Meno male che, a dar una bella scrollata ai luoghi comuni, esistono anche i figli d'arte di valore. Portare un cognome importante può essere utile come apriporta, esiziale se ti aspettano al crocicchio col fucile puntato, e verranno messi in luce, inesorabilmente, quali e quanti limiti ha nei confronti del gentile e inarrivabile genitore. Meno male, si diceva, che non sempre è così,. Vedi alla voce Jeff Buckley, nel rock, o a quella Ravi Coltrane, nel jazz nero. E in Italia? A fronte di montagne di sconfortanti esempi che confermano il luogo comune, nel jazz creativo e senza etichette più libero che c'è troviamo perlomeno Livio Minafra. Multistrumentista, ma soprattutto pianista, cresciuto tra una scalpitante e tonitruante Banda del sud e gli ensemble che suo padre Pino, magnifico folletto dell'imprevedibilità tiene assieme con lo stesso piglio con cui il Maestro Scannagatti meglio noto come Totò dirigeva in piazza. Questo è il nuovo disco in “solo” di Livio, un cd dedicato al sole, tutto giochi beffardi, ricordi di Robert Wyatt quando pasticcia ridacchiando tra tastiere e suoni alieni inventati lì per lì, e uno che si chiama Luna, percorso umbratile e davvero notturno, fra ricordi impressionisti e dolcezze evans-jarrettiane. In ogni caso, un lavoro che resterà. Alla faccia del cognome. (Guido Festinese)


