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ROCK IN IDRHO 2011 - Una recensione antropologica ROCK IN IDRHO 2011 - Una recensione antropologica Hot

ROCK IN IDRHO 2011 - Una recensione antropologica

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ROCK IN IDRHO 2011
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Un fatto sociale totale – diceva Marcel Mauss – è un qualcosa che da solo riesce a spiegare il comportamento della collettività a vari livelli, e in questi senso un concerto rock è sicuramente un fatto sociale totale per la comunità di ragazzi che si riuniscono sotto il sole, già alle prime ore del mattino, per ascoltare i loro idoli. Innanzi tutto c'è il sentimento di aggregazione, la sensazione unica di far parte di uno stesso gruppo coeso, con le sue regole, la sua lingua, i suoi totem, le sue formule segrete. 15 giugno 2011, davanti ai cancelli della Fiera di Milano Rho, sull'asfalto bollente, ci sono ragazzi di Milano che comunque si sono svegliati alle 4 del mattino per essere in postazione già alle 9 (tanto per andare sul sicuro), un gruppetto che riassume l'allucinante odissea aeroportuale dalla Sardegna, qualche romano riconoscibile dall'accento... Qui davvero si vede l'Italia unita alcuni mettono al massimo il volume dell'mp3 player per condividere con gli altri le canzoni dei Foo Fighters, che si esibiranno come headliner del Rock in IdRho. Altri parlano della possibile scaletta, ricalcata su quelle presentate dalla band in altri festival in giro per il mondo, ma c'è anche chi collassa in uno stato di sonno incosciente e chi tenta di leggere un libro per la scuola. Il calore, che aumenta col passare delle ore, non consente di concentrarsi e anch'io faccio fatica a seguire le pagine di Stella sugli emigrati italiani in America o a scrivere qualche appunto sul mio quaderno di campo. E le zanzare, grosse come elicotteri, non migliorano la situazione. Come sempre allora la frustrazione si sfoga sul personale di sicurezza, che certo non attira simpatia. Rimangono dietro alle transenne bevendo acqua fresca e si divertono a far alzare tutti, pur sapendo che ritarderanno di due ore l'apertura prevista per mezzogiorno. Salgono la temperatura e il nervosismo e gli sfoghi della folla assumono sgradevoli toni razzisti verso una delle guardie che, essendo nero, viene invitato a tornare a vendere braccialetti in spiaggia, e persino una ragazza cinese viene impietosamente presa di mira perché non riesce a capire dove si deve fare la fila. Alle due passate è fisicamente impossibile resistere per lo sprint di 500 metri necessario per assicurarsi una posizione favorevole sotto il palco, nel pit – eccolo il gergo che lega i giovani, ecco una parola che più di altre suggerisce l'idea di umanità vicina, accalcata, primordiale. La gente corre per un po' e poi diminuisce la velocità, il galoppo entusiasta diventa trotto e poi passo scoraggiato. Fino alla fine del rettilineo fiancheggiato di docks, quando si cominciano ad intravedere i classici stand che vendono birra e piadine, magliette e poster, e sul fondo, IL PALCO.
Non sembra vero essere così vicini alla meta. E i primi mille, come in un concorso a premi alla Gastone, hanno diritto d'accesso nell'area direttamente sotto l'imponente scenario. Un piccolo sforzo, qualche saltello sconnesso e mi piazzo in seconda fila, un po' di lato, dove si spera che il pogo – altro concetto chiave della grammatica del rocker – non sia troppo violento.

A sorpresa si inizia alle 15 con un gruppo esordiente italiano che, forse nell'emozione di trovarsi di fronte una folla così numerosa, dimentica di dire il proprio nome. Sono davvero bravi, con un rock compatto e ben suonato, insieme duro e beatlesiano ma... Chi saranno? Unico indizio, lasciato come la scarpina di Cenerentola, il titolo di un brano da provare a cercare sulla rete. Ecco... dai motori di ricerca emerge qualche traccia: una serie trasmessa solo sul web, un progetto nuovo e dirompente che parla di ordinari non-supereroi con un pizzico d'ironia e di creatività italiana incarnazione di una generazione di spettatori virtuali e senzienti, e finalmente un nome. About Wayne. Mentre gli Outback quasi inosservati, i Ministri si rivelano interessanti. Canzoni in italiano con testi politicamente scorretti e costumi ancien régime con le giubbe aperte. Non avendoli mai ascoltati prima il primo paragone che mi passa per la testa è coi romagnoli Nobraino, ottima scoperta del circo di Serena Dandini, i Tre Allegri Ragazzi Morti – con il loro nichilismo fumettistico – i deliranti Cop shoot Cop (avete presente il video di 10$ Bill con la sua banda sgangherata?)Tra un'esibizione e l'altra c'è tempo per qualche pausa per riprendere fiato. Ne approfitto per osservare le persone intorno a me e i loro mille tatuaggi: un teschio trafitto da spade sanguinati, gli ideogrammi del segno della vergine impressi sulla schiena di un gigantesco metallaro, un piccolo koala sulla spalla di una biondina, ogni disegno esprime un pezzetto della vita di chi lo mostra, in una ricchissima semiotica del corpo, quasi tribale, che – ancora una volta – sottolinea le analogie nella differenza.
Fin quasi alla fine della serata è possibile sedersi e riposare la schiena e le gambe, anche se ovviamente ogni ora che passa lo spazio si fa più stretto e cresce la spazzatura disseminata sul cemento. I momenti di quiete sono fondamentali per aumentare la tensione adrenalinica del pubblico. Ne sapeva qualcosa Jim Morrison che, con i suoi lunghi silenzi drammatici, univa le idee Jung sulla psicologia delle masse agli studi sulla Commedia dell'Arte; e così un live si trasforma in teatro e il teatro diventa un'altra chiave per svelare meccanismi che muovono le persone che si sono riunite per vedere degli idoli, per sentire un oracolo e tornare a casa con un'esperienza in più e il cervello pieno di suoni: Tick Tack Boom! Una progressione che unisce tempi, modi e mode diverse. Gli svedesi Hives si presentano in abiti da cerimonia – con tanto di cilindri e frac – e fonici in costume ninja: un target adolescenziale, certo, ma passa comunque l'energia di uno spettacolo a tutto tondo retto dal carismatico cantante Howlin' Pelle che incita continuamente i gentlemen e le ladies. Dobbiamo farci sentire anche noi! Il rock non è soltanto una cosa da uomini! Urliamo "Yeah!" con tutta l'anima!
E poi la scossa finale! Iggy, di nuovo con gli Stooges, è fenomenale! L'iguana si dimena, si agita, salta corre (ma come faranno quei pantaloni di pelle a non cadere?) e riporta le lancette indietro senza nessuna forzatura da "operazione nostalgia", solo puro punk, un Potere Grezzo lontano dall'allegria della fisarmonica distorta in versione Oi! dei Floggin' Molly, dal loro violino irlandese e dai potenti giri di basso innaffiati di Guinness. Oggi come nel 1973, Seek & Destroy trasmette disperazione, forza, eccitazione. Ogni movimento, ogni urlo viscerale smuove il fondo delle coscienze e richiama la rabbia e l'energia sessuale, che si incontrano e si fondo nelle pose e nei concetti: I wanna be your dog.
Sono i Foo Fighters a spiegare lo spettro completo delle emozioni. Con una scaletta complessa e articolata che va dalle ballate ai pezzi più veloci, Dave Grohl dimostra ancora una volta di sentirsi davvero a proprio agio sul palco. Racconta dei suoi legami con Milano fin dai tempi pre-Nirvana ma chi sperava di vederlo alla batteria resta deluso anche se Taylor Hawkins di conferma un ottimo musicista, fulminante o delicato, e capace di improvvisare à la Bonham. I vecchi successi cambiano pelle, si sviluppano assoli inaspettatamente rock-blues (I'll Stick Around, Stacked Actors) e nascono atmosfere e struggenti nell'arrangiamento per chitarra e voce di Times like These, quando tutto il pubblico accompagna le parole. Un filo che conduce alla semplicità di Skin & Bones e al rapporto speciale di Grohl con la Virginia, la sua terra del rifugio.
Prima e dopo. I concerti si configurano come i grandi viaggi, quelli che arricchiscono e cambiano. Si torna a casa con un piccolo bagaglio di aneddoti da raccontare. La partenza. L'evento. Il ritorno. Eric Leed ha studiato le alterazioni della personalità indotte dalle tappe di un viaggio; Joseph Campbell ha spiegato la genesi dell'eroe attraverso la sua odissea ma qualcuno ha mai provato a cercare una lettura antropologica nel diario di un rocker. Quando si arriva a casa stremati dopo un live, si contano i lividi lasciati dal pogo e si mettono insieme le mille avventure della notte, mentre il concerto vero e proprio si trasforma in un nucleo indistinto, troppo denso per poterlo narrare nei particolari. Nel mio caso, dopo la formidabile performance dei Foo, l'ultima metropolitana stava già partendo mentre io ero ancora persa nel gorgo di folla che si dirigeva all'uscita, senza nemmeno il tempo di dare un'occhiata alle magliette e perdendo la possibilità di accaparrarmi un altro ricordo per la mia raccolta di souvenir da indossare.
E poi un rimpianto in più: nella confusione ho perso il cappello! da qualche parte devo aver sentito che i berretti vanno e vengono, entrano ed escono nella vita di una persona come fossero creature vive che scelgono il loro padrone. (Chi lo ha detto? Forse Amélie Nothomb, grande collezionista di copricapo strambi) La calca si ammassa nella stazione minacciando una sommossa, i quattro addetti del servizio trasporti sono costretti a richiamare un treno. Si sale, tutti diretti verso Milano centro, senza un'idea precisa della destinazione finale. Alcuni dormiranno da amici, altri cercheranno un centro sociale dove tirare fino a mattina. Il mio obiettivo è la stazione ferroviaria. La prospettiva di andare a piedi alle 2 di notte sulla circonvallazione deserta non è invitante e per fortuna qualcuno fa circolare la voce di un autobus che dovrebbe arrivare. Aspettiamo accovacciati sul marciapiede.
La stazione è illuminata. E chiusa un massiccio edificio del Ventennio circondato di disperati infagottati nelle loro coperte sporche e individui sospetti che concludono affari sul piazzale, sotto i lampioni malaticci. Due poliziotti passeggiano all'interno, sempre col loro passo vagamente marziale. Busso.
"Ce l'hai il biglietto? Ehi scusa, ma sei da sola? Quanti anni hai?" Facce incredule. Forse se fossi stata straniera non mi avrebbero lasciata entrare.
Mi sistemo appollaiandomi su una scomodissima seggiolina d'alluminio di fronte a quella che una volta era la sala d'attesa. Adesso c'è un negozio di dolciumi e una succursale multi-piano di Feltrinelli: questione di marketing, suppongo. Questione di lifting urbano in vista di un Expo fallimentare. Riesco persino a stendermi un po' con le gambe sotto il bracciolo ricurvo ma sono in una posizione troppo precaria per dormire davvero. E le lampade intorno sono troppo bianche per riposare. Accanto a me c'è una coppia di ragazzi con le t-shirt del Rock in IdRho. Lei si sistema con la testa sul grembo di lui ma poi decide di sdraiarsi sul pavimento di marmo. La imito ma un vigilante mi sveglia alle 5 del mattino per rimettere ordine in questa massa scomposta così poco bella da vedere.
E poi il treno: un regionale che sembra eterno La piattezza infinita della pianura, e le prime montagne che segnano il confine ligure. Di nuovo la dolcezza delle colline e un profumo d'aria conosciuta, ma la gioia sottintesa alla fine dell'avventura è velata di stanchezza e da sottili preoccupazioni come per Ulisse vinto dal sonno sulla rotta per Itaca: Sarò davvero a pochi chilometri da casa? È necessario che avverta che sto arrivando sana e salva, o è meglio percorrere l'ultimo tratto di strada, salire le scale, aprire la porta con la chiave pian pianino? Tutti erano preoccupati per me – anche se la magia della tecnologia garantiva una costante copertura dell'assenza – ma, mentre l'adrenalina si deposita nel cuore, ogni tassello riprende il suo posto nella storia che tento di ricostruire perché i miei familiari sappiano e dividano con me l'incanto di una giornata lunga un secolo. (Elena Colombo)

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ROCK IN IDRHO 2011 - Una recensione antropologica
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