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JACKSON C. FRANK - Jackson C. Frank (Columbia/Castle 1965) Hot

Image “Vivere è un gioco d’azzardo, bambina”. Così cantava il ventiduenne Jackson C. Frank nella sua canzone più famosa, Blues Run The Game. Di per sé la frase suonerebbe parecchio presuntuosa non fosse che Frank all’epoca poteva davvero dirsi vivo per miracolo (l’esplosione di una caldaia nella scuola media da lui frequentata aveva ucciso molti suoi compagni lasciandolo gravemente ustionato). Quelle parole suonano anche come presagio delle infinite sventure a venire: un figlio morto in giovanissima età, una depressione scambiata dai medici per schizofrenia e curata nel modo più sbagliato, un colpo di pistola che lo rende cieco da un occhio, ricoveri in ospedali psichiatrici, anni di vita in strada e così via fino alla morte per polmonite nel 1997. Un florilegio di disgrazie davvero unico di fronte a cui le disavventure artistiche possono essere considerato un corollario (o una delle tante concause). Eppure, per un breve periodo fra il 1965 e il 1966 Jackson C. Frank è artista e personaggio stimato e rispettato. Magari ritenuto anche fortunato. Ricevuti centomila dollari (una cifra ai tempi enorme) come indennizzo per l’incidente scolastico, Frank si trasferisce dagli Stati Uniti a Londra, all’epoca una vera mecca per tutti i musicisti armati di chitarra acustica e buoni principi. Si fa subito notare per la bella voce, la bella presenza e per una canzone che incanta chiunque la ascolti, Blues Run The Game, appunto (la canteranno, fra gli altri, Simon & Garfunkel, Bert Jansch, John Renbourn, Sandy Denny e Nick Drake).
Trova in breve un contratto discografico e incide la sua opera prima (e unica) con Paul Simon, all’epoca non ancora famoso, come produttore e un’altra futura celebrità, Al Stewart, come occasionale strumentista. E’ un album per sola voce e chitarra con tutti i pregi e difetti del folk di metà anni ’60 (la canzone ‘politica’ Don’t Look Back è fra tutte la più enfatica e datata), ma è anche capace di alternare vigore (Yellow Walls) e delicatezza (Milk And Honey), epicità (My Name Is Carnival) e desolazione (You Never Wanted Me) come pochi altri lavori contemporanei hanno saputo fare. Riascoltato oggi, funziona ancora piuttosto bene proprio per la bellezza e la varietà delle melodie, per la passionalità senza esagerazioni della voce e per la sua fusione di tonicità americana e autunnalità britannica. Poteva essere l’inizio di una brillante carriera, ma già due anni dopo la musica giovane aveva preso strade più dure ed elettriche, facendo sì che Frank, ritrovatos prematuramente messo da arte, decidesse di ritornare in patria per andare incontro al destino di cui si è detto. Nella sua veste originale l’album comprendeva dieci brani. Successive riedizioni in cd (fra cui una della Mooncrest del 1996 reintitolata Blues Run The Game) comprendono anche cinque tracce demo registrate nel 1975 per un disco mai andato oltre la fase embrionale. Si tratta di melodie piuttosto belle a dispetto della loro nudità e di una voce già deteriorata e che danno la misura del talento dell’artista. Esiste anche una ristampa in doppio cd contenente molto altro materiale fra cui alcune session (assai inquietanti a detta di chi le ha ascoltate) di metà anni ’90. (Antonio Vivaldi)
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