Di tutti gli ibridi in chiave folk-qualcosa, quello creato da Erland & The Carnival è forse il più curioso. La passione per i nomi classici del settore (Fairport, Steeleye Span, Trees) si associa infatti a una psichedelia tra il cupo e il soffuso, ma anche ad agili ed eleganti tocchi pop in stile Divine Comedy. Il tratto unificante è rappresentato da testi che fanno uso di frasi e immagini tratte dal folklore trasferite in contesti contemporanei (I Wish I Wish, The Trees They Do Grow High) e che in molti momenti sembrano descrivere un mondo adolescenziale alle prese con i traumi del passaggio all’età adulta (Springtime, agghiacciante quanto The Derby Ram sul primo disco). Nightingale, è meno spigoloso e forse più furbo del lavoro d’esordio, propone una serie di canzoni efficaci e a loro modo persino radiofoniche e ha il solo difetto di spegnersi un po’ verso la fine. (Antonio Vivaldi)


