Rock

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ImageIl cantautore californiano Alejandro Escovedo, rende omaggio in quest'opera alle diverse generazioni di messicani che hanno posto le basi per il mantenimento della lingua e cultura ispanica all'interno degli Stati Uniti. Queste canzoni nascono come parte integrante dell'opera teatrale omonima che riscosse un grande successo negli USA nel 2002 (questo disco è, in effetti, una riedizione). Il sangue, il sudore, le lacrime versati durante le guerre o nella Grande Depressione, le difficoltà di inserimento sociale, sono i temi ricorrenti nelle canzoni, assieme alla nostalgia per la gente e i paesi lasciati al di là del confine. Un atto d'amore verso la propria gente, gli uomini (e le donne) che vissero a cavalcioni della frontiera, pieno di atmosfere tex-mex e del suono dolce ed evocativo della lingua spagnola. (Fausto Meirana)

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ImageCapita ai gruppi musicali, con il passare del tempo, di perdere rilevanza. È quello che è successo ai Built To Spill, o almeno è l’impressione che danno, passando, le canzoni di There Is No Enemy. Poco è cambiato, in verità, rispetto a capolavori indie rock come Perfect From Now On, o a gemme sotterranee come Ancient Melodies Of The Future. Doug Martsh, voce e chitarra, gioca sempre a fare il Neil Young laterale; i brani hanno sempre melodie chiare che si perdono in sbuffi di elettrica e assoli per una volta non molesti; la sensazione di fondo è quella di ritrovare un vecchio amico. Ma l’insieme manca di incisività, pare seduto sui propri meriti (indubbi) e incapace, o indolente, alla conquista di nuovi. Così chi già apprezzava può trovare qualche conferma. Ma succede, purtroppo, poco altro. (Marco Sideri)

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ImageLa recensione di un disco, anche breve e schematica come queste nostre, si propone essenzialmente due obbiettivi: dare un contesto alle canzoni, musicale o storico, e, se riesce e se può, aggiungere qualcosa, un giudizio. Così si rivela utile a chi non ha ancora ascoltato, o non conosce, e si propone di farlo. Qualche volta, però, recensire è inutile. O meglio, superfluo. Questo CD/DVD, che arriva dritto da un passato glorioso come tutti i passati, non necessita introduzioni. Il nome del padrone di casa, e il suo repertorio dell’epoca (i primi 3 album) da soli bastano a pretendere attenzione e ascolti. È, detto banale, il meglio cantautorato, di quella e altre epoche. Eseguito con maestria, registrato perfettamente, emozionante per la testa e per la pancia: capace di saziarle entrambe. (Marco Sideri)

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ImagePartiamo dalle dolenti note: malgrado la rimasterizzazione, il risultato sonoro finale è poco più che modesto. Peccato, ma trattandosi di un’incisione dal vivo del 1967 non resta che accontentarsi. Le note liete sono, letteralmente, quelle musicali: un anno prima del secondo concerto all’Apollo theater, The Godfather of soul è all’apice della sua creatività musicale. L’energia del suo funk, la sensualità delle sue ballad, fanno vibrare il pubblico (che, caso senza precedenti, è quello raccolto di un nightclub) e, quarant’anni dopo anche il salotto di casa. La scaletta (enormemente ampliata rispetto al disco originale) raccoglie tutti i successi di Mr. Dynamite eseguiti da una band indemoniata, ma “Try me” con la voce rotta di Brown, sbeffeggiata dal violino di Richard Jones vale da sola l’acquisto. (Danilo Di Termini)

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ImageI Dodos sono un duetto talentuoso di San Francisco, che hanno fatto delle melodie schizofreniche il loro cavallo di battaglia. Visiter, il disco precedente, era stata una rivelazione in termini di originalità e di idee, possibilmente lasciate al loro stato embrionale e coperte da una patina sonora tanto ruvida quanto preziosa. Time to die è si il fratello maggiore, cresciuto e più maturo, ma anche più leccato e snob, fresco di master in MBA. Insomma, dopo il trattamento di bellezza prodotto da Phil Ek (Shins, Fleet Foxes), Time to die esce curato, bello, preciso, ma forse meno affascinante e meno intrigante di quel bel tenebroso che era Visiter. Questo album risulta comunque piacevole e tra melodie rotonde e indie-folk ammiccanti si nascondono alcune perle di originalità vibrante (Two medicines su tutte).  (Giovanni Besio)

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ImagePer festeggiare i loro quindici anni di carriera (culminati nei concerti a supporto degli U2 la scorsa estate, su quel palco monumentale denominato “The Claw” da Bono e soci), i nord-irlandesi Snow Patrol hanno dato alle stampe la loro raccolta. “Up To Now” contiene i singoli più celebri di Gary Lightbody e compagni, ma anche qualche live e la bella inedita “Just Say Yes”. «Siamo saliti su una collina e ci siamo messi a guardare indietro», afferma il leader della band. Ma promette che, da adesso in poi, il cammino proseguirà in avanti. All’insegna di quel suono che, dalla chitarra di The Edge in poi, tanto seguito ha avuto in giro per il mondo. Quel pop fatto di rigore e soluzioni affascinanti che tanto conquista vecchie e nuove generazioni. (Alberto Bruzzone)

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