Che dire di Stephen Patrick Morrissey nel 2009? Innanzitutto, che ci sono (perlomeno) due Morrissey. Uno, isolato dal suo stesso CV, ha appena pubblicato un godibilissimo disco di pop (rock) d’autore: voce ferma e personale, passo svelto, buona penna, qualche esuberanza formale (il mariachi di When I Last Spoke…). L’altro, con le spalle curve sotto vent’anni di storia musicale e il fantasma degli Smiths, ha appena aggiunto un capitolo all’infinita telenovela che è la sua carriera. Un capitolo semplice, un ritorno al solito se stesso (caustico, deluso, rabbioso eppure ironico e vitale) dopo l’apparente schiarita dell’ultimo “Ringleader…” (amore, archi, Ennio Morricone, cori di bambini). La verità pura e semplice? Senza retorica trionfale, senza iperboli, vale la pena seguirli tutti e due. Un vero veterano. (Marco Sideri)
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