Lo stesso accade poco dopo in “’Cross The Breeze”, cantata da Kim Gordon, che dopo una lunga parte declamata quasi alla Patti Smith (con parecchia anfetamina in più, se possibile) trova il suo chill out in una lunga chiusa strumentale. Salvo qualche momento incerto (ad esempio “Eric’s Trip”), i suoni scorrono scorrono splendidamente fino alla lunga chiusura di “Trilogy”, autentico tripudio neo-psichedelico che spiega come il sogno a occhi aperti che titola l’album vada piuttosto interpretato come uno stato stuporoso utile a dimenticare la “nation” reale dell’epoca, quella con Ronald Reagan alla presidenza degli Stati Uniti. Arrivare sulla cima significa automaticamente iniziare la discesa ed è ciò che dopo il 1988 è accaduto anche a Lee Ranaldo e compagni. Se in “Daydream Nation” ogni elemento stava al punto giusto e nella dose giusta (inclusa un’inevitabile autoindulgenza), i lavori successivi agiranno in un ambito noise-pop sempre più codificato secondi canoni chic-alternativi. (Antonio Vivaldi)
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SONIC YOUTH - Daydream Nation (Geffen 1988)
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