David Berman, che poi è Silver Jews, è uno scrittore. Non nel senso che incide dischi, suda e sputa sul palcoscenico, rilascia interviste provocatorie sugli spinelli a MTV e ha fatto uscire un’antologia con i suoi testi migliori: lui è scrittore sul serio. E i dischi altro non sono che un veicolo, sempre diverso, per le sue storie. Fino a oggi ha inciso tre album, in compagnia di personaggi noti e meno noti (su tutti i Pavement, per un certo periodo contitolari del progetto e spesso scioccamente indicati come “membri fissi”) e tutti e tre, diverse forme per un unico volto, sono splendidi e sempre meravigliosamente defilati.
Questo Bright Flight arriva a laureare definitivamente D.B. all’università dei grandi cantautori americani. Accompagnato da qualche Lambchop in libera uscita, costruisce dieci canzoni musicalmente imbevute di tradizione sghimbescia, tra romantiche pedal-steel e sgraziati accordi di elettrica, e le sposa ai soliti testi, tra descrizioni vivide e riflessioni che spuntano per caso ma rimangono a lungo, in un insieme di impatto, perdonate, mozzafiato. Il tono, l’umore, rimane dolce ma vero. Come quei rari film che commuovono senza trucchi. “Sposami e lascia il Kentucky / vieni in Tennessee /… / Vivremo a Nashville e mi costruirò una carriera / scrivendo canzoni tristi / e ricevendo lacrime come stipendio.” (Marco Sideri)





