Sarabeth Tucek fa discutere e questo è già un merito. Fa discutere per ragioni artistiche ed è un merito ancora maggiore. All’interno dell’ennesima new wave di cantautrici ad ampio spettro (dalle psicosi di Tiny Vipers alla piacioneria di A Fine Frenzy), Tucek è stata associata al Neil Young doloroso, ai Big Star di Sisters Lovers e a Nico in epoca Velvet. Per qualche commentatore il paragone risulta calzante, per altri imbarazzante. Chi l’ha ascoltata in apertura di un concerto di Bob Dylan (nientemeno…) l’ha trovata deliziosa oppure insignificante. L’opera prima non dirime tutti i dubbi riguardo alla ragazza di New York (che ha già cantato in Supper di Smog e in We Are The Radio dei Brian Jonestown Massacre). Le canzoni risultano di primo acchito semplici e screziate di psichedelia acustica alla Mazzy Star (Something For You) e acquistano spessore ascolto dopo ascolto; tuttavia manca il pezzo che abbia la statura del piccolo o grande classico (vi si avvicinano i momenti più cupi ed epici come Stillborn e Holy Smoke).
Quanto ai suoni, se il produttore Ethan Johns (Ryan Adams, Ray Lamontagne) è bravissimo a nascondere l’estrema cura messa nelle registrazioni, non si spiegano un paio di scelte come l’inutile armonica smaccatamente younghiana di Ambulance o l’incongruo inserimento di un pezzo da radio universitaria di 15 anni fa quale Nobody Cares. Il talento comunque si percepisce, così come è evidente la capacità di far parlare di sé (più in Europa che in patria, per il momento) in mezzo a una concorrenza femminile di nuovo agguerrita. (Antonio Vivaldi)
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