Disco d'esordio per questa ventiseienne dal talento cristallino, nata e cresciuta nel nord dell'Inghilterra, formatasi sulla raccolta di dischi del padre. Uno stile, il suo, che però rimanda immediatamente (da una parte) al "polveroso" blues femminile americano degli anni '20 e (dall'altra) al recupero del canto dolente e sofferto di Billie Holiday, che da qualche tempo anima il cantautorato femminile euroatlantico. Voce delicata, glissante, sempre ispirata e indugiante su malinconiche tonalità minori quella della Green, che accompagna il proprio canto - quasi un talking - con un semplice e però ammaliante fingerpicking sulla chitarra. La attornia un manipolo di musicisti che contribuisce a ricreare certe atmosfere jazz d'antan, una piccola sezione fiati in particolare (tenore, tromba, tuba e trombone), ovviamente con il colore diafano della surmodernità e non con il fuoco della classicità. Pregevole. (Marco Maiocco)
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