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Miscellanea Articoli miscellanea ROBERTO COLOMBO - Django oltre il mito
 

ROBERTO COLOMBO - Django oltre il mito Hot

ImageIl libro “Django oltre il mito / La via non americana al jazz”, pubblicato dalla Erga editore di Genova, è frutto di un immenso sforzo documentario del musicista, ricercatore e didatta Roberto Colombo, da molti anni attivo sulla scena del jazz. La prefazione al testo è stata curata da Vincenzo Caporaletti, musicologo e docente universitario – prefazione di Jim Hall.
Django Reinhardt è stato figura complessa, affascinante, per molti versi labirintica nella sua breve vita: di cultura manouche e semianalfabeta, il chitarrista ha saputo far evolvere le note tzigane (importantissime anche per la musica classica) nel più brillante “swing” jazzistico, con centinaia di incisioni importanti, e riconoscimenti in tutto il mondo, non ultimo un tour negli Stati Uniti con Duke Ellington.
Una evoluzione stilistica che è arrivata a prefigurare il be bop, la musica dell’avanguardia nera nata negli anni Quaranta. Il testo di Colombo sfronda la sedimentazione di miti “agiografici” e romantici sulla figura di Reinhardt, restituendoci un ritratto a tutto tondo dell’uomo e della sua musica dal solido impianto scientifico.

È possibile parlare di Django Reinhardt senza alimentarne fatalmente il mito?
Questo libro ne ha tutte le intenzioni. Non si tratta, infatti, dell’ennesima biografia tendente al romanzo, né della solita rassegna più o meno impegnata dei brani registrati che finisce inevitabilmente per cadere nella retorica (quando è meno impegnata) o nel tecnicismo (quando lo è di più). Si tratta di una riflessione generale sulla figura di Django Reinhardt, condotta attraverso un’indagine critica di quanto è stato scritto in merito agli aspetti più rilevanti della sua vicenda artistica. A fronte della tentazione agiografica di parecchi degli autori che si sono occupati di lui, questo libro si propone di rivendicare la possibilità (anzi, la desiderabilità) di un approccio laico e problematico al musicista Django Reinhardt, affinché il culto lasci spazio alla cultura. E si serve della storia come della filosofia, della semiotica come della psicologia, perché Django diventi finalmente oggetto di scienza.
Ma occuparsi di Django scientificamente significa non potersi esimere dall’affrontare le più sfuggenti questioni inerenti al jazz. Si può ben parlare, infatti, di un “caso Django Reinhardt”: c’è chi ha sostenuto che Django non facesse del jazz, chi riteneva che non avesse swing, chi lo ha definito un “incidente pittoresco”. Già, ma che cos’è il jazz? E che cos’è lo swing? Naturalmente, non si può nemmeno dimenticare l’estrazione zigana di Django Reinhardt: anzi, per aver mescolato la propria cultura di base con il jazz e la musica classica, c’è chi lo ha definito uno dei primi musicisti fusion. Così, oltre ad una verifica della sua relazione privilegiata con il jazz alla luce di una provenienza “altra”, si rende altresì opportuno riflettere sul rapporto di Django con la musica eurocolta.
Questo libro non ha peraltro la presunzione di risolvere l’intricatissimo “caso Django”. Intende semmai tracciare qualche percorso di pensiero, battere strade finora inesplorate, avviare una speculazione ad ampio respiro che possa finalmente render conto della complessità dell’oggetto.
Roberto G. Colombo, docente di Filosofia e Storia e apprezzato chitarrista jazz – «serio studioso della storia dello strumento, oltre che musicista» – è l’ideatore e l’animatore del progetto Stringology, che intende proporre una sorta di “riabilitazione” della chitarra quale strumento pienamente compartecipe all’evoluzione del jazz e tuttavia spesso trascurato dalla critica specializzata. Citato in diverse pubblicazioni sul jazz italiano, ha collaborato con le riviste Musica Jazz, Nerosubianco e Musica Oggi.
In copertina: Django Reinhardt posa nei camerini dell’Aquarium, un nightclub di New York. Questa famosa fotografia di William P. Gottlieb è apparsa sulla copertina di Down Beat del 18 novembre 1946. «Quando non potevo conoscere qualcuno, cercavo almeno di mettere a fuoco qualcosa – rievoca Gottlieb –. Nel caso di Django fu facile. La cosa più interessante di lui erano le dita della sua mano sinistra […]. Così feci in modo […] che queste dita si potessero vedere. Avrebbe fatto una certa impressione scriverne, ma sarebbe stato molto più impressionante vederle in una fotografia. Questo era il mio obiettivo». Un’immagine, insomma, che non rinuncia a pascere il mito di Django Reinhardt. Foto: © William P. Gottlieb/www.jazzphotos.com.

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