Che ci fanno assieme un pianista cieco di New Orleans come Henry Butler, capace di prendere letteralmente d'assalto la tastiera con quintali di note sapide e grassocce, del tutto degne della “tradizione” della città che fece da culla – precaria - per il jazz, e un trombettista come Steven Bernstein, raffinato uomo delle avanguardie newyorchesi ed oltre, per intendersi colui che ha dato vita assieme al nostro Paolo Fresu a Brass Bang!, avventura scavalca generi? Risposta semplice e difficilissima assieme. Partiamo dal difficile: qui si getta un ponte diretto, pieno di humor e intelligenza tra il portato storico delle musiche di Jelly Roll Morton, Fats Waller ed altri (gente che suonava più o meno al tempo della crisi del '29 dell'altro secolo) e un oggi sfuggente e labirintico, quello del jazz che guarda da tutte le parti. Veniamo alla risposta semplice: preso atto che, come disse una volta Lester Bowie al reazionario Wynton Marsalis, “l'essenza della tradizione del jazz è l'invenzione”, tutti i conti tornano, se si affronta la “tradizione” così. (Guido Festinese)


