Se si dovesse giudicare dal malinconico arpeggio iniziale di Persephone, uno potrebbe anche pensare di essersi i in una traccia acustica inedita della gloriosa Premiata Forneria Marconi che fu, con tanto di voce sussurrata ad insinuarsi tra le pieghe. Poi arriva un riff grande e grosso di pura impronta hard rock, e quella voce che sembra un calco di quella di Ian Anderson, il tutto si indurisce ancora con vampate metal come piaceva fare a Steven Wilson con i suoi Porcupine Tree. Altre citazioni? Un brano che si intitola Wilde Flowers, come il seminale gruppo canterburiano prima di Soft Machine e Caravan, Chrysalis, che sembra uscita di peso dai un disco dei Deep Purple Mark II, quelli più classici, The Seventh Sojourn, una specie di calco con riferimenti “etnici” dei Family, e così via. Al dodicesimo disco, gli svedesi Opeth, com'è successo anche ai cugini di suono Anathema, mostrano di aver lasciato alle spalle per sempre e senza rimpianti il death metal delle origini. Sono finiti in un trip settantino che potrebbe anche essere un vicolo cieco, ma fin quando la qualità dei brani è questa, godiamoceli senza remore. (Guido Festinese)


