Nel 1955 Chet Baker aveva venticinque anni. Ne avrebbe compiuti ventisei a dicembre. Aveva il volto affascinante di un attore di Hollywood, un modo di parlare e di camminare circospetto che ne facevano una persona che non poteva passare inosservata. Quando poi avvicinava la tromba alle labbra, si ripeteva ogni volta il piccolo miracolo “cool”, condiviso con l'amico-nemico Miles Davis, di un suono diafano e privo di vibrato, leggero come una piuma e intenso come un liquore forte buttato giù d'un colpo. Nel 1955 Chet Baker intraprende il suo primo tour europeo, archiviata la pur magnifica stagione a fianco di Gerry Mulligan nel ptimo gruppo”pianoless”, senza pianoforte, per alleggerire la musica. A fianco ha Peter Littman alla batteria, Jimmy Bond al basso, Dick Twardzik al pianoforte, un talentaccio asciutto che però condivide con Chet il viziaccio dell'eroina. A Parigi, siamo nella prima quindicina d'ottobre, l'etichetta Barclay gli lascia carta bianca, e lui incide due sedute memorabili, di un'eleganza ultraterrena. Nella prima delle due ha fatto anche una scelta curiosa: suonare perlopiù composizioni di Bob Zieff, un pianista e compositore di due anni più anziano che ha formato anche il suo pianista, Dick. Sono temi belli, complessi e particolari, che Chet sviscera con composta perfezione. Il 21 è indetta una seconda session: produrrà il notevolissimo Vol.2“, ma Dick Twardzik non c'è più , l'anno trovato in hotel con una siringa nel braccio. Baker reagisce da par suo: tenendosi tutto dentro, riassestando la formazione, e invece di dire addio alla malefica sostanza, ne incrementa uso e abuso. Storie maledette di sessant'anni fa. Resta la musica. Che nessuna polvere bianca tossica è riuscita a impolverare. (Guido Festinese)


