Avete presente come iniziavano gli stornelli di una volta, quelli che forse i più giovani hanno ascoltato dai nonni, o sentito sfiorare, nei film, dalle voci di attori che non ci sono più: “fior di....” iniziava lo stornello, e a ogni giro indicato seguiva descrizione in rima di qualcuno o qualcosa, con sapida capacità di tratteggiare una situazione, un sogno, un volto di persona amata. Fiore de niente, ammetterete, è un bel cazzotto nella pancia. Potrebbe averlo scritto Zero Calcare, lo hanno scritto invece gli amici suoi del Muro del Canto, uno dei gruppi più duri e puri della (ri)scoperta del folk di Roma e dintorni, in chiave folk combat rock. Fiore de niente è il terzo disco, e non fa sconti a nessuno. Ha lo stesso tipo di intransigenza, prendere o lasciare, di Sangue e Cenere dei Gang. Sono staffilate feroci sulla Roma baciapile e papalina, sui troppi ragazzi morti dopo essere finiti tra le mani di altra gente giovane che aveva una divisa indosso, e quindi si sentiva in diritto di decidere della vita degli altri, sulla necessità di tenere occhi e orecchie aperti (Se i lupi verranno a bottega). Chitarre a mille all'ora, fisarmoniche a condire e speziare il tutto, la voce bassa e amara di Daniele Cioccia. A Roma, alla prima, c'erano quasi duemila persone. A Genova per ora neppure una data. (Guido Festinese)


