Questo bel disco, malinconico e lento si regge soprattutto sulla bella voce di Vollebekk, cantautore canadese che si era fatto notare alcuni anni fa con North Americana; Twin Solitude non nasconde la derivazione dall’affollato parterre dei songwriter nordamericani, casomai ne evidenzia il lato intimo, ricorrendo ad arrangiamenti scarni ma estremamente curati. La batteria, ad esempio, è registrata quasi allo stesso livello della voce e talvolta copre anche l’assenza del basso, mentre in molti dei brani c’è un piano elettrico che riporta alla stagione eletta di quello strumento, gli anni ’80/’90. Vollebekk sostiene di ispirarsi a Dylan, ma dice anche he tenta di dimenticarlo quando suona; qui ci sono comunque almeno due omaggi chiari e limpidi: l’ossessiva Michigan, che contiene l’incedere inconfondibile di Walk On The Wild Side di Lou Reed, e East Of Eden che nasce da una specie di jam sulla riscrittura di un brano di Gillian Welch con l’andamento un po’ zoppicante dei brani di Neil Young con i Crazy Horse. Bello anche Elegy il brano scelto come lancio dell’album, una ballatona tra Jackson Browne e Mark Eitzel. (Fausto Meirana)



