Eppure in “Garden of Eden“, la perdita di “Electric Bebop” nel nome del gruppo (tre chitarristi, due sassofonisti e un basso) se non modifica l’approccio allo strumento di uno dei più raffinati interpreti della batteria jazz contemporanea, segnala un mutamento di rotta nella musica proposta che si fa più eterea e astratta. Temi spesso sviluppati all’unisono, con le chitarre che formano un tappeto sonoro sul quale improvvisano i sax di Chris Cheek e Tony Malaby e la batteria a punteggiare con discrezione e sublime maestria. (Danilo Di Termini)





