Radio Disco Club 65

Blue Morning di Dario Gaggero

Buongiorno a tutti e benvenuti a una nuova puntata di Blue Morning in compagnia di Dario Gaggero, che poi sarei io.

Partiamo subito a mille con un chitarrista già citato di sfuggita su queste pagine: Magic Sam e la sua 'I don't want no woman' (presa a prestito dal repertorio di Bobby Bland) dall'album 'West Side Soul':

Influenzato da Sonny Boy Williamson e sideman di lusso in storici brani di Bo Diddley e Muddy Waters, il Chicagoano Billy Boy Arnold è stato protagonista di una carriera solista dagli esiti alterni.
Oggi lo sentiamo in una storica session inglese del 1977, accompagnato dai Groundhogs di Tony McPhee.

A lungo accasato con la storica etichetta Stax (anche come autore – sua, ad esempio, la celebre 'Born Under A Bad Sign' portata al successo da Albert King) William Bell è stato un interprete sottovalutato e i suoi album anni '70 sono decisamente da riscoprire. Difatti diversi suoi brani sono stati oggetto di sample e remake da vari interpreti 'moderni' di R&B (Kanye West, Ludacris...). Sentite la seducente 'I forgot to be your lover' dal LP 'Wow...William Bell' (1971).

Affermatosi nell'area di Los Angeles con brani dallo scatenato ritmo boogie, il pianista e cantante Amos Milburn legò inizialmente il suo successo all'etichetta Aladdin e fu tra gli ispiratori di futuri astri del rock'n'roll come Little Richard e Chuck Berry. Questa è la sua classica 'Down the Road Apiece':

Sam Chatmon è stato per breve tempo membro dei Mississippi Sheiks negli anni '20 (leggendaria formazione blues capitanata dal fratello Bo Carter) ma è rimasto inattivo sino alla fine degli anni '60, mantenendo intatte certe caratteristiche che rimandano direttamente alle radici del blues. Lo storico musicologo Alan Lomax lo andò a trovare nel 1978 nella sua casa di Hollandale nel Mississippi, regalando ai posteri brevi video di intima bellezza.

E' tornato il momento di ballare! Più fortunato come autore (sue le ultra-coverizzate 'Sticks & Stones' e 'Leave My Kitten Alone', ad esempio) Titus Turner ebbe anche una valida carriera di interprete, che lo vide ondeggiare in quel mare magnum che parte dal jump blues e arriva al soul.
Eccovi la scatenata 'Hold your loving':

I Dells (partiti negli anni Cinquanta come El-Rays) sono un gruppo vocale che ha legato la propria carriera a brillanti interpretazioni di brani lenti e sensuali (dalla celebre ‘Oh, what a night’ del 1956 ai successi in campo soul della fine degli anni ’60). Qui li vediamo in una toccante interpretazione live di ‘Stay in my corner’.

Bill Gaither (rinominato 'Leroy's Buddy' alla morte di Leroy Carr - un po' per l'evidente similarità stilistica e molto come mossa pubblicitaria, probabilmente) fu un bluesman di grande successo negli anni precedenti la Seconda Guerra Mondiale, con oltre 100 incisioni a suo nome su etichette come Okeh e Decca.
Peccato oggi non lo ricordi praticamente nessuno, complice forse il fatto che fu ignorato dall'ondata di blues revival che fece tornare in auge molti suoi contemporanei.
Ascoltiamolo in 'Mean Devil Blues':

Dopo aver inciso alcuni singoli nei primi anni '60 Little Joe Washington è rimasto sempre ai margini della scena musicale di Houston, riproponendosi all'attenzione del pubblico con un paio di album alla fine degli anni 2000.
Questo strumentale latineggiante à la Freddie King è del 1963.

Pianista decisamente sfortunato (perse l'uso di una mano in undrammatico incidente d'auto) Roy Hawkins legò la sua fama ad una serie di raffinati blues tipici dello stile west coast dei primi anni '50. Ebbe però miglior sorte come autore, dato che molti brani da lui composti furono portati al successo nelle decadi successive da alcuni dei più importanti interpreti della black music.
Questa, ad esempio, è la versione originale di 'The Thrill is Gone':

Per lo spazio dedicato all'Italia vi propongo oggi Tolo Marton, un veterano ancora oggi sulle scene.
Una carriera lunga e variegata (dal rock blues delle prime band giovanili all'esperienza con le Orme, dalla band di Toffoletti ai riusciti lavori come solista) che lo ha visto distinguersi anche al fianco di rockstar di caratura internazionale.
Lo sentiamo qui nell'Hendrixiana 'Fought to Change', tratta dall'album 'Dal Vero'.

One-man band dal repertorio vastissimo (dal folk al blues, dal pop agli spiritual) Jesse Fuller aveva un suono e uno stile davvero peculiari, anche in virtù dell'utilizzo di strumenti autocostruiti tipo la mitica 'Fotdella' - una specie di contrabbasso a pedale.

La puntata sta per finire: vi lascio con Otis Rush e la sua risposta alla classica 'Tore Down'.
Ci vediamo la settimana prossima!
D.

 

La (mezz)ora dell'ignoranza di Diego Curcio

Chi l'ha detto che il punk è una roba da bianchi? Certo, questa controcultura è esplosa soprattutto tra i cosiddetti "white trash", i proletari caucasici americani, e i giovani sbandati - sempre di pelle bianca - dei bassifondi londinesi. Però poi si è estesa a macchia d'olio in tutto il mondo, arrivando anche in Sudamerica e in Africa. Inoltre essendo il punk una musica fatta da emarginati, molte minoranze (compresa quella afroamericana e in California, come abbiamo visto nella puntata precedente, quella di origine messicana) hanno abbracciato questo "movimento" facendone parte attivamente. Magari portando in dote anche qualche suono più black (con il post punk, poi, l'intreccio fra musica nera e rock bianco è aumentato sempre di più). Ma bando alle ciance, in quest'Ora dell'ignoranza ho deciso di parlare delle punk e hc band nere. Gruppi incredibili, che hanno fatto la storia di questa controcultura. Partiamo dai Death, addirittura una band proto-punk di Detroit. Per anni sono rimasti un culto per pochi, ma da qualche tempo, grazie a una serie di ristampe, sono tornati a prendersi il posto che si meritano nella storia del rock. Questa è "Keep on knocking" del 1975.

Altra band incredibile, coetanea dei Death, è quella dei Pure Hell (sempre nomi tranquilli, he). Loro erano di Philadelphia, ma si sono presto trasferiti a New York dove hanno suonato con tutte le teste di serie del primo punk della Grande Mela. Erano di casa al Cbgb's e al Max's, ma non avendo mai inciso un vero e proprio album (come i Death) sono scomparsi nel calderone delle meteore. Eppure avevano un suono pazzesco, furioso, ma al tempo stesso tecnico, con molte influenze hendrixiane. Il loro batterista era soprannominato spider (ragno) perché sembrava avesse otto braccia. Questa è "I feel bad".

Non si può parlare di "black punk" (o hc) senza menzionare i più grandi di tutti (in senso amplissimo, mica solo per questa sottocategoria): i Bad Brains. Chi non li conosce vada subito a ripassare. Venivano da Washington e hanno pesantemente influenzato la scena della Capitale poi riunita attorno alla Dischord. Sul più bello però si sono trasferiti a New York facendo altri sfracelli. Suonavano velocissimi e alternavano pezzi di hc furioso e brani reggae. Un gruppo immenso, che soprattutto nei primi 3 album ha davvero scritto la storia della musica. Questa è l'epica "Pay to cum".

Poly Styrene, cantante degli ottimi X-Ray Sex - siamo sul fronte inglese del primo punk - era di origini somale (per parte paterna). Morta purtroppo 9 anni fa è stata un personaggio cardine della scena londinese, grazie alla sua voce penetrante e alla sua fisicità davvero unica (macchinetta per i denti e travolgente tenuta del palco). Invece di mettere il classico "Oh bondage! Up yours!" ho deciso di optare per la semi ballata "Germ free adolescents" che dà il titolo al primo album degli X-Ray Spex: un disco capolavoro.

Questa volta facciamo un salto in avanti e arriviamo ai giorni nostri. Tra le punk-hc band più genuine e politiche in circolazione ci sono i miei amatissimi Downtown Boys di Providence. Il gruppo è guidato dalla cantante latinoamericana Victoria Ruiz, che in alcuni brani usa anche lo spagnolo, insieme all'inglese. Dal vivo sono una forza (li ho visti con l'amico Luca Calcagno e mio fratello) e, per certi versi, ricordano gli X-Ray Spex (forse per l'uso incredibile del sax, uno strumento apparentemente poco punk). Questa è "A wall", da "Coast of living" del 2017, che parla del muro di Trump e non solo.

I National Wake sono una seminale band sudafricana che, a fine Settanta, ha abbracciato il punk e ha lottato contro l'apartheid. Un gruppo multiculturale che mescolava rock'n'roll e musica nera, con testi impegati e un tiro micidiale. Sono durati pochi anni, fino al 1982, ma hanno lasciato un segno indelebile. Recuperate la raccolta con la loro discografia intitolata "Walk in Africa". Il pezzo che è ho scelto è "International news".

I Los Illegals avrebbero potuto trovare posto nella puntata precedente su Los Angeles. E invece eccoli qui come rappresentanti del punk non bianco, versante latinoamericano. Ruvidi e taglienti, questi quattro ragazzini dei sobborghi malfamati della Città degli angeli erano guidati dall'artista murale Willie Herron, che cantava, qualche volta anche in spagnolo. In bilico tra la prima e la seconda ondata punk californiana i Los Illegals furono pure protagonisti di un servizio della Rai italiana sulla musica della Los Angeles anni Ottanta, cercatelo su Yuotube... Questa intanto è "El-Lay" del 1981.

Anche loro chicani di Lo Angeles, ma pionieri del crossover tra punk e metal (e un pizzico di rap) i Suicidal Tendecies sono guidati da Mike Muir. Un bilico tra gang di strada e gruppo punk-hc, nel 1983 hanno esordito con un disco omonimo memoriabile pubblicato da Frontier. Suoni sgraziati e pestoni, melodie sporche e tanto furore. Solo qualche mese prima i lettori di Flipside li avevano votati come peggiore band e peggiori stronzi. Poi si sono dovuti ricredere. Questa è "I saw your mommy"

Non si può parlare di "black punk" (o hc) senza menzionare i più grandi di tutti (in senso amplissimo, mica solo per questa sottocategoria): i Bad Brains. Chi non li conosce vada subito a ripassare. Venivano da Washington e hanno pesantemente influenzato la scena della Capitale poi riunita attorno alla Dischord. Sul più bello però si sono trasferiti a New York facendo altri sfracelli. Suonavano velocissimi e alternavano pezzi di hc furioso e brani reggae. Un gruppo immenso, che soprattutto nei primi 3 album ha davvero scritto la storia della musica. Questa è l'epica "Pay to cum".

Tornando all'attualità, l'anno scorso è uscito il disco di debutto dei 1865 - data del Proclama di emancipazione - band "all black" dal tiro punk e non solo. Alla voce c'è Honeychild Coleman, un'altra donna che porta avanti la tradizione del punk nero al femminile. L'album di cui vi parlavo poco fa si intitola "Don't tread of we!" e questa è "Runaway bride".

Chiudo questa puntata dell'Ora dell'ignoranza con un gruppo parecchio ignorante ma divertente: i Manic Hispanic, una band che reintepreta - cambiando testo e titolo - grandi classici del punk in versione "messicana". E così "Sheena is a punk rocker" diventa "Creepers is a lowrider" dall'album "Mojo goes to jr. College". Nella band militano alcune "stelle" del punk americano di origine messicana, compreso il compianto Steve Soto degli Adolescents. A martedì!

La Musica di Antonio fra Acqua Santa e Demonio di Antonio Vivaldi

Quattordicesima puntata della "Musica di Antonio (Vivaldi) fra Acqua Santa e Demonio", come sempre dai microfoni virtuali e virtuosi di Radio Discoclub65. Oggi una piccola variazione rispetto al format classico. I pezzi da album di pubblicazione recente (o prossima) sono quattro. Al posto della consueta ristampa un nuovo brano importante ma uscito solo in rete. In chiusura si ritorna al solito titolo fuori sincrono'. Intanto la sigla.

SUFJAN STEVENS & LOWELL BRAMS - THE RUNAROUND
Ci sono stati gruppi formati da fratelli (Everly Brothers), da fratello e sorella (Carpenters), da tre sorelle-gemelle (Haden Triplets) da nipoti e zii (Clannad). Ma il rapporto di parentela in musica più interessante è quello fra Sufjan Stevens e Lowell Brams: figlio e patrigno. Aporia è la seconda collaborazione fra i due ed è un disco ambient, lontano dunque dallo Stevens cantautore, quello che in Italia molti hanno conosciuto grazie al film "Chiamami per nome".

SONGDOG – G-FLAT GUMBO
Caro leader Balduzzi, posso approfittare del programma per ordinarti A Happy Ending (un titolo di buon auspicio ci vuole) dei Songdog? Sono gallesi, sono arrivati all'ottavo disco e – causa il logorio della vita moderna di prima - mai mi ero accorto di loro. La domiciliarità coatta ha i suoi vantaggi.

BOB DYLAN – I CONTAIN MULTITUDES
A pochi giorni da Murder Most Foul una nuova 'emissione' solo online da parte di Bob Dylan, meno torrenziale e più melodica della precedente. Costretto a casa, senza poter fare concerti, forse Zimmy si annoia e fa uscire canzoni. Speriamo siano il preludio di un nuovo album di materiale or

MARK LANEGAN – SKELETON KEY
Torniamo alla musica 'fisica' portandoci avanti con un disco in uscita l'8 maggio, Straight Songs Of Sorrow, di uno dei nostri tenebrosi preferiti, Mark Lanegan. Che per quel giorno si possa... No, per scaramanzia non diciamo niente.

PEARL JAM – DANCE OF THE CLAIRVOJANTS
Dopo Mark Lanegan ecco altri musicisti nati con il grunge, ma che poi hanno vissuto una vita decisamente più agiata. Gigaton è stato l'album con i Pearl Jam hanno interrotto un silenzio discografico durato sette anni. Il suono è sempre quello potente e amato dai fans. Qualche piccola novità in chiave quasi pop la offre questa" Danza dei chiaroveggenti".

MAZZY STAR – FADE INTO YOU
Il 24 febbraio ci ha lasciato David Roback, uno dei grandi della seconda ondata psichedelica statunitense: Rain Parade, Opal, Mazzy Star i gruppi da lui guidati. L'ho intervistato due volte, a distanza di molti anni l'una dall'altra, sempre insieme a Hope Sandoval, sua compagna di vita e arte nei Mazzy Star. Dire che fosse un cordialone sarebbe una forzatura, ma ormai non è così importante. Un saluto da Antonio Viva

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