Radio Disco Club 65

Profumo di colla bianca di Mauro Costa

Ben ritrovati da Mauro 'Stellameringa' Costa tra una domenica che sta per finire e un lunedì che sta per principiare.
Senza indugi partiamo, oggi cercherò di essere meno prolisso per lasciare maggior spazio alla musica.
Grobschnitt è un gruppo tedesco molto importante nell'economia krautrock che però, fuori dai patri confini, ha stentato ad affermarsi a differenza di altri gruppi teutonici. Formatosi alla fine del 1970 danno alle stampe il loro primo album nel 1972 ed è, a dir poco, sensazionale: una tra le migliori opere d'esordio che abbia avuto il piacere di ascoltare.
Non sarà il loro capolavoro che, forse, arriverà nel 1974 con 'Ballermann' che include l'interminabile e indimenticabile 'Solar Music', ma ci andiamo molto vicino, in particolar modo con il primo brano 'Symphony' che, tra i suoi cambi di direzione, in certi momenti, propone echi pinkfloydiani di grandissimo spessore.
Vi propongo quindi proprio questo brano che apre l'ottimo loro primo lp.

Un po' di tempo fa cazzeggiavo con un amico su come i finali dei brani, se troncati, sfumati, sbattuti etc..etc.. possano influenzare o meno il giudizio di chi ascolta.
Istigato da quest'aggancio mi è venuto in mente di proporre l'ascolto del medley 'La Carrozza di Hans/Impressioni di settembre (closing section)' della PFM proposta dai piacentini 'Wicked Minds' nel loro album di cover intitolato "Visioni, Deliri e Illusioni".
Non so a voi, ma lo sfumare del brano della Premiata con il riff di Premoli al minimoog, pur piacendomi infinitamente, mi ha sempre lasciato una certa sensazione di...come dire...incompiuto?
Evidentemente la stessa sensazione è stata anche quella del gruppo piacentino che, nella loro cover, "allungano" il brano costruendo sul riff un finale credibile e, a mio parere, assolutamente calzante.
Per chi non conoscesse questa "modifica" invito all'ascolto, magari sbilanciatevi con i vostri pareri, tanto la pfm, quella vera,non c'è più (e credo nemmeno i wicked minds)

I 'Jade Warrior' che prendono il nome da antiche tradizioni nipponiche originariamente erano un trio con due fuoriusciti dai 'July' Tony Duhig e Jon Field che insieme a Glyn Havard incidono per la Vertigo, nel 1971 un album piuttosto bucolico senza batteria, caso abbastanza raro per l'epoca, dal titolo omonimo; nello stesso anno, con l'ausilio di due nuovi strumentisti, esce il più strutturato 'Released'.Il sound del gruppo è quantomeno particolare, costruito su sonorità africane decisamente tribali e contaminato da orpelli orientali il tutto in salsa decisamente hard.Tuttavia nello stesso album sono capaci di raffinatissimo jazz rock e persino, a suggello, di due splendide ballate che esulano dal loro marchio di fabbrica. Vi propongo un brano dalle molte sfaccettature che dal jazz rock ritmato dal sax di Connors per tutta la parte iniziale, improvvisamente, prende una piega decisamente psichedelica con la chitarra di Duhig a tessere trame per ritornare alle intuizioni del pricipio. Interessante.

Ancora i 'Wicked Minds' e ancora una cover, 'La prima goccia bagna il viso', di uno dei migliori brani dei New Trolls migliori (quelli del progetto UT per intenderci), quelli non contaminati da manie classico/sinfoniche e soprattutto per niente spettinati da una decadenza nella canzonetta di maniera che avverrà dopo qualche anno; è una versione molto, molto spinta, quella che ci accingiamo ad ascoltare, impreziosita dalla strepitosa performance di Sophya Baccini che viene arruolata per il brano.
Dove osa la voce umana e d'altronde per tenere testa al falsetto Di Palo probabilmente ci voleva proprio una donna (e che donna!).
Terrific! (che in inglese non vuol dire terrificante!)

Concludiamo la puntata con 'Bella Band' da Firenze, uno dei molteplici esempi di jazz-rock italiano finiti nel calderone del prog insieme a Perigeo, Napoli Centrale, Arti & Mestieri e altri ancora. Il batterista Mauro Sarti aveva precedentemente militato nei 'Campo di Marte'. Danno alle stampe per la Cramps un unico lp uscito nel 1978 ed è invero molto buono solo che i tempi non sono più maturi e finire nell'anonimato è un gioco da ragazzi.
Qui vi propongo 'Porotopostrippa sul pero'

Ci si sente, bontà vostra, domenica prossima e naturalmente... Prog on!

Buongiorno a tutti e bentornati a una nuova puntata di Blue Monday, viaggio di durata variabile nell'universo della musica nera e delle sue sfaccettature. All'inizio dell'ultima puntata ho lanciato un sondaggio: meglio le puntate monografiche (su un artista, un'etichetta o uno strumento) o le 'solite' puntate che saltano con nonchalance tra epoche, stili e artisti a seconda di come mi salta il ticchio?
Ha risposto una persona sola, che non considero sufficiente a fare media...
Il che mi fa pensare: ma sta roba la legge e sente qualcuno o è Gian che cerca di ingannarmi con degli espedenti tecnologici? Insomma, alla fatidica affermazione 'non sono un robot' di solito cosa rispondete?


Tutto questo comunque mi da lo spunto per lanciare il primo brano di oggi, firmato da una vecchia conoscenza di questa rubrica...


...e visto che siamo in casa Stax proseguiamo con uno degli artisti più importanti dell'etichetta, anche lui già incontrato su queste pagine virtuali. Sto parlando di Isaac Hayes e oggi sentiamo un estratto dal suo ambizioso e raffinato 'Black Moses' del 1971:


Ruthie Foster, nativa del Texas, ha già inciso un numero considerevole di album che miscelano elegantemente blues, folk, soul e gospel, spesso con l'aiuto di ospiti illustri. E' uscito di recente un suo album dal vivo nel quale - accompagnata da una formazione 'allargata' - si diverte a riarrangiare i suoi brani e a reinterpretare vari classici più o meno legati alla tradizione (nel precedente 'Joy Comes Back' l'aveva fatto addirittura con 'War Pigs' dei Black Sabbath!). Da questo 'Live at the the Paramount' sentiamo 'Runaway Soul.


Visto che gli esempi delle puntate precedenti hanno suscitato il vostro interesse vi posto altri due esempi di 'adattamento ai trend musicali' di altrettanti giganti del blues. Anche se meno estremi dei pezzi di Muddy ed Howlin' Wolf postati in precedenza sono comunque due esperimenti degni di interesse.
Partiamo con Willie Dixon e il suo album 'Peace' inciso nel 1971 per l'etichetta Yambo e – che io sappia – mai ristampato in cd. Questa è 'You don't make sense or peace (peace?)':

 


E proseguiamo con quella che forse è stata la fusione di maggior successo (artistico? Commerciale? A voi la sentenza) tra il blues e il nascente rock: 'Hooker 'n' Heat' (1971) che vede un artista decisamente 'classico' come John Lee Hooker affiancarsi in scioltezza ai Canned Heat.


Come forse saprete è sbucata fuori a sorpresa una TERZA foto di Robert Johnson, e stavolta pare proprio che sia autentica. Ne approfittiamo per parlare nuovamente del figliastro di Johnson, Robert Jr. Lockwood.
Noto per uno stile raffinato che passa con disinvoltura da sfumature jazzate ad un virtuosistico utilizzo della 12 corde e per un carattere non esattamente facile ha più volte omaggiato l'opera dell'illustre predecessore. Ecco ad esempio la sua versione di 'Terraplane Blues':

 

E a proposito di reinterpretazioni del corpus Johnsoniano eccovene un'altra ormai considerata a sua volta un classico: la versione di 'Hellhound on my Trail' rivisitata dai Fleetwood Mac nel loro primo album omonimo (1968):

Rimaniamo in Inghilterra per parlare dei Groundhogs di Tony McPhee che nello stesso anno davano alle stampe il loro debutto, 'Scratching the Surface'. Ecco la loro energica cover di 'You don't love me':

 


'You don't love me' è da sempre associata a Willie Cobbs che l'ha scritta e incisa per la prima volta (non contando l'ovvio precedente di 'She's Fine She's Mine' di Bo Diddley). Pur non avendo avuto una carriera esattamente baciata dal successo ha continuato a incidere con buoni risultati sino alle soglie del 2000.
Questa 'Butler Boy Blues' è tratta dall'album 'Down to Earth', pubblicato nel 1994.

Chiudiamo la nostra carrellata odierna con un brano di Chuck Berry, tra i pochi autori veri e propri legati al mondo del rock'n'roll. Questa è 'Oh Louisiana', brano d'apertura del sottovalutato LP 'San Francisco Dues' del 1971.

 

Alla prossima puntata!

Dario.

Old, New, Borrowed & Blue di Antonio Vivaldi

Buonasera a tutti dalla quarta puntata di Old, New, Borrowed & Blue, programma del venerdì sera della Fase 2 di Radio Discoclub65. Il programma è ancora in fase 1 nella forma, ovvero "leggi, guardi ma non ascolti", tuttavia è proiettato verso la fase 3 per quanto riguarda le nuove uscite. Per questo quarto abito da sposa musicale felice – il matrimonio è con Discoclub, ovviamente - avremo dunque canzoni vecchie, nuove, prestate (ovvero cover) e blu (ovvero tristi).
La sigla è, come ormai da tradizione consolidata, il brano folk Wedding Dress (abito da sposa) dei Pentangle

PENTANGLE – WEDDING DRESS

JOHN FOXX – EUROPE AFTER THE RAIN
Si inizia dunque con l"Old", sotto forma di una compilazione di recente uscita contenente materiale d'epoca. The Tears of Technology è la nuova antologia tematica curata per la Ace da Bob Stanley e Pete Wiggs.Copre un periodo fra il 1978 e il 1984, è collocata in Gran Bretagna, è dedicata al lato umano e malinconico dei sintetizzatori e, come i precedenti volumi, è consigliata a tutti. Il pezzo più bello è Europe After The Rain di un John Foxx che aveva da qualche tempo abbandonato gli Ultravox. Il titolo riprende quello di un angoscioso quadro di Max Ernst, ma le parole sono ricche di speranza: "È tempo di camminare di nuovo/ È tempo di riprendere la nostra strada/ Tra le piazze con le fontane / E i colonnati". Un messaggio anche per noi in questo maggio 2020.

JACK THE LAD – OAKEY STRIKE EVICTION
Per compiacere il caro leader Balduzzi, la sezione "Old" contiene sempre una menzione per un gruppo folk più o meno dimenticato. Jack The Lad furono una filiazione dei Lindisfarne più vicina alla musica tradizionale rispetto al gruppo madre. The Old Straight Track (1974) è un piccolo classico del folk-rock (in chiave solidamente nord-inglese) che avrebbe meritato maggior fortuna. Il disco è stato ristampato in cd qualche mese orsono insieme all'opera prima It's Jack The Lad.

MARIA McKEE - EFFIGY OF SALT
E siamo alla sezione "New". Sono finalmente disponibili in formato "fisico" dischi che finora avevamo ascoltato solo in forma digitale. Fra questi c'è La Vita Nuova di Maria McKee. Chi ricordava McKee come grintosa ragazza cowpunk di fine anni '80 si stupirà nel ritrovarla signora rock dalle ampie e solenni ballate che ricordano la Sandy Denny solista.

ROLLING BLACKOUTS COASTAL FEVER – FALLING THUNDER
Il 5 giugno esce l'atteso secondo album, Sideways To New Italy, degli australiani Rolling Blackouts Coastal Fever. A giudicare da Falling Thunder siamo sempre nell'ambito del frizzante pop chitarristico che tanto ci era piaciuto nell'opera prima Hope Downs. A disporre ancor meglio nei confronti della nuova uscita è il video del pezzo girato (a basso costo, si direbbe) alle Eolie e in Sardegna e "dedicato ai nostri amici in Italia".

JEFF BUCKLEY – HALLELUJAH
E ora la parte "Borrowed", ovvero "in prestito", ovvero una cover. Quella odierna è una scelta ovvia, ma anche inevitabile: il 29 maggio di 23 anni fa moriva infatti Jeff Buckley. Che questo pezzo sia stato scritto da Leonard Cohen lo sapete tutti, che quella di Jeff sia la cover più famosa (qui in versione live) è altrettanto noto. Che l'abbia registrata pure Raffaella Carrà forse si poteva non aggiungerlo.

JOHN CALE – (I KEEP A) CLOSE WATCH
Si chiude in chiave "blue", ovvero con una canzone malinconica. Jeff Buckley dichiarò (anche al conduttore di questo programma) di avere ascoltato Hallelujah per la prima volta nella versione di John Cale. Ecco allora un classico scritto dall'ex Velvet Underground, anche questo in struggente e nuda versione live.
" It's a sad and beautiful world" diceva Benigni in Daunbailò. Con questa frase adatta ai tempi attuali Antonio Vivaldi vi saluta e vi augura un buon fine settimana.

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