È il caso di usare un vecchio adagio che recita, più o meno, “Più li attacchi, più li rafforzi”. Da molti, molti decenni i signori Uriah Heep, amati a spada tratta da legioni di fans in tutto il pianeta patiscono il complesso critico da “cugini poveri” dei Led Zeppelin, dei Deep Purple, dei Black Sabbath, messi in genere a sacra trimurti del classico hard rock anni ‘70. A parte il fatto che inclusioni ed esclusioni sulla “grandezza” sono faccende da bar ( perché allora non considerare nel pantheon del rock duro come il muro i misconosciuti Budgie? E i Nazareth dove li mettiamo?), la band che nel 2019 compirà cinquant’anni di gloriosa attività nacque, notoriamente, sotto i cattivi auspici di una giornalista che affermò: “Se mai questo gruppo avrà successo mi suiciderò”.
E’ andata a finire che gli Uriah Heep sono ancora qui, la giornalista non s’è suicidata, e che Living the Dream, il nuovo disco, può decisamente competere con Infinite degli ultimissimi Deep Purple per ispirazione, swing galoppante, buone idee e hook melodici che si ficcano in testa al primo ascolto. E poi ci sono tacce di melanconia prog, favolosi rilanci di organo hammond, un boogie galoppante, le uscite di Mick Box, forse il guitar hero più sottovalutato della casa madre del rock che riescono ad essere inventive e guizzanti oggi come ai tempi di Look at Yourself o Salisbury. Certo, come dice un titolo di questo disco, “It’s all been said”, tutto è stato già detto. Ma chi oggi, con mezzo secolo di meno sul groppone sta dicendo qualcosa di nuovo, in quel settore dove conta l’altissimo artigianato dei suoni? (Guido Festinese)






