Radio Disco Club 65

Mainstream Rock di Ida Tiberio

Mainstream challenge: Beatles v/s Rolling Stones


Ed eccoci all'annosa e irrisolta "sfida" tra due band gigantesche.
1964
Beatles: A Hard Day's Night
I Beatles hanno già due album all'attivo e sono reduci da un lungo e impegnativo tour negli Stati Uniti. Nella primavera del'64 entrano in studio di registrazione per realizzare la colonna sonora dell'omonimo film di Richard Lester di cui sono protagonisti. Leggenda vuole che il titolo del brano prenda spunto da una frase di Ringo, evidentemente esausto dal sovraccarico di impegni (set, turni di registrazione, pranzi di gala...). Comunque, la canzone fu scritta a tempo di record da John Lennon e "rifinita" con l'aiuto di Paul, a cui è affidata la lead vocal. La nuova chitarra Rickenbacker di George Harrison, perfetta a partire dal bellissimo accordo iniziale, è un altro elemento di pregio. L'album, il film e il 45 ottengono a tempo di record un successo planetario.


Rolling Stones: Tell me (When you're Coming Back)
Ed ecco gli altri protagonisti della "singolar tenzone" che ha fatto spendere fiumi d'inchiostro ai critici musicali e ha creato veementi passioni tra i fans dell'intero globo terracqueo. Si tratta, ovviamente, dei Rolling Stones. Mick, Keith (amici fin dalle scuole elementari), Charlie, Bill e l'inquieto e talentuoso Brian amano il rock'n'roll e il blues. Il nome della band richiama una celebre canzone di Muddy Waters e le loro prime attività discografiche sono ottime cover di Chuck Berry, Buddy Holly e perfino dei conterranei e già famosi Beatles. Nel '64 pubblicano il primo album. The Rolling Stones. Anche questo, al pari dei precedenti singoli è un omaggio ai lori idoli musicali. Ma il binomio Jagger-Richard lascia intravvedere le enormi potenzialità compositive che, di lì a poco, sarebbero emerse. Si tratta di una ballata romantica dal titolo Tell me (you're coming back). Il brano non manca di attirare l'attenzione di una band nostrana denominata Equipe 84 che la interpreta in italiano col titolo di Quel che ti ho dato.


1965/66
Beatles: Nowhere Man
Il '65 è un anno di grandi fermenti creativi negli studi Abbey Road. Tra la primavera e l'estate i Beatles realizzano Help (il disco contiene una canzoncina semisconosciuta come Yesterday...avete presente?!) e in autunno partono le sessioni di registrazione di Rubber Soul. L'album è un'autentica svolta stilistica nella carriera dei Fab Four. Le canzoni sono particolarmente belle, creative, originali e di grande maturità artistica. Paul e John hanno raggiunto livelli compositivi mai ottenuti in precedenza e la cura del suono, grazie all'attenta regia di George Martin, rasenta la perfezione. Rubber Soul contiene Nowhere Man, un brano che racconta la storia di un uomo spaesato e inquieto alla ricerca di un barlume d'identità. John Lennon racconta d'averla scritta di getto, come se le parole e la musica stazionassero già nella sua mente.


Rolling Stones: Paint it Black
Aftermath è il primo album degli Stones in cui Jagger e Richard mettono a punto la loro attività di coautori, sganciandosi dal repertorio di cover che aveva caratterizzato i primi anni della loro attività musicale. Il disco viene pubblicato in Gran Bretagna nell'aprile del '66 e negli Stati Uniti nel luglio successivo. L'edizione americana, destinata ad avere un enorme successo, propone una copertina diversa rispetto a quella britannica e perfino alcune sostanziale modifiche nella scelta dei brani. Una della novità più significative è l'inserimento di un singolo potente e geniale come Paint It Black. Mick e Keith trattano apertamente e con grande efficacia il tema scomodo e spiazzante della depressione e la canzone diventa uno dei punti di forza dell'album. Il contributo di Brian Jones è determinante: affascinato dalla musica araba e dalle sonorità indiane, segue le orme di George Harrison e, nell'arrangiamento di Paint it black, utilizza il sitar. E il risultato è straordinario.

1967: Golden Year
Beatles: A day in a life
Nel mondo anglosassone, il '67 è un anno cruciale per l'evoluzione dalla musica e del costume. Anche i Beatles, chiusi negli studi di Abbey Road, raggiungono l'apice della loro creatività con un album destinato a entrare a capofitto nella storia del rock: Sergent Pepper's Lonely Hearts Club Band, una sorta di "concept" fortemente voluto in primo luogo da Paul. Non serve dilungarsi sulla genialità e sulla forza innovativa che questo disco epocale diffonde a piene mani a partire dalla mitica copertina. Non resta che ricordare la perfezione e la bellezza senza tempo di quella sequenza di canzoni che rappresentano un punto di riferimento essenziale nella storia del rock. Quella che ascoltiamo è universalmente considerata una delle più belle canzoni a firma Lennon-MacCartney. Qui i Fab Four raggiungono una vetta compositiva pressoché insuperabile.


Rolling Sones: She's a rainbow
Al capolavoro indiscusso dei Favolosi Quattro fa da contraltare (senza emularne la grandezza) un disco comunque sorprendente e carico di intuizioni innovative targato Rolling Stones: Their satanic Majesties Request. Pubblicato nel '67 dalla Decca, la storica casa discografica degli Stones, l'album dà una prima spinta all'immagine trasgressiva e "luciferina" della band. La registrazione è alquanto travagliata a causa dei problemi legali di Jagger e Richard, alla prese con una condanna abbastanza pesante per uso di stupefacenti. Tra una cauzione e un permesso, Mick e Keith, quello che deve scontare la pena più lunga, riescono ad essere presenti in studio il tempo sufficiente per completare la registrazione e produrre, in modo non impeccabile, l'album. Tra i brani spicca la senza dubbio il fascino sinuoso e psichedelico di She's a Rainbow, impreziosita dal mellotron e dalla fervida creatività di Brian Jones.


1968/69
Beatles: While my guitar gently weeps
The White album è forse il lavoro meno "corale" e più complesso dei Beatles. I lavori di registrazioni cominciano al ritorno dal viaggio collettivo in India, durante il quale, oltre a dedicarsi alla meditazione trascendentale, i quattro hanno modo di comporre un gran numero di brani. I Beatles entrano in sala d'incisione carichi di materiale e George Martin fa il possibile per contenere e indirizzare il "flusso" creativo geniale ma in questo caso assai scomposto della band. Come sempre, il lavoro dello storico produttore dei Beatles è determinante. E' difficile capire come, tra tensione, egocentrismo e divergenze d'ogni tipo, i quattro di Liverpool siano riusciti a realizzare un album artisticamente ricco, ispirato e significativo come questo. Eppure, The White Album è la summa della creatività sconfinata (e mai tanto pervasa d'individualismo) di Lennon e McCartney. E tra le pieghe dei loro dissidi e i numerosi capolavori del doppio album, s'inserisce una perla di rara bellezza a firma George Harrison.


Rolling Stones: Gimmi Shelter
Mentre i Beatles cominciano a essere logorati da personalismi e tensioni, gli Stones procedono lancia in resta verso la gloria. Let i bleed viene pubblicato alla fine del 1969 e, a detta di molti (compresa chi scrive) rappresenta una delle massime espressioni creative della band. La lucida e acuta verve trasgressiva, i riff di chitarra memorabili e la perfetta sinergia tra Jagger e Richard danno risultati mai ottenuti prima. Unico dato negativo: l'inesorabile e progressivo distacco di Brian Jones dalla band. Il geniale musicista partecipa a poche sedute di registrazione prima che la sua inaffidabilità lo porti all'allontanamento definitivo. Grail Marcus, un maestro di critica musicale e analisi sociologica, sostiene che quella che segue "è la canzone che probabilmente servirà, meglio di qualsiasi altra cosa scritta quest'anno, come passaggio diretto verso il futuro" Modestamente sottoscrivo, apprezzando l'impianto sonoro travolgente e il lungimirante taglio antimilitarista di questa memorabile canzone


La mezz'ora dell'Ignoranza di Diego Curcio

Prima di tutto: scusate il ritardo. E' stata una bella giornata, ma è finita un po' tardi. Detto questo: la puntata odierna della (Mezz)ora dell'ignoranza è dedicata alla memoria di George Floyd, il cittadino afroamericano brutalmente ucciso da un poliziotto bianco, Derek Chauvin, a Minneapolis. Un omicidio che ha scatenato proteste in tutti gli Stati Uniti. Un fiume di rabbia e dolore che sta attraversando il "Paese più libero del mondo". Al di là delle questioni politiche – naturalmente qui si è tutti antirazzisti e antifascisti e quindi si sta dalla parte della popolazione afroamericana statunitense che chiede una vera parità di diritti – nella puntata di oggi metterò solo gruppi di Minneapolis e di Saint Paul: i due epicentri della protesta. Da queste città freddissime del Minneosata provengono alcuni gruppi incredibili, a cominciare dal GRUPPO per eccellenza: gli Husker Du, che qui vi cuccate con uno dei miei loro pezzi preferiti: "Celebrated summer" (1985).

Contemporanei degli Huskers e loro amici/rivali erano i Replacements. Gli Husker venivano da Saint Paul, i Replacements da Minneapolis. Anche se musicalmente entrambe le band erano nate all'interno del calderone punk-hc, ben presto il talento dei loro musicisti le ha fatte decollare vers altri lidi, senza dimenticare attitudine e radici. Dal capolavoro del 1984 "Let it be" eccovi "I will dare".

I Soul Asylum di Minneapolis hanno raggiunto la fama mondiale nel 1992 con la canzone "Runaway train" e da lì si sono trasformati in uno discreto (ma assai anonimo) gruppo pop-rock americano, che tanto piace alle radio generaliste. I nostri però hanno un pedigree alternativo molto interessante, soprattutto all'inizio della loro carriera. Erano una sorta di "nipotini" degli Husker Du, tanto che lo zio Bob gli ha prodotto il primo e ottimo album "Say what you will Clarence...Karl sold the truck" del 1984. Da lì è tratta "Long day".

Tra le punk band di ultima generazione più interessanti (anche se non ultimissima visto che suonano da 24 anni..) ci sono i Dillinger Four di Minneapolis. Canzoni suonate con furia hc, senza dimenticare la melodia e con una venata malinconica e urlata, tipa di un certo punk-hc del Midwest. I Dillinger Four hanno fatto scuola e sono stati imitati da un sacco di gruppi. Questa è "File under 'Adult urban contemporari'" da "Situationism comedy" del 2002.

 La Babes in Toyland erano un gruppo grungettoso di ragazze terribili di Minneapolis. Il loro esordio, "Spanking machine", è datata 1990 e lì era contenuta la dissonante "Pain in my heart". Erano del gioro ript grrrl e hanno pubblicato i primi dischi sull'etichetta di Minneapolis Twin/Tone che ha tenuto a battesimo molte band cittadine come i già citati Replacements.

Tra le prime punk band i Minneapolis ci sono i Suburbs, che al punk però mescolavano anche il funk e tante altre influenze. Sono stati i primi a incidere per la Twin/Tone con il loro ep di esordio. Questa "Drinking" è tratta dal loro primo album del 1980 intitolato "In combo".

Non mi piace tutto degli Off With Their Heads (il nome però mi fa sballare). Ma tra alti e bassi (l'ultimo album uscito per Epitah piace a tutti tranne a me...) hanno scritto parecchie ottime cose, compreso un mini pazzesco come questo "Hospitals" del 2006. Loro, insieme ai Dillinger Four e altre band, sono tra gli esponenti più in voga del Midwest punk. Questo pezzone è "Jackie Lee". E la dedico (anche se non gli piacerà perché è un pin de musse, dal punto di vista musicale) al mio amico e fratello Alessandro Di Tizio.

Pure i Semisonic erano di Minneapolis e che ci crediate o no, per me, la loro hit “Closing time” del 1998 è una gran bella canzone. Lo so che è robetta da Mtv e da radio commerciali, ma quando ero un pivello quel retrogusto malinconico – come accade spesso alle band della zona – mi faceva impazzire. Eccola!

Tornando a territori a me più congeniali, una band poco conosciuta, ma da assolutamente da approfondire fra quelle nate e cresciute a Minneapolis sono i Rifle Sports. Un mix fra post-punk e dark condensato alla perfezione nel secondo disco “White (Made in France)” del 1987 da cui è tratta questa splendida “Bloodline”.

Chiudo questa (Mezz)ora dell'ignoranza dedicata a Minneapolis e Saint Paul (da dove provengono solo gli Husker Du) con Prince, forse il musicista più famoso della città. Una mosca bianca in mezzo a tanto punk, ma che ha il suo perché. Non sono un suo mega fan, ma un po' di cose sue mi piacciono (e anche parecchio). L'unico disco di Prince che possiedo originale è "Purple rain" e da qui è tratta "Let's go crazy". A martedì prossimo (puntuale, lo prometto, altrimenti Gian mi tira un pattone sulla noce di capocollo)

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