOLTA CHE SENTII A LOVE SUPREME… Hot

Image“La prima volta che sentii A Love Supreme fu più o meno come un aggressione. Per quanto mi riguardava, poteva essere qualcosa che proveniva da Marte o da un’altra galassia. Era come se qualcuno cercasse di parlare a una scimmia di spiritualità o di computer. Insomma era qualcosa di indescrivibile”. Sono parole di Carlos Santana, ma quella sensazione è stata probabilmente condivisa da chiunque abbia ascoltato il disco che John Coltrane incise nel dicembre di quarant’anni fa; anche Ashley Kahn, che né acquistò una copia usata nel 1976 spendendo due dollari e venticinque, dopo averlo messo una sola volta sul giradischi lo dimenticò in un angolo per quasi tre anni.  Oggi, a testimonianza dei ripetuti ascolti successivi, a quel disco ha consacrato un libro iconograficamente ricchissimo (A love supreme, il Saggiatore) e che pur presentandosi come il racconto di uno dei momenti fondamentali della storia del jazz, finisce per ripercorrere tutta la vita e l’arte del suo creatore, uno dei più importanti interpreti della musica del ‘900.

Nativo di Hamlet, una cittadina del North Carolina, ‘Trane’, come fu presto soprannominato per l’incedere inarrestabile delle sue folate sonore (i cosiddetti “sheets of sound”), avrebbe oggi 78 anni: quale musica avrebbe suonato a trentasette anni dalla sua scomparsa, è una domanda cui ovviamente non si può dare risposta. A rendere ancora più ardua ogni possibile ipotesi ci sono le scelte musicali dell’ultimo periodo, testimoniate da dischi come “Ascension”, “Om” o “Kulu Se Mama” o dalla storica tournée del 1966 in Giappone, tappe di un percorso che probabilmente si sarebbe fatto ancora più radicale e assoluto; come ammette Dave Liebman, uno dei suoi pochi e autentici eredi musicali, “l’ultima periodo di Coltrane fu un enigma per tutti, musicisti compresi”. Forse la sua parabola creativa aveva già raggiunto l’apice o forse, come spiegò ad un concerto il bassista Richard Davis ad un allibito Roy Eldridge, uno dei padri della tromba jazz, “Trane è un treno che non aspetta”; e noi, ancora oggi, non riusciamo a tenere il suo passo.Già, lui non aspettava nessuno, nemmeno se stesso, tanto da non accontentarsi mai dei risultati raggiunti; cercò di spingere i limiti del suo linguaggio e del suo mondo costantemente un po’ più avanti, fino a che le sue torrenziali improvvisazioni resero i confini del suo universo musicale sempre più distanti, e per noi ‘umani’, indistinti.In questo fu molto simile a Miles Davis: entrambi non si stancarono mai di sperimentare, spiazzando ripetutamente critica e pubblico. La ricerca del trombettista si sviluppò nel tempo, anticipando modi, ritmi, ‘inventando’ generi; l’esplorazione del sassofonista si dilatò invece nello spazio (non a caso  quattro brani registrati in una delle sue ultime sedute in duo con il batterista Rashied Alì compresi in “Interstellar space”, presero il titolo da altrettanti pianeti del sistema solare) in una dimensione verticale in cui i suoi assoli dissolsero le coordinate cartesiane fino alla loro completa scomparsa. A dividerlo da Miles c’erano profonde differenze caratteriali: tanto guascone ai limiti dell’arroganza uno, quanto schivo e riservato l’altro, peculiarità che, curiosamente, si ribaltavano nella loro musica dove le raffinate e malinconiche sonorità davisiane si completavano perfettamente con le solari e irruenti tonalità del sax tenore di Coltrane. Per questo Davis lo volle con sé per sostituire Sonny Rollins nel 1955, e una seconda volta due anni più tardi per la splendida avventura del sestetto che avrebbe creato “Kind of blue” (ma questo è un altro libro, annota ironicamente Kahn, che a quel disco ha dedicato un volume recensito nel dicembre scorso su Diario). Quando arrivò la chiamata Coltrane veniva da un periodo relativamente oscuro: terminato un ingaggio di diciotto mesi con Dizzy Gillespie, era rientrato a Philadelpia lavorando prevalentemente in orchestrine rhythm and blues o come accompagnatore di lusso di jazzisti che transitavano in città. Il ritorno a New York per suonare con il miglior gruppo del momento, un contratto da leader con un’importante etichetta discografica come la Prestige, l’incontro con Thelonious Monk, con il quale poteva parlare per ore sui modi di interpretare un brano, furono tasselli fondamentali di una crescita straordinaria che, probabilmente, non sarebbe mai arrivata a compimento senza la svolta del 1957. Fu in quell’anno che si disintossicò definitivamente dall’eroina e incontrò un Dio di tutte le religioni che lo guidò verso “un risveglio spirituale”, una vita più ricca, più piena e più produttiva, come egli stesso scrive nelle note di “A love supreme”; da quel momento Trane e la sua musica divennero un punto di riferimento per il mondo del jazz, insieme a Charles Mingus, l’interprete per eccellenza dell’avanguardia, a Ornette Coleman, l’apostolo del nascente free-jazz, all’imperscrutabile Monk e, ovviamente, a Miles Davis. Contemporaneamente agli ultimi mesi trascorsi con lo storico sestetto di “Kind of blue” nel 1959 Coltrane iniziò a incidere per l’etichetta Atlantic. Nacquero dischi come “Giant steps” dove è contenuta “Naima”, poetico omaggio alla prima moglie, “Plays the blues”, “My favorite things”, con Coltrane al sax soprano nell’omonimo brano, uno dei veicoli preferiti per le sue inesauribili improvvisazioni degli anni a venire. Ma il 5 dicembre 1960 la rivista Billboard annunciava la nascita di una nuova etichetta jazz che tanta importanza avrebbe avuto nella vicenda musicale di Coltrane: si trattava dell’Impulse, una sussidiaria della ABC-Paramount che fin dal primo disco (il magnifico “Genius + soul = Jazz” di Ray Charles) si presentò con un’immagine fortemente innovativa: una grafica nero-arancio raffinatissima, la copertina apribile a libro (‘gatefold cover’) riservata fino ad allora solo agli album doppi e un ‘claim’ che enfaticamente annunciava “the new wave in jazz is on Impulse!” (in Italia diventò “la marca discografica che vi offre un panorama discografico del più attuale momento jazzistico”: i nostri pubblicitari erano ancora un po’ indietro). Nonostante tra le prime realizzazioni ci fossero anche dischi non certo commerciali, come “Out of the cool” di Gil Evans, “ai capi non interessava la musica ma le vendite” ricorda Bob Thiele, il produttore esecutivo dell’etichetta che arrivò a far registrare Coltrane di notte pur di non dover rendere conto ad alcuno. Questo spiega l’alternarsi nella discografia del sassofonista di titoli più ‘vendibili’, o perlomeno meno originali (il duo con Duke Ellington o quello con il cantante Johnny Hartman, la raccolta di standard jazz “Ballads”), a progetti nei quali continuava a perseguire la sua originalissima ricerca musicale (“Africa brass” con l’amico Eric Dolphy). Intanto il ‘classic quartet’ aveva trovato la sua formazione definitiva con McCoy Tyner al pianoforte, Jimmy Garrison al contrabbasso ed Elvin Jones alla batteria: dal 1962 avrebbe registrato album come “Impressions”, “Live at Birdland” e soprattutto, tra l’aprile e il giugno del 1964, “Crescent” che molti, ma senza proclamarlo troppo, considerano il capolavoro assoluto del gruppo.Nella vita privata Coltrane attraversava un periodo di grande serenità: dopo aver lasciato la moglie Naima e frequentato una misteriosa amante bianca, aveva incontrato Alice McLeod, una pianista originaria di Boston che nell’estate di quell’anno gli avrebbe dato il primo figlio Jonh jr (e che avrebbe in seguito incrinato l’armonia del quartetto; vi ricorda qualcosa?).Erano gli anni in cui la società nera stava iniziando a far ascoltare la sua voce: la grande marcia del 28 agosto 1963 a Washington, quella del famoso “I have a dream” pronunciato da Martin Luther King davanti a 300.000 persone, rappresentò un punto di non ritorno per l’abbattimento delle barriere razziali negli Stati Uniti.

ImageLa comunità del jazz aveva da sempre subito l’amara umiliazione della discriminazione e da sempre aveva condiviso la lotta per l’emancipazione e la parità dei diritti civili, sia con atteggiamenti pubblici che rifiutavano ogni separazione (celebri quelli di Davis), sia  semplicemente con la musica (dal Max Roach di “Speak brother speak” al Sam Cooke di “A change is gonna come”). Anche Coltrane, che non era certo avvezzo a proclami o manifesti politici, volle esplicitamente dedicare un brano ad un tragico episodio avvenuto una domenica mattina di settembre del 1963 in una chiesa di Birmingham: un’esplosione uccise quattro ragazze nere e un mese dopo al Birdland il quartetto suonava “Alabama”, commossa orazione a ricordo di quella tragedia. L’attenzione del sassofonista si orientava sempre di più verso una spiritualità personale accresciuta dalla continua pratica dello yoga e delle filosofie orientali; vedendolo tornare da uno dei suoi periodi di meditazione ad Alice sembro “come Mosè quando scende dalla montagna”. Pur non essendoci testimonianze che portasse con sé anche le tavole delle leggi, egli stesso affermò che per la prima volta aveva ricevuto l’illuminazione per registrare un’intera suite: “E’ la prima volta che ho tutto, proprio tutto pronto”.Tre mesi dopo, nello studio di Rudy Van Gelder (il più famoso tecnico del suono della storia del jazz, nel libro un inserto è dedicato anche alla sua arte), in due sole sedute venne alla luce “A love supreme”. Si tratta di un disco in cui confluiscono la poliritmia africana, le scale modali, la tradizione orientale, l’urgenza del free, il bebop, il blues e il gospel, una sorta di summa, difficilmente eguagliabile, di tutto il lavoro di Coltrane compiuto in quegli anni.Fiumi di parole sono stati scritti sulle quattro parti (“Acknowledgement”, “Resolution”, ”Pursuance” e “Psalm”) che lo compongono; se un consiglio ci sentiamo di dare è quello di ascoltarle senza troppe ansie interpretative, soprattutto se avete ancora la fortuna di poterlo fare per la prima volta, lasciandovi trascinare dal gong che introduce il disco. Coltrane sarebbe certamente d’accordo: come amabilmente rispondeva a chi rimaneva senza parole di fronte alla sua musica, “se non sai spiegare le differenze in quello che hai ascoltato, le cose che ti hanno impressionato, non dire nulla”. Il disco fu inciso praticamente in diretta nella seduta del 9 dicembre; Kahn ripercorre minuziosamente quelle ore e soprattutto rivela che cosa accadde il giorno dopo quando al gruppo si aggiunse il secondo contrabbasso di Art Davis, e il sassofono bruciante e commovente di Archie Shepp: per anni si fantasticò di quelle tracce che nel 2002 sono apparse in un doppio cd contenente anche la registrazione dell’unica occasione in cui la suite fu eseguita interamente dal vivo, ad Antibes nel luglio del 1965.

Fu proprio questo concerto il canto del cigno del quartetto che già un mese prima si era dissolto negli undici strumentisti di “Ascension”: la sostituzione di McCoy Tyner con Alice nel 1966 (dagli esiti non propriamente equiparabili) e il simultaneo abbandono di Jones, per niente entusiasta di trovarsi affiancato ad un altro batterista, sancirono definitivamente la fine di una bellissima storia.

 Dell’ultimo periodo abbiamo già accennato. La malattia che avrebbe portato Coltrane alla morte nel luglio del 1967 non gli impedì di lasciare ancora alcuni capolavori (il citato “Interstellar space”, “Stellar regions”). Resta da ricordare l’eredità musicale ripercorsa nell’ultimo capitolo del libro: i dischi di Pharoah Sanders, il sassofonista che lo affiancò negli ultimi due anni, quelli di Alice, le centinaia di riesecuzioni che periodicamente riappaiono in dischi jazz e non solo. Questo non significa che siano in molti ad essersi spinti nella direzione indicata da Coltrane: se tanti sono gli musicisti che ne hanno imitato, anche perfettamente, lo stile e la sonorità, pochissimi sono coloro che hanno tentato di proseguire la sua lezione: forse perché oltre non si può davvero andare, o forse perché nel buio dello spazio profondo dove era arrivato lui, servirebbe davvero un’altra illuminazione per vederci qualcosa.  (Danilo Di Termini)

 

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