Opinione scritta da Marco Maiocco

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2013-10-09 19:19:34 Marco Maiocco
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Marco Maiocco Opinione inserita da Marco Maiocco    09 Ottobre, 2013
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2013-10-03 19:57:43 Marco Maiocco
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Marco Maiocco Opinione inserita da Marco Maiocco    03 Ottobre, 2013
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2013-09-26 19:31:51 Marco Maiocco
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80
Marco Maiocco Opinione inserita da Marco Maiocco    26 Settembre, 2013
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2013-09-22 18:38:48 Marco Maiocco
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85
Marco Maiocco Opinione inserita da Marco Maiocco    22 Settembre, 2013
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Decimo capitolo della leggendaria bootleg series dylaniana, con registrazioni inedite, distribuite su un paio di nutriti dischetti, accompagnati dal solito splendido libretto, comprese fra il 1969 e il 1971. Sarà l’ignoranza crassa, la pigrizia, o l’incipiente demenza senile, ma non abbiamo voglia o non siamo in grado di spiegare alcunché, ammesso che ce ne sia bisogno. Ci limitiamo a consigliare vivamente di ascoltare questo ennesimo (e per fortuna!), prezioso ed emozionante documento sonoro che sul piano musicale fotografa il menestrello o messaggero errante di Duluth (Minnesota) felicemente sospeso tra i “Basement Tapes” e i suoi primi anni ’70, da “New Morning” a “Planet Waves”, passando per il “Nashville Skyline”. E pensare che proprio nel 1969 Dylan stava meditando il ritiro, dopo il terribile incidente in motocicletta e la delusione per le eccessive critiche, nella seconda metà degli anni ’60, alla sua epocale svolta elettrica, che come un’incontenibile “pietra rotolante” aveva letteralmente scaravoltato il mondo della popular music e non solo. Una decisione, quella dell’abbandono, che fortunatamente non ha mai avuto luogo, come ancora una volta testimonia questo nuovo doppio reperto, e (come) recentemente dimostrato dallo stesso “Tempest”, ultimo fluviale e tracimante disco in studio. Ma stiamo parlando troppo, e queste sono notizie biografiche fin troppo trite e inflazionate. Spazio alla musica, quindi, a questo intenso e profondo racconto americano, che in sé, tra le sue maglie armoniche, riesce a custodire, senza esagerazione, gran parte di storia dell’umanità. Buon divertimento, nel senso più nobile del termine.

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2013-09-22 18:36:30 Marco Maiocco
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80
Marco Maiocco Opinione inserita da Marco Maiocco    22 Settembre, 2013
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Per essere un “semplice” texano, nativo di Austin, Bill Callahan si dimostra sempre fin troppo sofisticato, senza per questo volergliene ovviamente. Il suo raggomitolato e intimista alternative country, costituito da una notevole vena compositiva dal carattere postmoderno e profondamente crepuscolare, e privo di un richiamo tangibile, se non in senso metaforico, alla vastità degli spazi dell’ancora frontaliero e insidioso sud ovest americano, potrebbe tranquillamente essere prodotto dall’europea Glitterhouse dell’introspettivo Kris Eckman. In questo “Dream River”, però, l’ex Smog, fino a qualche tempo fa il significativo pseudonimo di Callahan, sembra trovare un maggiore equilibrio, quasi una nuova serenità, soprattutto rispetto al precedente “Apocalypse”, album rappresentativo di una vera e propria disperata e lugubre rassegnazione. E in effetti le avvolgenti otto articolate e sussurate ballate, che compongono quest’ultimo magnetico progetto, dall’andamento quasi jazzy (nel senso buono del termine, privo di frivolezze), newyorkese (potremmo dire), scorrono placide, senza intoppi, intrise di una sorta di indolenza leggiadra, pur risalendo dalle cavernose profondità di qualche canyon scavato nella roccia dalle ostinate e sedimentarie acque del fiume Colorado. In un ambiente rarefatto e al contempo tellurico, dialogano con l’inconfondibile voce di Callahan, baritonale e soffusa, quasi fosse uno sciamanico Nick Drake delle praterie, le coloristiche e sperimentali corde della chitarra elettrica di Matt Kinsey, le percussioni lontanamente caraibiche di Thor Harris, il fiddle di Chojo Jacques e lo straniante flauto di Beth Galiger (ma non solo, come può immaginarsi). Un ottimo viatico per uscire definitivamente dal guscio e inoltrarsi con coraggio negli sconfinati territori dell’ex comancheria. Lunare.

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