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Rock Recensioni THE JON SPENCER BLUES EXPLOSION - Meta + Bone
 

THE JON SPENCER BLUES EXPLOSION - Meta + Bone THE JON SPENCER BLUES EXPLOSION - Meta + Bone Hot

THE JON SPENCER BLUES EXPLOSION - Meta + Bone

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Titolo
Meta + Bone
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Ogni invenzione (da Topolino alla Coca Cola alla fusione fredda a Facebook) si porta dietro ombre e domande. Chi ha avuto l’idea? Chi l’ha rubata a chi? In musica la faccenda è ancora più complicata. Non è dato sapere da dove vengano, veramente, le intuizioni che, magari anni dopo, sono sbocciate in generi (e successi). Si può solo ipotizzare. È certo, ad esempio, che oggigiorno la fusione tra blues/soul e punk/rock vada per la maggiore (chiedete ai Black Keys/Jack White). Pensate com’è arrabbiato Jon Spencer che, con la Blues Explosion, quella roba la fa da vent’anni e passa. Comunque, Meat + Bone è un ritorno se non alle origini certo a prima di svolte pop (Plastic Fang, 2002) e sperimentali (Damage, 2004). È un disco sporco e sudato, chitarre gracchianti, ritmi furiosi o fangosi, voce che invoca più che cantare. È la vecchia guardia che scalcia. (Marco Sideri)

 

 

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THE JON SPENCER BLUES EXPLOSION - Meta + Bone 2012-10-03 20:24:45 Marco Sideri
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75
Marco Sideri Opinione inserita da Marco Sideri    03 Ottobre, 2012
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THE JON SPENCER BLUES EXPLOSION - Meta + Bone 2012-10-06 19:39:35 Elena Colombo
Giudizio complessivo 
 
75
Elena Colombo Opinione inserita da Elena Colombo    06 Ottobre, 2012
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JON SPENCER BLUES EXPLOSION - Meat & Bone

La parentesi Heavy Trash ha giovato a Jon Spencer che, dopo Damage (del lontano 2004) ci regala un altro disco da far girare a ripetizione nel lettore di tutti gli amanti del buon garage nudo e crudo. L’antologia retrospettiva Dirty Shirt Rock ‘n’ Roll aveva riportato i fan nei ruggenti anni Novanta e questo nuovo Meat & Bone si mantiene su quella linea con dodici canzoni che arrivano dall’anima più viscerale del blues e strizzano l’occhio a mostri sacri come gli ZZ Top. La citazione “desertica” sembrerebbe palese nel frequente uso della radio come intro dei pezzi, nello stile di Songs for the Deaf dei Queens of the Stone Age (che effettivamente hanno lavorato con i grandi vecchi del southen rock) ma, nonostante il tono scherzoso e le vocine dei cartoni animati, Jon ha un incedere meno burlone, più caldo e intimo che fa scivolare lentamente la festa dagli stop & go alla Blues Brothers fino ai riverberi d’armonica con cori in sottofondo. Le distorsioni non sono quelle più quelle ultra-levigate dei remix dub dei vari capitoli Acme ma quelli sinceri di scena alternativa che ingloba e cannibalizzale poliedriche influenze di diversi stili musicali: il batterista Russell Simmons ha collaborato con artisti del calibro di Yoko Ono, Cibo Matto e Yeah Yeah Yeahs, mentre Judah Bauer ha registrato con Tom Waits, cavernosa leggenda della cultura underground americana. Ne nasce un album energico ma elegante in cui il ritmo trascinante di Black Mold è accostato alla sobrietà di pezzi riflessivi e classicamente blues (Unclear), o quasi sconfinano nella ballata elettrica (Bear Trap). Il discorso musicale si mantiene così sempre coerente come nei momenti migliori un Lanegan ispirato o di un Nick Cave un po’ (più) umorale.

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