Opinione scritta da Elena Colombo

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Recensioni
 
2013-03-17 21:19:08 Elena Colombo
Giudizio complessivo 
 
78
Elena Colombo Opinione inserita da Elena Colombo    17 Marzo, 2013
Top 50 Opinionisti  -  

Un artista super partes

David Bowie torna sulle scene dopo dieci anni di silenzio e lo fa con The Next Day, un lavoro multiforme quanto la carriera dell’eterno dandy inglese che, come una fenice, rinasce dalle sue ceneri affrontando senza paura i discorsi del passato. Già la copertina del disco è una dichiarazione d’intenti che si rifà all’estetica di Heroes, annullando però gli stilemi preconfezionati dello star system. I richiami alla “Trilogia berlinese” sono palesi anche nel testo del primo singolo Where are you now?, mentre altri brani tracciano una linea di continuità con le sonorità anni degli anni Settanta di Aladdin Sane, sconfinando nei territori della space opera sperimentale e della dance anni Ottanta. Il pubblico dei fan troverà quindi il “classico Bowie” (qualsiasi sia il valore di questa categoria applicata ad un artista tanto eclettico) , mentre chi cerca un approccio più innovativo non sarà deluso: dalle alle morbidezze che si riallacciano agli ultimi lavori del Duca Bianco si passa alle melodie meno scontate, più dichiaratamente rock, fino a Dirty Boys che, strizzando l’occhio agli standard sghembi di blues à la Tom Waits , non s figurerebbe nella scaletta dei Morphine più ispirati (grazie al sax di Steve Elson). Anche i temi trattati sono talmente vari da far pensare a un approccio corale alla realtà, ma paradossalmente questa varietà di toni e di stili non lascia tracce nell’insieme perché ciascun brano mette in risalto le capacità tecniche di supporter dall’altissimo livello. Tra i musicisti che partecipano alle registrazioni, spiccano nomi di primissimo piano: dai collaboratori storici del cantante (come il produttore e strumentista Tony Visconti) al basso del grandissimo Tony Levin ma, a prescindere dalla forte eco suscitata dal video-film promozionale di The Stars are Out Tonight (firmato daTilda Swinton) , l’ascolto dell’intero disco scorre liscio, senza picchi memorabili. Questo ventisettesimo lavoro in studio è un prodotto maturo e riflessivo, divertito e malinconico, poliedrico e introspettivo, ma resta la sensazione che David sfiori ormai una condizione super partes, che lo trasforma in una vera e propria icona culturale, con un posto consolidato nel pantheon delle leggende.

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Recensioni
 
2012-10-06 19:39:35 Elena Colombo
Giudizio complessivo 
 
75
Elena Colombo Opinione inserita da Elena Colombo    06 Ottobre, 2012
Top 50 Opinionisti  -  

JON SPENCER BLUES EXPLOSION - Meat & Bone

La parentesi Heavy Trash ha giovato a Jon Spencer che, dopo Damage (del lontano 2004) ci regala un altro disco da far girare a ripetizione nel lettore di tutti gli amanti del buon garage nudo e crudo. L’antologia retrospettiva Dirty Shirt Rock ‘n’ Roll aveva riportato i fan nei ruggenti anni Novanta e questo nuovo Meat & Bone si mantiene su quella linea con dodici canzoni che arrivano dall’anima più viscerale del blues e strizzano l’occhio a mostri sacri come gli ZZ Top. La citazione “desertica” sembrerebbe palese nel frequente uso della radio come intro dei pezzi, nello stile di Songs for the Deaf dei Queens of the Stone Age (che effettivamente hanno lavorato con i grandi vecchi del southen rock) ma, nonostante il tono scherzoso e le vocine dei cartoni animati, Jon ha un incedere meno burlone, più caldo e intimo che fa scivolare lentamente la festa dagli stop & go alla Blues Brothers fino ai riverberi d’armonica con cori in sottofondo. Le distorsioni non sono quelle più quelle ultra-levigate dei remix dub dei vari capitoli Acme ma quelli sinceri di scena alternativa che ingloba e cannibalizzale poliedriche influenze di diversi stili musicali: il batterista Russell Simmons ha collaborato con artisti del calibro di Yoko Ono, Cibo Matto e Yeah Yeah Yeahs, mentre Judah Bauer ha registrato con Tom Waits, cavernosa leggenda della cultura underground americana. Ne nasce un album energico ma elegante in cui il ritmo trascinante di Black Mold è accostato alla sobrietà di pezzi riflessivi e classicamente blues (Unclear), o quasi sconfinano nella ballata elettrica (Bear Trap). Il discorso musicale si mantiene così sempre coerente come nei momenti migliori un Lanegan ispirato o di un Nick Cave un po’ (più) umorale.

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Recensioni
 
2012-05-06 17:18:01 Elena Colombo
Giudizio complessivo 
 
82
Elena Colombo Opinione inserita da Elena Colombo    06 Mag, 2012
Top 50 Opinionisti  -  

Jack White è rinato molte volte. Originario di Detroit, cresciuto ascoltando gli Stooges e il buon blues, oggi vive a Nashville, la culla del country. È un vero artigiano del rock, che si veste come un divo anni Quaranta, adora i vinili e si dichiara lontano dal mainsteam. Ispirandosi agli artisti afroamericani del primo Novecento, ha saputo rielaborare le radici della musica con un sorprendente eclettismo, passando dal rockabilly swing alla Elvis (I’m shaking)a un soul che sembra citare la magia di Son of a preacer man grazie alla collaborazione con Ruby Amanfu, splendida voce di origine ghanese (Love interrumption). Blunderbuss – primo album solista firmato solo da Jack, che suona chitarra e basso, organo, piano, batteria e persino xilofono! – è tutto ciò che i fan vorrebbero sentire. Come l’antico cannone del titolo, le canzoni di questo disco hanno un’eleganza che promette un’esplosione. Ci sono le atmosfere rarefatte di On and On accanto alla perla quasi classica di Hypocritical Kiss, ma non potevano mancare i pezzi più diretti e immediatamente catchy che riportano alla produzione targata White Stripes, promettendo di farvi saltare sul letto (Sixteen Saltines, primo singolo estratto) o di riportarvi dritti al mondo spagnoleggiante di Icky Thump (I Guess I should go to sleep), per poi entrare prepotentemente nei territori del garage /alternative blues alla Black Keys (Freedom at 21), che lo stesso Mr. White ha collaborato a sdoganare in tempi non sospetti.

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Recensioni
 
2011-03-24 21:11:52 Elena Colombo
Giudizio complessivo 
 
70
Elena Colombo Opinione inserita da Elena Colombo    24 Marzo, 2011
Top 50 Opinionisti  -  

Forse dirò una cosa controproducente, ma a volte non bisognerebbe leggere una recensione prima di aver ascoltato un disco, o almeno non prima di essersi fatti un’idea. Intendiamoci, non c’è niente che non va in Collapse into now, ultimo lavoro dei R.E.M., ma forse le critiche non troppo entusiastiche mi hanno condizionato.
Le tracce scorrono piacevoli, in un’atmosfera liquida che riprende il discorso interrotto da Around the sun del 2004, non è un male. Arrivati a Everyday is yours to win si potrebbe pensare alla conclusione ideale della meravigliosa Everybody Hurts (1992), ma sono passati un po’ di anni da quando il giovane Stipe cantava malinconico sul tetto di una macchina, e qui si legge la maestria più che il vero pathos. Sì, perché That Someone is You è un gioioso esempio di allegria californiana adolescenziale e Me Marlon Brando, Marlon Brando and I offre l’occasione di esplorare un mondo intimista. Sin dall’inizio Discoverer fornisce la chiave di quella che potrebbe sembrare una sfida: diventare gli scopritori di un puzzle composto dai tasselli di una carriera ormai più che trentennale. Non manca nulla. C’è pure la collaborazione di certi amici, certi grandi del rock che sono una garanzia di qualità. Ma anche qui ci sono note positive e negative: mentre il duetto con Peaches in Alligator Aviator Autopilot Antimetter dà adrenalina a tutto il disco con un’alchimia perfetta tra la voce della cantante canadese e quella di Michael, la partecipazione di Eddie Vedder, così attesa sulla carta, passa quasi inavvertita, nei coretti poco originali di It Happens today. La chiusura viene affidata a Patti Smith che torna a lavorare col trio di Athens dopo E-bow letter (1996), da cui riprende gli stessi paesaggi urbani e notturni. È l’esperimento più interessante del disco: una poesia parlata e beatnik, un messaggio affidato ad un nastro unito alle espressioni calde della sacerdotessa del rock che racconta una favola moderna e, proprio come in un rito sciamanico attualizzato, il passaggio finale riprende il riff della canzone d’apertura, a chiudere in cerchio.

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10
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