Che la musica sia circolare è un dato di fatto, e il mercato dietro a inseguire. Abbiamo pianto a comando per anni per qualsiasi sequenza di note che sembrasse partorita dai pub di Glasgow, rincorrendo ep a bassa tiratura dei figli dell'anorak pop scozzese tanto quanto le fortunate visioni degli imprenditori Delgados con la loro Chemikal Underground (loro il primo EP degli Interpol). In quella ridda di nomi che dieci anni fa chiamavamo, con invidia, scena, si levarono e tonfarono decine di nomi, tra cui gli alfieri Mogwai e Arab Strap e i meno fortunati Urusei Yatsura, Aerogramme e i, purtroppo non abbastanza, seminali Ganger.
Proprio in quelle ultime due formazioni di postrock primevo il signor Craig B ha transitato, dapprima come figura di secondo piano e, poi, rilasciando, negli Aerogramme, tutta la tensione quasi-metal di cui era capace con la sua chitarra, colorando di nervosismo il recupero del suono shoegaze messo in atto dai suoi pari a cavallo della fine del millennio. Un suono, quello dei My Bloody Valentine, che veniva riorganizzato sulla base di robuste strutture figlie del noise ma non solo, e che il chitarrista svelò, appunto, per tutto il proprio debito nei confronti di certo quasi-metal (se ne senta ancora l'influenza negli odierni prodotti di Aidan Smith e della Alien8 ad esempio).
Con un ritardo di una decina d'anni, o, se volete, in anticipo sull'ennesimo giro di boa del suono, Craig B con l'ausilio di Iain Cook se ne esce oggi con questi tre quarti d'ora di deliqui shoegaze che strizzano l'occhio al cantautorato più intimo: arrangiamenti che spesso lambiscono l'acustico per caricare ancora di più le dinamiche piano-forte già tipiche del genere di provenienza. Le melodie sono molto più significative che nei progetti precedenti dei due, le sfuriate quasi-metal di una volta sono dimenticate o sepolte sotto il suono stratificato. La coppia ha trovato un ottimo equilibrio dove concetto e sentimento vanno a braccetto, non lontano dalle peregrinazioni di certi nostrani Giardini di Mirò, e da tutti quelli che hanno cercato di far evolvere il post-rock, richiudendolo a riccio verso il cantautorato. Rimane una tappa per curiosi o amanti del genere, da sconsigliare a chi aspetta ancora il ritorno sulle scene della sopra citata Scottish Guitar Army nel pieno splendore della fine dello scorso millennio. (Matteo Casari)
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