Si parte con una trascinante suite di polke, il ballo binario che gli immigrati tedeschi portarono nel Midwest degli Stati Uniti, tutt'ora conosciuto come “polka belt”, la cintura americana della polka. E poi, a seguire, e con effetto di accumulo pirotecnico di note spurie da pentagrammi diversi che più diversi non potrebbero essere, un'aria di Puccini che già aveva trovato posto su un disco con Beppe Gambetta ( “O mio babbino caro”), una suite di swing italiano, una mazurka, una suite latina con posto d'onore per Jacob do Bandolim, Bongusto e Carosone, David Grisman e Antonio Vivaldi. Tutto, e tutto assieme, purché legato dalla maestria del saper metter mano su quelle quattro corde doppie. Carlo Aonzo qui dialoga con musicisti di spessore e gusto come Lorenzo Piccone alla chitarra e Luciano Puppo al contrabbasso. Un secolo e più fa questa sarebbe stata musica da salone di barberia e da emigranti, in attesa di diventare altro. Oggi è un presagio e una conferma di (buona) globalizzazione, un po' come succede con le note degli amici della Red Wine, e Aonzo può rispondere con i fatti a chi ancora lascia andare un sorriso beota e supponente se sente parlare di mandolino. (Guido Festinese)


