Radio Disco Club 65

Profumo di colla bianca di Mauro Costa

Ben ritrovati da Mauro 'Stellameringa' Costa tra una domenica che sta per finire e un lunedì che sta per principiare.

Puntata questa tutta dedicata al progressive (e derivati) italiano mentre la prossima, l'ultima prima delle vacanze estive, sarà interamente indirizzata a quello estero.
Partiamo subito quindi senza ulteriori indugi verso la prima proposta di questo nuovo incontro che si preannuncia piuttosto lungo.

Contrariamente al parere generale, trovo poco consono il primo lp dei 'Latte e Miele' 'Passio secundum Mattheum' e appena ascoltabile il successivo "Papillon": due opere pretenziose, sconclusionate e con una produzione appena passabile. Reputo invece il loro terzo ed ultimo album degli anni settanta 'Aquile e scoiattoli' un ottimo lavoro molto ingiustamente sottovalutato.
La produzione stavolta è davvero buona, avevo letto da qualche parte che decisivo in tal senso sia stato lo zampino dei fratelli De Scalzi, ed anche i testi sono insospettabilmente interessanti se rapportati alle pretenziose e spesso logorroiche liriche messe in pista da una consistente fetta di gruppi prog italiani.
In questo caso grande merito va al bassista Massimo Gori che ne è l'autore.

L'anno d'uscita è il 1976 sicuramente fuori tempo massimo per un qualsivoglia feedback di riscontro e musicalmente non si può definire un album squisitamente "progressive" perchè non totalmente inquadrato negli "stilemi" del genere, almeno per l'intero lato A.
Diciamo allora che 'Aquile e scoiattoli' è un felice connubio tra fantasia, buon gusto, tecnica e cuore un po' come sarà successivamente, e ancor più fuori tempo massimo, 'Forse le lucciole non si amano più' de La Locanda delle Fate.
Purtroppo , ma non totalmente per colpa loro, i successivi 45 giri prenderanno una piega decisamente commerciale che li porterà a Sanremo ma anche ad un tristissimo e rapido declino, fino alla resurrezione dei nostri giorni con l'ottimo lavoro ' Paganini Experience'
Ascoltiamo quindi, da 'Aquile e scoiattoli' la magnifica ' Menestrello'

'To Allen Ginsberg' è un album misconosciuto e semplicemente fantastico. Non ci sono molti esempi in Italia di psichedelia simile a questa prodotta dall'ensemble 'Living Music'ed è incredibile che ancora oggi sia rimasto sottotraccia quando assurgono a capolavori anche certe ristampe di prog italiano di qualità artistica perlomeno discutibile.
I 'Living Music', i cui testi sono ispirati da una delle figure carismatiche della "beat generation" Allen Ginsberg, sono capaci di spaziare dal free jazz, alla west coast, alle litanie indiane filtrando il tutto ed assemblando magicamente variegati linguaggi in maniera da non cozzare tra loro, ma da interagire... un po' come, ammirando la cattedrale di Palermo, ci si ritrovi a pensare come mai stili così differenti possano stare anche così magicamente insieme.
'To Allen Ginsberg' è un album senza tempo e senza patria, incredibilmente sospeso al di sopra del tempo e delle mode per non invecchiare mai, ma così facendo paga severamente lo scotto di non poter emergere per essere riscoperto, ed eventualmente celebrato, neppure per merito di un'effimera moda di passaggio.
Non successe nemmeno nel 1973 figuriamoci se può succedere oggi.

Osage tribe, un altro dei gruppi più sottostimati del prog italiano, è per due terzi genovese e per un terzo barese (i due terzi si uniranno poi al grande batterista Franco "Dede" Loprevite per formare il gruppo tutto genovese "Duello Ma dre")
A mio parere un certo scetticismo verso il gruppo trova in Franco Battiato il maggiore colpevole che, una volta proposto il gruppo alla Bla-Bla di Pino Massara, canta due loro dimenticabili brani usciti su 45 giri, e poi si defila per intraprendere una ben più interessante carriera solista.
A dispetto della copertina a dir poco incredibile, quel 45 giri è davvero brutto e non certo rappresentativo del loro sound.
Invece il 33 giri intitolato 'Arrow Head' (Punta di freccia) è fortunatamente di ben diverso spessore e raggiunge l'eccellenza specie nella seconda facciata, dove i due brani hard rock contaminati prog, che a me ricordano abbastanza i Garybaldi, sono assolutamente degni di nota.
Qui vi propongo quello che apre la facciata e probabilmente il migliore 'Soffici Bianchi Veli'.
Da riscoprire.

Abituati a ricordare solo qualche lato della carriera del grande Nino Ferrer che va dal commerciale di 'Donna Rosa' (dichiaratmente per sbarcare il lunario) alle splendide e funkeggianti esplosioni come in 'Vorrei la pelle nera', spesso ci dimentichiamo del suo lato "progressivo". Eppure nel 1972 Nino ha dimostrato la sua predisposizione musicale a 360 gradi facendo uscire un lavoro dal titolo 'Metronomie' che, soprattutto nella prima facciata, risulta essere un parto di genere davvero niente male. Ad esempio Il primo brano, dal titolo omonimo è una suite di oltre nove minuti che presenta strane e precise influenze; per buona parte sembra di ascoltare un sunto delle cose migliori di Emerson, Lake & Palmer, poi improvvisamente il sound muta in un pattern psichedelico caro ai primi Pink Floyd per poi sfociare in un finale che ricorda incredibilmente alcuni brevi frammenti de 'il Giardino del Mago' del Banco.
Alle tastiere l'ottimo Giorgio Giombolini
Un lavoro sorprendente.

Veniamo adesso a qualche cosa di molto recente e in aggiunta giochiamo in casa. Ecco allora che non si può prescindere da ascoltare un estratto dal nuovo cd 'Istinto' dei genovesi 'Jus Primae Noctis'.
Intanto cominciamo col dire che è un concept album bipartitico, cioè che sottende la divisione logica di un concetto in due nuovi concetti che ne definiscono l'intera estensione; il tutto ha origine dalla emblematica copertina che se vista vista per diritta rappresenta qualcosa di molto simile ad un forcone, ma se andiamo a rovesciarla la figura risulta semplicemente essere uno sgabello.
Parallelamente ci sono brani, come 'La prima volta che ho visto la luce', che parlano della nascita di un figlio dall'improbabile punto di vista del neonato od altri, come 'Nel buio', dove il feto ben al sicuro nel ventre di donna viene stimolato alla nascita da una madre desiderosa di generare una nuova vita.
Ci sono brani che s'intitolano 'Maria', ovvero il nome più tipicamente materno per
definizione, per raccontare invece di un parricidio.
Ci sono brani come 'Gli Aquiloni' che, per consentire la digeribilità ottimale di un album
non sempre solare, intervengono alla bisogna come conviene a un sorbetto in un pranzo
particolarmente impegnativo (un po' la funzione che aveva 'Non mi rompete' nel
capolavoro del Banco del Mutuo Soccorso).
Noi ci andiamo ad ascoltare 'Quarto' che, a onor del vero, era già edito in precedenza ma in una versione decisamente meno impegnativa. Qui è stato riadattato nel nuovo contesto e parla di follia vista da chi folle non si crede, probabilmente desideroso di stare
in una dimensione parallela dove i folli sono gli altri.
La location del video girato per la promozione del brano è da brividi: l'ex ospedale
psichiatrico di Genova Quarto è visto come luogo di emarginazione e non di cura che lede
la dignità umana; sono i principi fondamentali alla base di tutte le rimostranze di Franco
Basaglia che alla fine hanno portato alla chiusura di questi luoghi di detenzione dell'animo.
Uno dei migliori lavori del 2020.

Non ci sono bandiere bianche o centri di gravità permanente che tengano, il miglior Battiato è quello dei primi 4 album pubblicati su etichetta 'Bla Bla' che iniziano con 'Fetus' e terminano con 'Clic', titolo che è quasi una dichiarazione d'intenti.
In mezzo ci sono gli altri due capolavori, 'Pollution' e 'Sulle corde di Aries'.
Ed è proprio da quest'album che ci apprestiamo ad ascoltare il lunghissimo brano, forse il capolavoro assoluto di Franco Battiato, dal titolo 'Sequenze e Frequenze'
Inutile spendere troppe parole a riguardo perchè l'ascolto di questo incredibile pezzo è un'esperienza unica,e quindi differente, per chiunque intenda approcciarne seriamente l'ascolto. Se l'avessero fatto i Pink Floyd o i Can oggi si parlerebbe di capolavoro planetario, l'ha fatto Franco Battiato e sempre di capolavoro si tratta sebbene in una dimensione più intima. E credo, in tutta onestà, che non si possa finire meglio una puntata dedicata al genio italico.
Ci si sente, bontà vostra, domenica prossima e naturalmente... Prog on!

Old, New, Borrowed & Blue di Antonio Vivaldi

Buon sabato sera a tutti da Antonio Vivaldi, dalla settima puntata di Old, New, Borrowed & Blue e da Radio Discoclub65. Il titolo del programma prende spunto da una tradizione beneaugurante per le neo-spose del mondo anglofono. Per questo abito nuzial-sonico odierno – il matrimonio è con Discoclub, ovviamente - avremo dunque canzoni vecchie, nuove, prestate (ovvero cover) e blu (ovvero tristi). La sigla è, come da tradizione ormai consolidata, il brano folk Wedding Dress (abito da sposa, appunto) dei Pentangle


THE PENTANGLE – WEDDING DRESS


NEIL YOUNG – SEPARATE WAYS
Il settore "Old" parte alla grande con Homegrown di Neil Young. Si tratta del disco che il canadese incise nel 1975, salvo archiviarlo in favore DI Tonight's The Night. Alcune canzoni del progetto sono emerse nel corso dei decenni , ma solo ora arriva la pubblicazione integrale. Se Tonight's The Night era cupissimo, Homegrown è solo malinconico e non privo di segnali di speranza, come dimostra questa Separate Ways.



BAUHAUS – STIGMATA MARTYR
Sono arrivate di recente sugli scaffali del Nostro-Negozio-Preferito parecchie ristampe in vinile a prezzi variamente scontati. Fra queste spiccano i primi tre album dei Bauhaus. In The Flat Field è il primo album del gruppo guidato da Peter Murphy ed è uno dei caposaldi del dark inglese. Fate caso alla problematica dizione latina di Murphy alla fine di questo brano.



BOB DYLAN – BLACK RIDER
Passiamo al "New" con un artista in effetti parecchio old quale il settantanovenne Bob Dylan. Rough And Rowdy Way potrebbe essere il testamento del Maestro che scrive canzoni radicate nella tradizione musicale americana, dal blues al gospel al Great American Songobook. All'inizio l'insieme può sembrare un po' troppo sommesso, ma bastano un paio di ascolti perché emerga la bellezza melodica di pezzi come Black Rider.



EVE OWEN – TUDOR
E ora qualcosa di veramente New. Eve Owen arriva da Londra, ha solo vent'anni e ne ha impiegati tre per preparare la sua opera prima Don't Let The Ink Dry. Alcune canzoni, come questa Tudor, possiedono un fascino arcano da folk anni '70 e ovunque la produzione di Aaron Dressner dei National è un esempio di elegante nitidezza. Forse è nata una (indie) stella.

LA CRUS – IL VINO
La sezione "borrowed" comprende pezzi presi a prestito, dunque cover. Per una volta restiamo in Italia con una celeberrima canzone di Piero Ciampi rivisitata dai La Crus nella loro opera prima, un disco caposaldo del periodo migliore del rock italiano: la metà degli anni '90.

ALLAN TAYLOR – SOMETIMES
Il pezzo "blue" di oggi non è poi così triste, lo si potrebbe piuttosto definire pensoso. Si tratta della title-track di Sometimes, opera prima del cantautore folki Allan Taylor nonché disco molto amato dal Caro Leader Balduzzi.


Blue Monday di Dario Gaggero

Buonasera a tutti e benvenuti a quella che – se ho fatto bene i miei conti – potrebbe essere l'ultima puntata di Blue Monday.
Quest'esperienza della radio avrà un seguito? E in che forma? Rimanete sintonizzati e lo scoprirete.

Stasera parliamo di British Blues, signore e signori! Ovverosia di quella passione che ha colto i giovani e meno giovani appassionati di musica della Terra d'Albione e che li ha portati dapprima ad un'imitazione dei modelli afroamericani e in seguito ad una espressione musicale non priva di una certa originalità (e oggetto a sua volta di numerose imitazioni).
I primi esempi di British Blues sorsero in maniera più o meno spontanea dai vari ensemble jazz, dei quali il blues veniva piuttosto frettolosamente considerato un antesignano tout court. In particolare fu la Chris Barber Jazz Band ad accompagnare (spesso in maniera non esattamente impeccabile, ma i tempi erano quelli che erano) i primi grandi bluesmen americani di passaggio in Inghilterra.
Eccoli ad esempio fiancheggiare Muddy Waters nella sua celebre 'Hoochie Coochie Man':

Proprio dalla band di Chris Barber si staccarono quelli che vengono considerati i veri e propri padri della scena blues inglese: Cyril Davies e Alexis Corner, che fondarono un 'collettivo' dall'organico piuttosto variabile dal nome Blues Incorporated. Da questa band passeranno - in qualità di membri effettivi, semplici ospiti o imberbi adepti del verbo afroamericano gran parte dei futuri protagonisti della scena inglese. Il loro album manifesto è stato senza dubbio il pioneristico 'R&B from the Marquee' (1962), del quale sentiamo un estratto.

Se alla fine degli anni '50 – complice anche l'esplosione di una musica 'povera' come lo skiffle - il blues veniva visto in Inghilterra come musica primitiva e priva di compromessi commerciali (un po' come succederà negli Stati Uniti alla metà degli anni '60 con il boom del folk blues e la 'conversione' di musicisti elettrici come John Lee Hooker e Lightnin' Hopkins) il sound elettrico che caratterizzava i dischi blues provenienti dagli States americani lasciò un segno molto profondo presso i bluesmen inglesi, che fecero del volume e dell'elettricità delle loro caratteristiche di spicco.
Il primo gruppo ad emergere dalla scena del Marquee fu una formazione di puristi del blues presto convertitasi a suon di singoli in classifica: sto ovviamente parlando dei Rolling Stones. Eccoli nel 1964, impegnati in una cover della 'Little Red Rooster' resa celebre da Howlin' Wolf.


Nel bienno '64/'65 praticamente tutte le band emergenti d'Inghilterra avevano almeno una cover blues in repertorio, anche quelle che poi avrebbero trovato una strada originale e – in molti casi – piuttosto lontana dalla musica afroamericana. Eccovi ad esempio la 'Got Love If You Want It' dei Kinks, cover di Slim Harpo tratta dal loro primo LP (1964).

...e la 'I'm a man' degli Who, estratta dal loro celebre 'My Generation' (1965)


Per non parlare dei Manfred Mann che guidati dalla voce e dall'armonica di Paul Jones impostarono la prima parte della loro carriera a un rhythm and blues dalle sfumature jazzate...prima di dedicarsi (complice anche un rimpasto di formazione) ad un proto-bubblegum che li fece 'sfondare' negli States.

Altri gruppi tentarono invece di seguire la strada degli Stones, dichiarando apertamente la loro passione per il blues e facendone una delle loro caratteristiche principali.
E' il caso degli Yardbirds, eredi della residency al Marquee dei Rolling Stones, primo veicolo di successo per la chitarra di un giovane Eric Clapton e in seguito avventurosi sperimentatori sonori con l'avvento di Jeff Beck come suo sostituto.
Eccovi la loro versione di 'Five Long Years' di Eddie Boyd, tratta dallo storico 'Five Live Yardbirds', inciso dal vivo nel 1964.

 

...o degli Animals, provenienti non da Londra ma da Newcastle e guidati dalla carismatica voce di Eric Burdon. Come già accaduto agli Yardbirds prima di diventare noti ebbero anche il non facile compito di accompagnare il bizzoso Sonny Boy Williamson in alcune date inglesi. Tratta dal loro primo, omonimo LP ecco la loro versione di 'Dimples' di John Lee Hooker.



Uno dei dischi più importanti per lo sviluppo del rock blues è stato senza ombra di dubbio quello che ha visto l'incontro di John Mayall con Eric Clapton, fresco transfuga degli Yardbirds. John Mayall è stato (ed è ancora, visto che continua a calcare i palchi di mezzo mondo alla veneranda età di 86 anni) un vero punto di riferimento per la scena inglese e ha 'lanciato' un numero di chitarristi davvero impressionante (oltre a Clapton si possono citare a mo' di esempio nomi celeberrimi come Peter Green, Mick Taylor e Coco Montoya), sfornando nel contempo album inventivi e mai banali con il blues come comune denominatore. Il già citato 'John Mayall Bluesbreakers with Eric Clapton' (1966) sfoggia un suono di chitarra senza precedenti (Clapton abbandona la Telecaster per 'inventare' la combo Les Paul + Marshall) che verrà imitato da generazioni di aspiranti bluesmen.

Anche l'esperienza con John Mayall avrà breve vita e Clapton si trovò, quasi suo malgrado, ad essere la stella più in vista del primo vero supergruppo inglese, i Cream. Anche se si sarebbe in seguito evoluto in un progetto sempre in bilico tra psichedelia e virtuosismo strumentale di ispirazione jazzistica il trio formato da Clapton, Jack Bruce (basso e voce principale) e Ginger Baker (batteria) pubblicò un debutto con pezzi blues decisamente in evidenza. Stasera sentiamo la loro versione di Spoonful, tratta da 'Fresh Cream' (1966).

Mike Vernon è stato una figura importantissima della scena blues inglese: come in-house producer per la Decca ha prodotto praticamente tutti gli album indispensabili di John Mayall ed ha messo la 'firma' su numerosi altri classici come ad esempio il primo Ten Years After (1967)

Nel mentre ha fondato la Blue Horizon, inizialmente una sorta di vanity label nata per pubblicare brani rari di bluesmen americani (la prima uscita è stato un 7" contenente due brani di Hubert Sumlin, storico chitarrista di Howlin' Wolf) e in seguito fortunatissimo veicolo di lancio per superstar internazionali come i Fleetwood Mac.
Nati nel 1967 da una costola dei Bluesbreakers (Green e McVie registrarono insieme a Mayall il fondamentale 'A Hard Road') si affermarono sin dai primi vagiti come una delle voci più autorevoli del primo blues inglese, spronati dalla fenomenale chitarra di Peter Green. Ecco un estratto dal loro primo album, registrato alla fine del 1967:

 

Un altro gruppo di grande successo legato alla Blue Horizon furono i Chicken Shack che avevano due assi nella manica come Stan Webb (chitarra e voce) e Christine Perfect (tastiere e voce), quest'ultima in seguito nei Fleetwood Mac. Questa 'First Time I Met the Blues' è tratta dal loro primo album '40 blue fingers, freshly packed and ready to serve' (1968).

Il 1968 vide anche la pubblicazione di 'Truth', il primo album solista del pirotecnico Jeff Beck. Ad accompagnarlo in questa sua avventura musicale (fondamentale quanto antesignana di certo hard blues che dominerà le classifiche negli anni immediatamente seguenti) c'erano uno sconosciuto Rod Stewart alla voce, Ron Wood al basso e Micky Waller alla batteria.

E a proposito di ex-Yardbirds...chiudiamo la carrellata di questa sera con il chitarrista che aveva sostituito lo stesso Beck per l'altalenante 'Little Games'. Sto ovviamente parlando di Jimmy Page, che interruppe la brillante carriera di session-man per entrare negli Yardbirds e fondare in seguito i Led Zeppelin che lo consacreranno guitar hero di status internazionale. I primi due album del gruppo portarono alle estreme conseguenze molte delle idee già presenti in 'Truth' di Beck, in un'esplosione elettrica che fece storcere il naso ai puristi ma che ottenne un enorme successo di pubblico.

Con i Led Zeppelin chiudiamo questa carrellata, che ovviamente non può definirsi esaustiva (davvero troppi i gruppi che si sono abbeverati al British Blues!) e chiudiamo anche la (prima?) serie di 'Blue Monday'.
E' stata una bella avventura e ringrazio chi mi ha pazientemente seguito durante il lockdown e chi ha continuato a farlo anche dopo. Ci vediamo in negozio,
Dario.

Login