Come un novello Neil Young a caratura cosmica - ma quanti sono invece i momenti in cui riemergono dal magma noise di chitarre elettriche lo-fi i Beatles di Sgt. Pepper's e Abbey Road o lacerti di echi floydiani - Jason Lytle, ex leader dei Grandaddy, oppure no, perchè il gruppo pare sia stato da poco resuscitato, confeziona un nuovo album solista, che potrebbe tranquillamente essere la colonna sonora della mirabolante caduta controllata (ma neanche troppo) di Felix Baumgartner dalla stratosfera. Perchè i temi (musicali e non) sono sempre un pò quelli grandaddyiani: la denuncia dell'apocalisse elettronica che nel silenzio tutto ha divorato, tramite la raffinata gestione di una bassa fedeltà sonora, a sottolineare lo spaesamento e l'assoluta mancanza di nitidezza e lucidità cognitiva appannaggio dell'odierno alienato individuo, non più perso dietro il "The Wall" watersiano, ma affogato nel mondo della virtuale e solitaria discrezione digitale e delle impersonali nuove tecnologie. Il tutto "gridato" dai paesaggi sconfinati del Montana, stato nel quale Lytle, nativo di Modesto in California, si è stabilito fin dal 2006 alla ricerca di spazi che possano restituire una dimensione più umana, svanita (disappearenced) in un nugolo di circuiti stampati. Un urlo che in realtà tale non è, ecco il motivo delle virgolette, perchè non più necessario: siamo abbondantemente oltre il day after, il "sophtware slump", nella visione di Lytle (ma come dargli torto?), si è già verificato con tutte le sue nefaste conseguenze. Uno stato delle cose che, però, sembra ormai essere quasi divertitamente accettato dal cantautore americano, il quale con voce sorniona e distaccata, più indolente che malinconica, attraverso una serie di ovattate piacevolissime ballate dal respiro midlakeiano - esempio di formulaicità, semplicità, e al contempo sofisticheria popular - è come ci guardasse dall'alto delle sue vaste montagne (l'album custodisce anche un curioso omaggio al Cervino nella splendida "Matterhorn", e poi alla storia dell'alpinismo nell'enigmatica "Last Problem of The Alps"), per formulare, alla maniera dei Camel sul finire della stagione classica del rock progressivo, lo storico saluto spaziale "I Can See Your House From Here". Confortevolmente millenaristico, come forse avrebbero potuto dire i Pink Floyd. (Marco Maiocco)
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JASON LYTLE - Dept. Of Disappearance
JASON LYTLE - Dept. Of Disappearance
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Come un novello Neil Young a caratura cosmica - ma quanti sono invece i momenti in cui riemergono dal magma noise di chitarre elettriche lo-fi i Beatles di Sgt. Pepper's e Abbey Road o lacerti di echi floydiani - Jason Lytle, ex leader dei Grandaddy, oppure no, perchè il gruppo pare sia stato da poco resuscitato, confeziona un nuovo album solista, che potrebbe tranquillamente essere la colonna sonora della mirabolante caduta controllata (ma neanche troppo) di Felix Baumgartner dalla stratosfera. Perchè i temi (musicali e non) sono sempre un pò quelli grandaddyiani: la denuncia dell'apocalisse elettronica che nel silenzio tutto ha divorato, tramite la raffinata gestione di una bassa fedeltà sonora, a sottolineare lo spaesamento e l'assoluta mancanza di nitidezza e lucidità cognitiva appannaggio dell'odierno alienato individuo, non più perso dietro il "The Wall" watersiano, ma affogato nel mondo della virtuale e solitaria discrezione digitale e delle impersonali nuove tecnologie. Il tutto "gridato" dai paesaggi sconfinati del Montana, stato nel quale Lytle, nativo di Modesto in California, si è stabilito fin dal 2006 alla ricerca di spazi che possano restituire una dimensione più umana, svanita (disappearenced) in un nugolo di circuiti stampati. Un urlo che in realtà tale non è, ecco il motivo delle virgolette, perchè non più necessario: siamo abbondantemente oltre il day after, il "sophtware slump", nella visione di Lytle (ma come dargli torto?), si è già verificato con tutte le sue nefaste conseguenze. Uno stato delle cose che, però, sembra ormai essere quasi divertitamente accettato dal cantautore americano, il quale con voce sorniona e distaccata, più indolente che malinconica, attraverso una serie di ovattate piacevolissime ballate dal respiro midlakeiano - esempio di formulaicità, semplicità, e al contempo sofisticheria popular - è come ci guardasse dall'alto delle sue vaste montagne (l'album custodisce anche un curioso omaggio al Cervino nella splendida "Matterhorn", e poi alla storia dell'alpinismo nell'enigmatica "Last Problem of The Alps"), per formulare, alla maniera dei Camel sul finire della stagione classica del rock progressivo, lo storico saluto spaziale "I Can See Your House From Here". Confortevolmente millenaristico, come forse avrebbero potuto dire i Pink Floyd. (Marco Maiocco)opinioni autore
JASON LYTLE - Dept. Of Disappearance
2013-03-12 22:10:57
Giovanni Besio
Opinione inserita da Giovanni Besio 12 Marzo, 2013
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Opinione inserita da Giovanni Besio 12 Marzo, 2013
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