Radio Disco Club 65

Profumo di colla bianca di Mauro Costa

Ben ritrovati da Mauro 'Stellameringa' Costa tra una domenica che sta per finire e un lunedì che sta per principiare.
La scorsa settimana ho lanciato due prog quiz, uno è stato risolto l'altro invece non ha avuto nemmeno un tentativo, nemmeno uno che si sia lanciato a provare a indovinare. Non era facile né intuitivo.
In questo video appositamente costruito, avrete entrambe le risposte.
E così incominciamo la trasmissione in maniera poco usuale.


Non sono mai stato particolarmente amante del 'sound' degli Uriah Heep nemmeno in blasonati lavori quali 'Salisbury' e 'Demons and Wizards' considerati piuttosto unanimemente i loro migliori. Poi quando il declino si era fatto piuttosto preoccupante, nel 1976, danno alle stampe un album, 'High and Mighty' la cui prima facciata (la seconda è dozzinale e, a mio parere, per niente interessante) resta davvero un piccola semplice gemma in un panorama troppo complesso per la loro portata. Il loro sound si era, fortunatamente, semplificato, ma tutto ciò, a tratti, significava il raggiungimento di una dimensione che maggiormente si confaceva alle caratteristiche del gruppo. Ed era una dimensione in cui ci stavano davvero alla grandissima. Ecco quindi una ballata, sicuramente commerciale, ma molto, molto accattivante, ' Weep in Silence' che è anche il brano più intenso di un primo lato dell'album davvero riuscito.

Museo Rosenbach Superuomo , Il Tempio Delle Clessidre
Quest'album, come tutti sappiamo, ha avuto la vita segnata da una serie di sfighe incredibili che, da possibile capolavoro acclamato nel 1973, lo fecero diventare una sorta di oggetto misterioso rivalutato poi fuori tempo massimo.
Non sto a rivangare la scelta del nero pece per la copertina, con il busto di Mussolini inserito nell'Arcimboldo fantastico ideato da Cesare Monti, il titolo che riportava a un filosofo icona della destra di allora e via discorrendo, perché lo sappiamo tutti; quello che non tutti sanno è che l'album fu letteralmente martoriato in fase di missaggio dai tecnici della Ricordi.
Ancora non si sa se per imperizia, se per il fatto che la dovevano far pagare al gruppo etichettato come fascista (e non lo erano per niente) o perché qualcuno avesse furiosamente litigato con i tecnici, sta di fatto che 'Zarathustra' fu messo su vinile in maniera letteralmente invereconda.
Le due "tragedie" più eclatanti, tra le decine sparse in 40 minuti, furono il volume della voce di Stefano "Lupo" Galifi spesso e volentieri assolutamente sovrastata dagli strumenti e l'estromissione delle parti di chitarra come fosse l'aglio per un vampiro.
Sul primo riferimento vi rimando all'ascolto dell'originale anni 70, mentre per la seconda cosa vi invito ad ascoltare la comparazione tra la versione del 1973 e quella rifatta del 2012 della parte finale de 'il tempio delle clessidre' (da cui, tra l'altro, è stato tratto il nome del gruppo dove spicca la bella e brava Elisa Montaldo). Dopo il brano originale ho quindi inserito anche gli ultimissimi minuti del rifacimento di otto anni fa con il povero Giancarlo Golzi che ancora era tra noi.
Incredibile come l'assolo di chitarra, che era traccia portante del finale, sia stato completamente zittito nel missaggio originale tanto da stampare una serie di ripetizioni tastiere, basso e batteria che alla fine, se prese a se stanti, risultano persino stucchevoli.
La chitarra si percepisce, aguzzando le orecchie, lontanissima in sottofondo, quando doveva essere preponderante , illuminante e conducente.
Ma nemmeno un bambino dell'asilo avrebbe fatto un simile assurdo mix.
Il gruppo protestò vibratamente, ma non li stettero nemmeno a sentire.
La versione rifatta del 2012 vi da l'idea di come doveva essere mixata quella del 1973.
Certo che è incredibile come un disco rovinato da una miriade di avversità sia considerato oggi tra i capolavori indiscussi del prog italiano, rivalutato semplicemente riascoltando, con orecchie non contaminate da dicerie, quello zircone che avrebbe dovuto, per meriti, essere un diamante.
...shine on you...crazy diamond!!!


Gli errori in fase di stampa, voluti o meno, come in questo caso che vi sottopongo ora, non si limitano però al semplice mercato italiano
Nel 1973 uscì un mastodontico triplo album live degli Yes chiamato semplicemente 'Yessongs' che dal punto di vista non certo artistico, ma tecnico, di stampa e soprattutto di editing lasciava indubbiamente a desiderare; solo un super ritrovamento tra gli archivi con tutte le date del tour ha permesso di scoprire che le registrazioni di quel concerto non erano poi così malvagie;
Un esempio tra tutti i brani massacrati dalla Atlantic:'Yours is no disgrace' scelto per essere messo sul live nella tappa di Athens in Gorgia del 14 novembre 1972 (anche se per errore nel filmato viene indicata la data del giorno dopo) e successivamente editata su Yessongs con una mutilazione di 2 minuti e 20 secondi nella intro, ma spezzettata soprattutto nella parte centrale; in aggiunta, e questa è la parte più dolente, l'allineamento del filtro dolby era totalmente errato e gli strumentisti posti a casaccio sul palco in fase di missaggio su disco.
Qui, nella versione rimasterizzata e fortunatamente rimissata da multitraccia originale, con il riallineamento del filtro dolby, con il corretto posizionamento degli strumentisti sul palco e mantenendo la sua intera lunghezza di oltre 16 minuti, è tutt'altra musica.

Serata di nomi blasonati, invece dei soliti oscuri gruppi che piazzo spesso e volentieri nella speranza che destino un qualche interesse, una qualche rivalutazione molto postuma.
Resto quindi nel conosciutissimo e vi faccio ascoltare un brano dei Jethro Tull da un album che avrebbe meritato ben altra sorte. Schiacciato dal precedente lp che era stato salutato come un grandioso ed inaspettato ritorno al capolavoro, e mi riferisco al celebratissimo 'Songs from the wood', esce un po' in sordina un lavoro, che pur non essendo migliore del precedente, gli resta degnamente al fianco. Sto parlando di 'Heavy Horses' , il secondo lp di quella che è un po' considerata la trilogia folk del gruppo (il terzo è l'ottimo 'Stormwatch'). Da questo lp una piccola ballata medioevale, 'Acres Wild', costruita melodicamente in maniera divina, come solo un ispiratissimo Ian Anderson poteva redigere.


Concludiamo con un altro supergruppo che non ho mai avuto il piacere, per un motivo o per l'altro, di vedere dal vivo. Quest'anno avevo preso i biglietti sei mesi prima per un concerto che si sarebbe dovuto tenere ad Aprile al Politeama Genovese ma che è stato posticipato a settembre a causa della tristemente nota pandemia, anche se temo che persino quella data verrà cancellata o speriamo nuovamente posposta.
Sto parlando, come forse avrete già capito, dei 'Van Der Graaf Generator', un gruppo piuttosto atipico nel panorama del prog britannico, uno dei pochi, forse, non totalmente disprezzati dal movimento punk che nel 1977 avrebbe spazzato via per qualche tempo ogni rigurgito progressivo in ogni angolo del globo terracqueo.
Questo perché i loro brani erano acidissimi, anche a livello testuale, e poco pomposi a parte qualche rara eccezione che concedevano alla melodia, sul sicuro sentiero tracciato dalla musica progressiva dei primi anni settanta da cui si discostavano spesso e volentieri.
Ecco quindi, incastrato nel fantastico album del 1970 'The Least We Can Do Is Wave To Each Other', uno di quei rari esempi melodici, scandito dalla voce calda e suadente di Peter Hammil; si tratta di 'Refugees' che narra di un gruppo di uomini e donne che si inoltra verso Ovest, in fuga, volontaria o imposta, da un mondo gradevole ma ostile.

"...Noi camminavano solo tra di noi, talvolta mano nella mano
Attraverso la linea sottile che separa il mare e la sabbia
Sorridendo in piena pace
Iniziammo ad accorgerci che avremmo potuto essere liberi
E ci dirigemmo tutti assieme verso Ovest..."

Una gemma.

Ci si sente, bontà vostra, domenica prossima e natural

Blue Monday di Dario Gaggero

Buonasera a tutti e benvenuti ad una nuova puntata di Blue Monday! Stasera vi tocca, come precedentemente annunciato, la seconda puntata dello special dedicato a Robert Johnson e alla sua musica.
Visto che nel corso della serata ascolteremo interpretazioni molto diverse tra loro dell'opera Johnsoniana cominciamo dall'originale, che come al solito risulta insuperabile.
Partiamo con la movimentata 'Preachin' Blues (Up Jumped the Devil)', solo omonima del classico di Son House.


La passione di Eric Clapton per Robert Johnson è ben nota: oltre ad interpretare diversi suoi brani nel corso della sua carriera ha dedicato alla sua opera ben due album. Tratta dall'interessante 'Sessions for Robert J' eccovi la sua interpretazione di 'If I had possession over judgement day'.



Spostiamoci dall'altra parte dell'oceano per far visita ad un artista che non viene comunemente associato con il blues, John Mellencamp. A sorpresa però la sua versione di 'Stones in my Passway' non è affatto male. O no?



Continuiamo col rock blues ad alta tensione: il nativo del Delaware George Thorogood e la sua violentissima cover di 'Stones in my Passway', tratta dall'album 'Platinum' (2008)



Richie Kotzen ha cominciato la sua carriera come virtuoso della chitarra metal (nel suo curriculum ha anche una breve presenza nei Poison) ma nel tempo ha maturato uno stile vario e personale e – soprattutto – una voce espressiva e duttile. Stasera sentiamo una sua sorprendente versione di 'From Four 'til Late', già familiare agli amanti del rock per essere stata reinterpretata dai Cream nel loro primo LP.



Per l'ascoltatore moderno uno dei pezzi più evocativi del corpus Johnsoniano è senz'altro 'Hellhound on my trail', vuoi per lo spettrale falsetto con il quale è interpretata (probabile retaggio dell'influenza di Skip James) vuoi per i temi di persecuzione 'diabolica' tanto cara ai cultori della leggenda. Eccone una convincente interpretazione di Kelly Joe Phelps

Nel corso delle puntate precedenti abbiamo già incontrato Robert Jr. Lockwood, figliastro di Robert Johnson e chitarrista d'eccezione, oltre che raffinato interprete dell'opera del patrigno. Questa è la sua versione di 'Little Queen of Spades':


Torniamo all'originale per uno dei brani meno celebrati tra quelli da lui incisi: l'elegante 'Malted Milk', ricca di sottili variazioni chitarristiche. (Cos'é di preciso il 'Malted Milk'? Semplice latte con aggiunta di malto - come pare si vendesse all'epoca - o un'allusione a qualche bevanda alcolica? O nessuna delle due cose? Vi rimando come al solito al già citato libro di Luigi Monge per fugare questo e altri eventuali dubbi)

Per 'Drunken Hearted Man' ho scelto la versione bluegrass dei Devil Make Three (giovane formazione di Americana proveniente da Santa Cruz, California), giusto per suggerirvi che alla musica di Johnson si sono davvero abbeverati cultori e musicisti di ogni genere, dal country all'heavy metal.



E a proposito di riarrangiamenti eccone uno 'moderno' ad opera di un altro protagonista della musica nera, solo di un'altra decade: Gil Scott-Heron e la sua versione di 'Me and the Devil'


Per 'Stop Breaking Down' ho scelto una versione tratta dal primo, omonimo album degli White Stripes.
Sicuramente non il loro lavoro di maggior successo ma con i tratti caratteristici che li hanno resi celebri già in bell'evidenza.

Quasi tutti i protagonisti della scena musicale inglese della seconda metà degli anni '60 sono stati ispirati dal blues dei maestri afroamericani e Robert Johnson è stato uno tra i più saccheggiati. I Led Zeppelin ovviamente non hanno fatto eccezione e i loro primi album sono ricchi di suggestioni e cover blues (alcune dichiarate, altre non proprio...). Questa è la loro versione di 'Travelling Riverside Blues', incisa per la BBC e a lungo rimasta inedita se non su bootleg.



Parlando di virtuosi della slide contemporanei abbiamo parlato nella scorsa puntata di Roy Rogers: in questa è il turno di Bob Brozman, scomparso nel 2013 e vero studioso (e insegnante) della tecnica bottleneck non solamente legata al blues ma alla musica tradizionale di paesi di tutto il mondo. Eccovi la sua versione di 'Honeymoon Blues', forse uno dei pezzi meno celebrati del repertorio Johnsoniano.


E' innegabile che 'Love in Vain' sia ormai indissolubilmente legata al nome dei Rolling Stones che ne incisero una fortunatissima cover in uno dei loro album capolavoro, 'Let it Bleed'. Devo confessarvi che non è mai stata tra le mie favorite ma ve ne metto comunque un'interessante versione dal vivo filmata nel 1972, con uno scintillante Mick Taylor in formazione.



E visto che la puntata di stasera è stata piena di grossi nomi chiudiamo con un altro gigante: Bob Dylan e la sua versione di 'Milkcow Calf Blues' (apparentemente una outtake dalle sessions di 'The Freewheelin' Bob Dylan', il suo secondo album). Spero che vi siate divertiti e che i più puristi tra voi non si siano scandalizzati troppo.
A lunedì prossimo,
Dario.


Old, New, Borrowed & Blue di Antonio Vivaldi

Buonasera a tutti da Antonio Vivaldi e dalla sesta puntata di Old, New, Borrowed & Blue, uno dei celebrati programmi della Fase 2 di Radio Discoclub65. Il titolo prende spunto da una tradizione beneaugurante per le neo-spose del mondo anglofono. Per questo nostro abito nuzial-sonico odierno – il matrimonio è con Discoclub, ovviamente - avremo dunque canzoni vecchie, nuove, prestate (ovvero cover) e blu (ovvero tristi).

La sigla è, come ormai da tradizione consolidata, il brano folk Wedding Dress (abito da sposa, appunto) dei Pentangle
THE PENTANGLE – WEDDING DRESS (2:25)


THE PENTANGLE – COLD MOUNTAIN (2:05)
Sezione "old" dunque. Già che ci siamo restiamo in compagnia – ottima compagnia - dei Pentangle, di cui è da poco uscito il doppio cd Live On Air 1967-1969, contenente registrazioni di programmi radiofonici e televisivi per la BBC. I primi sette pezzi sono del Danny Thompson Trio con John McLaughlin, (quindi niente folk), ma quando entra in scena il magico Pentagono l'emozione è assicurata. Cold Mountain uscì nel 1969 come lato B del singolo Light Flight.

SLEEPER – INBETWEENER (3:21)
Ancora un brano di ambito "old", per quanto più recente. Siamo nel 1995 e gli Sleeper, guidati dalla tosta Louise Wener, esordiscono con Smart, uno degli album-caposaldo dell'effimero britpop. Nel ventiquennnale dell'uscita l'album viene ristampato e suona piacevole, frizzante e anche molto rock, termine che oggi suona curiosamente démodé.

EVE OWEN –SO STILL FOR YOU (2:28)
Il settore "new" parte con qualcosa di nuovo in tutti i sensi. Parliamo infatti dell'opera prima della ventenne inglese Eve Owen, Don't Let The Ink Dry. La cosa sorprendente è che la ragazza ha cominciato a lavorare al disco tre anni fa, non certo un esempio di irruenza giovanile. Notevole anche il fatto che la produzione sia affidata ad Aaron Dessner dei National. Il talento è indiscutibile, i pezzi sono belli, forse è nata una indie-stella.

MOBY – POWER IS TAKEN (3:53)
Un "new" più attempato, almeno per quel che concerne l'età del protagonista. Quasi tutti hanno perso di vista Moby dopo il grandissimo successo di Play. In realtà il nostro ha continuato a incidere dischi a cadenza abbastanza regolare fino al recente All Visible Objects. Power Is Taken è vigorosa e molto arrabbiata nei confronti di un potere che sarebbe da rovesciare. La voce è quella di D.H. Peligro, già con i Dead Kennedys.

BUILT TO SPILL – BLOODY RAINBOW (2:24)
Settore "borrowed", dunque "prestito" e dunque cover. Built To Spill Plays the Songs of Daniel Johnston è l'omaggio di un gruppo storico dell'indie-rock a Daniel Johnston, il visionario cantautore dalla psiche estrema scomparso nel novembre 2019. Grazioso e commovente.

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ROBERT WYATT – TE RECUERDO AMANDA (3:33)

Le canzoni di Daniel Johnston non sono poi così famose, dunque le cover dei Built To Spill potrebbero benissimo essere degli originali del gruppo. Ecco allora un "prestito" più famoso. Con la sua voce metafisica e struggente, Robert Wyatt rende omaggio al cantautore cileno Victor Jara, ucciso dai golpisti di Pinochet nel settembre 1973. Una canzone d'amore (con finale tragico) che diventa anche denuncia sociale.

EYELESS IN GAZA – LIGHT OF APRIL (2:22)
Concludiamo, come sempre, con il settore "blu". Il brano degli Eyeless In Gaza è incluso nella recente antologia della Ace The Tears Of Technology, dedicata alla malinconia insita in molta new wave 'sintetica' (e dunque presumibilmente algida) tra fine anni '70 e inizio '80.
Un saluto e un buon fine settimana da Antonio Vivaldi. E rimanete in contatto con Radio Discoclub65.

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