Radio Disco Club 65

Profumo di colla bianca di Mauro Costa

Ben ritrovati da Mauro 'Stellameringa' Costa tra una domenica che sta per finire e un lunedì che sta per principiare.
Questa settimana, puntata atipica che spariglia: brani mediamente corti; ne metterò ben sette + quattro spezzoni (così spiazzo il buon Gian), quiz, contro-quiz, opinione a richiesta, insomma il tutto per cercare anche un minimo d'interazione con voi
... ma andiamo, come al solito, con ordine.

I Cressida erano una band britannica, dalle nobili origini letterarie, appartenente al sottobosco del progressive e della psichedelia inglese con all'attivo un paio di ottimi album, quello omonimo del 1970 e specialmente Asylum del 1971.
Le vendite del primo lp, forse un po' troppo debitore di un prog dichiaratamente sinfonico sulla scia di quello dei Moody Blues e dei Procol Harum, non furono certo confortanti.
A questo punto ci fu una micro rivoluzione all'interno del gruppo con avvicendamenti, ma anche con idee modificate da quelle originali; inviarono quindi alla loro casa discografica, la celeberrima Vertigo, un nuovo brano decisamente più "easy" che, secondo loro, sarebbe stato adatto per un 45 giri da mettere sul mercato da titolo 'Situation'.
Con loro sommo stupore se lo videro rifiutare con la seguente laconica comunicazione: "sorry, troppo commerciale" e con l'invito ad osare maggiormente sulla base delle loro intenzioni originarie sviluppate nel primo lavoro.
Questa incredibile presa di posizione della Vertigo, che di questi tempi sarebbe assolutamente contro-natura, li spronò a rinchiudersi in studio e partorire il secondo album "Asylum", assolutamente magnifico, che fu stampato con piena soddisfazione da parte di tutti.
Oggi vi immaginate una cosa del genere?
Vi propongo quindi un lungo brano, 'Let Them Come When They Will' che occupa buona parte della seconda facciata, una mini suite dalla struttura piuttosto complessa, un ottimo biglietto da visita.
Purtroppo l'album, in tempi fecondi, non venderà nemmeno 1000 copie e questo segnerà inevitabilmente il loro capolinea.


In una trasmissione precedente parlai di un brano, 'Nothing at all' dal primo album uscito nel 1970 dei Gentle Giant, della durata di circa nove minuti in cui erano contenuti tutti gli stilemi del prog. Ed allora stasera li ripropongo con un altro brano, 'Think of me with kindness' scritto due anni dopo di appena tre minuti e mezzo, quindi in pieno rispetto della nostra epoca mordi e fuggi, perché la musica prog o rock romantico a volte aveva anche il dono della sintesi senza, per questo, farci mancare la minima emozione.
Ripensateli con benevolenza.
Immortali!


E veniamo al primo quiz odierno. Questo brano si avvicina al prog, meglio al soft prog, in senso molto lato perché chi lo propone è un bravissimo cantante, dalla voce nera, ma che del genere non è mai stato nemmeno lontano parente, eccetto che in questo brano soprattutto per merito del complesso che lo accompagna.
Senza barare e, sempre nel caso non lo sappiate già, mettete alla prova le vostre orecchie in modo da cercare di capire quale gruppo prog supporta Fausto Leali in 'L'ultima volta' tratto da un suo innocuo album del 1975 dal mieloso titolo 'Amore Dolce, Amore Amaro, Amore Mio'; la coda strumentale, della durata di metà brano, probabilmente vi metterà sulla buona strada... chi sono? (se nessuno riuscirà a beccare il nome, non credo ma non si sa mai, lo rivelerò nella mia prossima trasmissione).


Ventuno (!!!) album la maggior parte assolutamente trascurabili, ma i primi tre sono uno più bello dell'altro. Sarebbero dovuti bastare questi tre lp, in special modo il terzo "Argus" del 1972, per collocare i Wishbone Ash nell'olimpo degli dei e invece ben pochi nel vecchio continente a malapena ricordano il nome di questo gruppo. Giovarono poco, a livello artistico, il trasloco negli States della band inglese formatasi a Devon ed i frequenti avvicendamenti nella formazione, nobilitata anche da nomi importanti quali John Wetton e Trevor Bolder, perché ben presto si perse l'identità stilistica e si diede inizio ad un viaggio ondivago tra sperimentazioni di scarso riscontro ed anonime banalità devote al mercato; tuttavia i primi tre dischi non possono cadere troppo facilmente nel dimenticatoio. Furono proprio i Deep Purple, soprattutto Blackmore, a sponsorizzare i Wishbone Ash che avevano fatto da supporter ad un loro tour così il gruppo riuscì ad ottenere un buon contratto con la MCA e realizzare, nel 1970, il primo album omonimo. Fu però la loro terza fatica "Argus"(1972) che sintetizza i pregi dei due dischi precedenti creando la formula perfetta, dunque il loro capolavoro.
Il brano che vi propongo per l'ascolto è la significativa "Throw down the sword" che secondo me ha ispirato i Deep Purple di "Stormbringer" (Soldier of Fortune) quando hanno tentato di mitigare, soprattutto Blackmore, l'andazzo troppo hard rock avuto con il, peraltro migliore, precedente "Burn".
Sembra l'inizio di un'ascesa irrefrenabile o perlomeno il mantenimento dell'altissimo standard raggiunto, ma invece con il quarto album, "Wishbone Four" del 1974, le composizioni diventano inaspettatamente più ordinarie e lontanissime dalle ambizioni del precedente lp. Sono al capolinea creativo, il gruppo sbanda, un amareggiato Ted Turner abbandona la barca e dei Wishbone Ash vincenti in causa spariscono definitivamente le tracce.
Nonostante ciò riusciranno a fare ancora ben diciassette (!!!) dimenticabili album (misteri del mercato a stelle e strisce) con qualche lievemente ispirata eccezione ("Nouveau Calls" del1987), più antologie varie ed una pletora di live.
Restiamo su Argus, o sui due lp precedenti, e non avremo a pentircene

Sono accanito ammiratore degli Opeth sin dal "lontano" 1994 quando uscì il loro folgorante esordio "Orchid" e li ho costantemente seguiti apprezzando sia le loro sonorità doom degli inizi con ampio uso del"growl" che Mikael Åkerfeld inframezzava ad un cantato più tradizionale e sia la deriva decisamente progressive degli ultimi album con una voce pulita e potente.
Parimenti ho sempre apprezzato i Goblin sin dal 1975 nella loro formazione classica e anche adesso che il gruppo si è diviso in due tronconi, con i membri spesso intercambiabili, capitanati rispettivamente da Simonetti e Pignatelli.
Peccato che tra i due sia accaduto l'irreparabile e che probabilmente mai più li vedremo e sentiremo suonare insieme.
Succede quindi che questi due complessi, che apprezzo particolarmente, si apprezzino a vicenda e che gli svedesi, oggi gruppo di riferimento nel panorama del prog metal, decidano di omaggiare piuttosto palesemente il loro riferimento italiano.
'Pale Communion" (2014) contiene una traccia dal titolo 'Goblin', unico brano strumentale e totalmente differente dal resto dell'album. Si tratta di un concreto tributo al gruppo romano a cominciare dal titolo con riferimenti stilistici piuttosto inequivocabili.
Ascoltare per credere


Ed ecco il secondo quiz, la cui risoluzione è ancora più sorprendente della precedente.
Chi sa riconoscere a quale album, italiano, appartiene questo primo brano introduttivo dichiaratamente prog e chi è l'artista in questione che ha dato alle stampe questo lavoro?
Tutto l'album, nei limiti dell'accettabile, si manterrà su un binario compatibile al genere.
La risposta potrebbe 'destabilizzare' non poco chi non la conosce. Vi aiuto dicendo che l'anno d'uscita del disco è antecedente al 1975.

Gli italianissimi "Arpaderba hanno rilasciato solo un album, "L'Aleph", che è ormai, purtroppo, molto raro a trovarsi. Lo stile personale è una miscela di progressive, folk dance e minimalismo. L'album, interamente strumentale, ci ricorda molto i lavori di Terry Riley, i rimandi del prog-folk di gruppi francesi come Malicorne e Minimum Vital. ma anche qualche intuizione di Mike Oldfield. Se le influenze celtiche sono molto forti, la maggior parte delle tracce sembrano essere radicate in un repertorio più "mediterraneo": il risultato è sorprendentemente vicino a quello ottenuto da Paolo Fresu con la sua banda sarda folk-jazz, Tanit.
Le ripetizioni, la metrica dispari e gli acuti del synthetizer sono gli elementi fondamentali di Arpaderba, la formula unica, che è spesso arricchita da violino, fisarmonica e pianoforte, marimba, ed un uso ben arrotondato del basso.
L'album è molto accattivante, la sua tranquilla ma travolgente ritmica non concede mai un momento di riposo".
Giusto citare la formazione: Antonio Martorella (tastiere,marimba,fisarmonica e percussioni) Enzo Ciotola (chitarre mandolino e viola), Mario Torta (chitarre) Vincenzo Martorella (batteria e percussioni).


Infine una mia personale considerazione.
Sarabanda di Venegoni & Co. è del 1979 (e non 1980 come erroneamente riportato su Wikipedia), sembra un particolare di poco conto ma forse non lo è.
Nello stesso anno bazzicavano negli studi di registrazione i "Crisalide" del compianto Stefano Cerri e Mark Harris il cui sound ricorda molto di più "Sarabanda" che tutti gli lp jazzrock degli Arti & Mestieri cui faceva parte Venegoni.
Chissà se c'è stata interazione, collaborazione tra i due gruppi non presente nei crediti, sta di fatto che "Sarabanda", piuttosto che (correttamente usato nella forma come sinonimo di "invece di") il precedente "Rumore Rosso" di Venegoni & Co. trova il mio pieno apprezzamento.
Mi sono quindi permesso di fare un parallelo tra il sound degli Arti & Mestieri, quello dei Crisalide e quello dei due primi album di Venegoni & Co. MI pare che l'influenza del gruppo di appartenenza originale di Venegoni e cioè gli Arti & Mestieri sia ben presente nel primo album "Rumore Rosso", ma che il probabile incontro con i Crisalide in sala d'incisione abbia spostato e reso più "mediterraneo" il sound del secondo album "Sarabanda" rendendolo molto simile a quello del gruppo di Finardi.
O magari è solo la mia impressione, voi che ne pensate?

Ci si sente, bontà vostra, domenica prossima e naturalmente... Prog on!

Blue Monday di Dario Gaggero

Buonasera a tutti e bentornati ad una nuova puntata di Blue Monday, viaggio nel periglioso mare della musica afroamericana con come nocchiero il vostro Dario Gaggero, che poi sarei io.

Visto che continuate a non esprimervi sull'opportunità di fare puntate monografiche o 'libere' ho deciso di fare due puntate che sono una e l'altra cosa, con il probabile risultato di scontentare entrambe le fazioni.
Come già accennato nell'episodio precedente è stata recentemente scoperta una TERZA foto di Robert Johnson che – udite udite – pare proprio che sia autentica.
Eccovi le tre foto conosciute, giusto per rinfrescarvi la memoria:

robertjohnson

La puntata di oggi e quella che verrà saranno dedicate quindi al corpus johnsoniano (storicamente composto da 29 brani, incisi in due separate occasioni nel 1936 e 1937); temendo di annoiarvi con incisioni che DOVRESTE conoscere a menadito ho deciso di ricorrere alle versioni originali solo in un paio di casi.

Partiamo quindi con una versione abbastanza tradizionale di 'Kind Hearted Woman', ad opera di una nostra vecchia conoscenza: Keb' Mo'

Per 'I believe I'll dust my broom' ho scelto una versione dal vivo di Frankie Chavez, artista portoghese messosi in luce come autore di brani che miscelano varie influenze (rock, blues e fado per citare solo le più evidenti) in un connubio alquanto interessante.

Anestetizzati come siamo dalle mille cover eseguite da chiunque (e spesso ricalcate sulla versione dei Blues Brothers) mi sembra giusto tornare all'originale con 'Sweet Home Chicago'.
Ecco dunque la versione di Robert Johnson, registrata il 23/11/1936 a San Antonio, Texas.

Torniamo a degli affezionati 'clienti' della nostra rubrica per questa versione di 'Ramblin' on my mind', tratta dal seminale 'John Mayall Bluesbreakers with Eric Clapton (aka 'The Beano Album'):

E per 'When you got a good friend' scomodiamo un altro grande classico: la versione che vi propongo è un estratto dal primo, fondamentale album di Johnny Winter su Columbia (1969).

L'incisione originale di 'Come on in my kitchen' è uno dei capolavori insuperabili della musica blues, a mio modesto avviso. L'ho già postata qualche puntata fa e credo (e spero) che l'abbiate presente - in caso contrario rimediate subito, eretici! Per questa sera ho scelto una versione 'intima' delle giovani Larkin Poe:

E' arrivato il momento di sentire uno dei grandi virtuosi della slide contemporanea che avevo negligentemente trascurato sino ad ora: Roy Rogers, qui impegnato in una strabordante versione di 'Terraplane Blues'

Classe 1942, nativo di New York e 'figlio d'arte' (più o meno): il nostro prossimo ospite è John Hammond, che ci regala un'intima versione di 'Phonograph Blues'.

Come sicuramente già saprete Robert Johnson ha avuto diverse fonti di ispirazione, alcune più evidenti di altre. La sua '32-20 Blues', ad esempio, è chiaramente derivata dalla '22-20' di Skip James (tanto che alla fine sbaglia anche calibro). Noi stasera sentiamo la versione di una delle jam band per eccellenza, i Gov't Mule di Warren Haynes.

Per 'They're Red Hot' ho scelto di citare un progetto nostrano 'all acoustic', i St.Mud Avenue (composti da Stefano Ronchi, Fabio 'Kid' Bommarito, Flavia Barbacetto, Stefano Cabrera e Pietro Martinelli). Enjoy!

'Dead Shrimp Blues' è uno dei brani di Robert Johnson il cui testo può apparire apparentemente più oscuro (allegoria di sopravvenuta impotenza sessuale o metaforica allusione ad un'esca – sessuale pure quella?): per una dissertazione esaustiva sull'argomento vi rimando all'ottimo libro 'Robert Johnson: I got the blues – Testi Commentati' dell'amico Luigi Monge. Sentiamolo nell'interpretazione di Peter Green, qui redivivo dopo anni di inattività.

'Cross Road Blues' ha un posto importante nella mitologia creatasi negli anni attorno a Robert Johnson: il riferimento a questo misterioso crocevia e il senso di desolazione che si avverte nelle parole hanno suggestionato a lungo chi favoleggiava di patti col diavolo e maledizioni assortite. La versione che l'ha scolpita nella memoria collettiva degli appassionati di rock è senz'altro la versione dei Cream, tratta da 'Wheels of Fire' del 1968.

Manteniamo alta la tensione elettrica con la versione di 'Walkin' Blues' della Paul Butterfield Blues Band – registrata nel 1978 (dieci anni esatti dopo la 'Crossroads' dei Cream) lontani dal loro periodo d'oro ma decisamente in gran forma.

E chiudiamo questa carrellata dedicata alla musica di Robert Johnson con un supergruppo morto sul nascere: i Rising Sons di Taj Mahal e Ry Cooder e la loro originale versione di 'Last Fair Deal Gone Down'

A lunedì prossimo per la seconda parte!
Dario.

Old, New, Borrowed & Blue di Antonio Vivaldi

Old, New, Borrowed & Blue, uno dei celebrati programmi della Fase 2 di Radio Discoclub65. Dal punto di vista tecnico siamo ancora in fase 1, ovvero senza voce umana, ma al tempo proiettati verso la fase 3 per quanto riguarda le nuove uscite. Per questo nuovo abito da sposa musicale felice – il matrimonio è con Discoclub, ovviamente - avremo dunque canzoni vecchie, nuove, prestate (ovvero cover) e blu (ovvero tristi).
La sigla è, come ormai da tradizione consolidata, il brano folk Wedding Dress (abito da sposa) dei Pentangle


PENTANGLE – WEDDING DRESS


IGGY POP – NIGHTCLUBBING
Si comincia con l'"old". L'evento di questi giorni è la ristampa dei primi due dischi di Iggy Pop (entrambi in versione doppia con cd live aggiunto), quelli "berlinesi" creati insieme a David Bowie. La coppia non era troppo bene in arnese psichicamente, ma fu forse un'idea di mutuo soccorso decadente a creare musica che all'epoca poteva essere senza domani e invece è diventata senza tempo. Meglio The Idiot o Lust For Life? Democristianamente (all'epoca la DC contava assai) preferiamo non scegliere e proporre un pezzo da ciascun album. Dal cupo, gommoso The Idiot ecco Nightclubbing, inno assai debosciato alle gioie (mah...) della vita notturna.


IGGY POP – NEIGHBORHOOD THREAT
"Ma come? Non fai sentire The Passenger?" "No, dai; la sanno tutti a memoria." Da Lust For Life, disco più classicamente rock, e più classicamente schizzato, di The Idiot, un pezzo splendido eppure poco menzionato quale Neighborhood Threat.


SIOUXSIE AND THE BANSHEES – THE PASSENGER
E invece eccola qua The Passenger nella versione di Siouxsie. Ovviamente siamo nella sezione "Borrowed", anticipata rispetto alla sua posizione abituale per completare il mini-omaggio a Iggy Pop.



ROLLING BLACKOUTS C.F. – SHE'S THERE
Ieri ho visto un giovane uscire da Discoclub avendo appena acquistato Sideways To New Italy, dei Rolling Blackouts C.F. Una volta accertatomi non si fosse trattato dell'ultima copia disponibile, e proceduto a mia volta all'acquisto, ho potuto compiacermi di due cose: a) i giovani comprano ancora dischi rock; b) il rock, quello con le chitarre cristalline che arriva all'oggi da Byrds e dai R.E.M. vive e lotta con noi. E pazienza se i cinque australiani l'aria da rockstar non ce l'hanno proprio.


MOSES SUMNEY – POLLYAncora la sezione "new". Continuano ad arrivare in edizione "fisica" i dischi che durante il lockdown avevamo potuto ascoltare solo in forma eterea. Grae di Moses Sumney è un lavoro ricco di idee e suggestioni tra soul, psichedelia e anche folk, come mostra questa Polly. Piace molto a una delle colonne di Radio Discoclub65, Danilo Di Termini. Una garanzia di qualità.


">http://www.youtube.com/watch?v=dta4heZacZE

 

BULLY WEE BAND – WAY BELOW THE TIDE
La sezione "blue", che chiude il programma, è affidata a uno di quei brani di folk oscuro che ormai piacciono solo a me e al Caro Leader Balduzzi. Tuttavia, chi non apprezza sappia che si perde un mondo affascinante in bilico fra passato e presente, fra fiaba e dura realtà. Way Below The Tide della scozzese Bully Wee Band è una composizione originale del gruppo basata su un classico tema "trad" quale l'amore fra un umano e una sirena. Il finale è incerto.
Un saluto e una buona domenica da Antonio Vivaldi e Radio Discoclub65


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