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I nostri preferiti Rock WOODY GUTHRIE - Dustbowl Ballads (RCA 1940)
 

WOODY GUTHRIE - Dustbowl Ballads (RCA 1940) Hot

ImageProbabilmente il primo album a tema della musica moderna, Dustbowl Ballads è anche un lavoro straordinariamente visivo e vivido, dimenticato a più riprese e a più riprese rivalutato e riscoperto. Woody Guthrie lo incise nel 1940 per la RCA Victor (unica sua esperienza con una major) sotto forma di due raccolte di tre 78 giri ciascuna intitolate Dustbowl Ballads Vol. 1 e Vol. 2. Il materiale venne ripubblicato su Lp una prima volta nel 1950 e una seconda nel 1964, quando la stessa RCA aggiunse ai dodici titoli originari due brani nel frattempo riscoperti. Quella che si ascolta qui è davvero una lezione di storia contemporanea per voce e chitarra. I primi versi di The Great Dust Storm spiegano tutto: “Il 14 di aprile del 1935 ci colpì la peggiore tempesta di polvere che abbia riempito i cieli/ Vedevi la tempesta avvicinarsi/ Una nuvola nera come la morte/ Che scavò un solco spaventoso lungo tutta la nostra possente nazione/ Da Oklahoma City fino al confine dell’Arizona/ Dal Dakota al Nebraska fino al pigro Rio Grande/ Si abbatté sulla nostra città come una pesante cortina nera/ Pensammo fosse il giorno del giudizio/ Pensammo fosse arrivata la nostra ora”. Parole secche e apocalittiche per descrivere la tragedia abbattutasi sulla zona centrale degli Stati Uniti: una sequenza incessante di tempeste di sabbia che duravano giorni e lasciavano i campi coperti di uno strato sterile alto metri e metri. Causato dall’eccessivo sfruttamento del suolo in concomitanza con stagioni particolarmente calde e ventose, il fenomeno ebbe drammatiche conseguenze sociali.

L’impossibilità di coltivare le terre e la morte del bestiame spinse oltre un milione di persone a muoversi in direzione della California, dove i nuovi arrivati furono prima guardati con sospetto se non con disgusto (ricorda qualcosa?) e subito dopo utilizzati per i lavori più umili (ricorda qualcosa anche questo?). La vicenda ispirò a John Steinbeck il romanzo Furore che John Ford trasformò in film e Guthrie sintetizzò negli otto epici minuti di Tom Joad, colonna portante del disco e canzone così lunga per le tecniche discografiche dell’epoca da dover essere divisa in due parti. Il viaggio verso ovest non è solo sequenza di luoghi, ma anche di stati d’animo: disperazione (I Ain’t Got No Home), speranza (Dust Can’t Kill Me), fierezza a dispetto delle umiliazioni subite (Blowin’ Down This Road), rabbia per le sopraffazioni da parte di capi e capetti (Vigilante Man), amara ironia per il denaro che manca (Do Re Mi), malinconia per gli inevitabili commiati (So Long It’s Been Good To Know Yuh). Fra le molte canzoni dell’album destinate a essere riprese da altri artisti (da Pete Seeger a RY Cooder a Christy Moore), la più famosa è anche l’unica a non essere del tutto in tema, tanto da non comparire nei 78 giri originali. Pretty Boy Floyd narra infatti le gesta di una sorta di Robin Hood dell’Oklahoma la cui carriera criminale si svolse fra il 1925 e il 1934. Non fu certo un galantuomo, ma i contadini delle sue parti lo trovavano sicuramente migliore rispetto a tanti banchieri perché “alcuni ti rapinano con una pistola a sei colpi, altri con una penna stilografica”. Anche qui, a parte il tipo di penna, nulla che non si ripeta ancora oggi. (Antonio Vivaldi)

Nota: chi sia interessato ad approfondire l’argomento troverà utili spunti nel bel volume “Le canzoni di Woody Guthrie” (Feltrinelli, 2008) a cura di Maurizio Bettelli
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