Miracolo! Quarant’anni dopo Woodstock è un evento davvero ‘così lontano così vicino’ come diceva Wenders (che, per inciso, sembra essersi conservato peggio di diversi protagonisti del festival). Così lontano per il tempo effettivamente trascorso, così vicino per il bisogno di aggrapparsi a qualche mito originario (anche se illusorio) in tempi difficoltosi quali i nostri. Sicuramente è un evento di cui in questo 2009 si parla molto di più, e con più affetto, rispetto a quanto sia accaduto in occasione di decennale (disprezzo punk), ventennale (indifferenza sintetica) e trentennale (depressioni post-grunge). Ecco dunque le serate e le feste in tema Woodstock, ecco la magica parola Woodstock citata per qualunque concerto o evento di quest’anno (compreso Allevi che definisce il suo concerto all’Arena di Verona la “Woodstock della classica”), ecco, infine, il cofanetto sestuplo del quarantennale diventare già all’atto dell’uscita l’evento discografico del 2009 in ambito ristampe e affini (buffo a dirsi, il prodotto viene proposto con modalità un po’ pasticciate, e quindi molto hippie, sotto forma di due uscite uguali per contenuti ma diverse per titolo e copertina - l’altra versione s’intitola “Woodstock 40 – 3 Days Of Peace And Music”).
L’impresa dei compilatori era ardua per due motivi: il primo, a monte, era rappresentato dalle difficoltà legali causate dalle questioni di copyright, il secondo era costituito dalla scelta-obbligo di offrire un prodotto in qualche modo ibrido: per i soli highlights sarebbe stato sufficiente un doppio cd, non dissimile dal classico triplo vinile del 1970, per un resoconto completo dell’evento ci sarebbero voluti 30, ingestibili e indigestibili, cd. Per non restare spiacevolmente in mezzo al guado, Woodstock 40 Years On tenta dunque la carta del documento ragionevole ma di cuore, adatto a chiunque abbia la passione o tanta curiosità per il rock dell’età dell’oro (con il bonus per specialisti rappresentato dai 38 inediti su 77 pezzi) e che magari neppure immaginava che Grateful Dead e Creedence avessero suonato a Woodstock .
Gli artisti vengono presentati secondo la sequenza in cui si esibirono (non rispettata nel vinile originario e neppure nel film di Mike Wadleigh) e le loro performance sono intercalate dalle comunicazioni e dagli annunci di John Morris e Chip Monck, documenti preziosissimi per comprendere l’atmosfera positiva, ma sempre a rischio catastrofe della tre giorni: il “flat blue acid” da evitare, le strade di accesso da lasciare libere per consentire gli approvvigionamenti, la richiesta di un medico vicino alla zona di atterraggio degli elicotteri (che fa molto Vietnam, peraltro). Il libretto si lascia apprezzare non solo per le belle foto che commuoveranno i nostalgici, ma per una cronologia delle esibizioni dettagliata e (probabilmente) esatta. Il risultato finale è un ‘oggetto’ che chiaramente non è affrontabile in un’unica ‘botta’ ma che può funzionare bene se ascoltato per singolo cd. Il primo dischetto riconferma che Freedom di Richie Havens è tanto ingenua quanto commovente, mentre fra gli inediti la Jennifer di Bert Sommer (Donovan incontra Tim Buckley) fa venire voglia di scoprire un notevole artista del tutto dimenticato. Il secondo cd è abbastanza debole, se non fosse per il mitico Fish Cheer di Country Joe e per un Santana ancora non autocompiaciuto (peccato invece per una Incredibile String Band molto penalizzata dall’amplificazione), mentre il terzo è quello che presenta gli inediti, in tutti i sensi, più sostanziosi: i 28 minuti di Woodstock Boogie dei Canned Heat (meno prolissi del temuto) e i 25 della Dark Star dei Grateful Dead (meno sconnessa di quanto raccontato dalle cronache). I Mountain sono debolucci come da tradizione, mentre i Creedence si dimostrano incisivi, anzi quasi garage, di fronte a una platea hippie che tendeva a considerarli troppo ‘commerciali’. Forse il cd più compatto e godibile è il quarto, con Janis Joplin, Sly Stone, Who e Jefferson Airplane tutti ad alto livello (anche la Joplin, almeno nei due pezzi qui proposti) e la documentazione (finalmente!) del leggendario scontro verbale fra Abbie Hoffman e Pete Townshend. Si va verso il gran finale con la stranota performance ‘fuori tutto’ di Joe Cocker e quella, quasi ignota, dei Blood, Sweat & Tears (quinto cd), per arrivare nel disco conclusivo a Crosby, Stills, Nash &l Young che aprono gli anni ’70 dell’hippismo mercantile e Jimi Hendrix che chiude gli anni ’60 del sogno ormai divenuto incubo (Star Spangled Banner è oltre il rock, oltre la storia, oltre ogni cosa…). Alla resa dei conti è inevitabile trovare cose che non vanno all’interno dell’opera, come l’assenza della Band, peraltro dovuta al veto dei diretti interessati, o la ‘scomparsa’ dei Ten Years After, ma quel che importa è il discorso d’insieme, la piacevole sensazione di ‘esserci’ quarant’anni dopo, con il vantaggio di non dover soffrire sotto la pioggia e di poter skippare Melanie o John Sebastian.. (Antonio Vivaldi)
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