Che il black metal, rispetto alle origini, si sia evoluto in misura incredibile sin ad abbracciare le svolte di stile più sorprendenti è ormai sotto gli occhi di tutti. Il post-black degli ultimi Mayhem, le contaminazioni sludge degli Elitist (per restare in casa Season of Mist), l'ambient funereo dei danesi Nortt, la stessa scuola svedese (Craft, Lord Belial, Setherial, Naglfar), le ambizioni operistiche dei Limbonic Art, il Medioevo tolkieniano dei viennesi Summoning (straordinari), le ricerche folk di Ensiferun e Finntroll, le inflessioni gothic dark dei Siebenburgen – senza scordare vecchi leoni new wave come i Christian Death, ancora in pista – hanno tutti, a vario titolo, dimostrato che non ci sono solo i vichinghi norvegesi. In proposito, una lieta conferma giunge anche dagli States, con l'ultimo lavoro, omonimo, degli Absu. Attivi da oltre vent'anni, sempre sottostimati, autori di vari demo tape e di piccoli grandi classici come The Sun of Tiphareth (1995), And Shineth Unto the Cold Comet (1996), The Third Storm of Cythraul (1997) e In the Eyes of Ioldànech (1998), gli americani si rilanciano molto positivamente con questo CD. Il loro è un black mitologico ed occulto, che musicalmente si apparenta con il thrash anni Ottanta e il progressive più celtico, mentre dal punto di vista lirico-iconografico i nostri paiono sempre più affascinati dai Sumeri, dalle antiche stregonerie, dai templi pagani, da ermetismo ed alchimia. La religione e l'astronomia babilonesi, in particolare, rappresentano l'elemento ispiratore forse più forte. Absu ha richiesto ben due anni di registrazione, ma ne è valsa la pena: le sfuriate chitarristiche ed una sezione ritmica tellurica si aprono verso soluzioni inattese ed inedite, ove a salire in cattedra sono le tastiere, in particolare sequencer, sintetizzatore modulare e mellotron. Molti, al riguardo, gli stacchi hard prog in stile anni Settanta. Ariosi, eleganti, maturi, epici e solenni, tecnicamente dotati: bentornati Absu. (Davide Arecco)


