È un album in minore, ombroso e scuro, quello con cui Mick Harvey si ri-presenta alla ribalta solista dopo l’uscita dai Bad Seeds. È, anche, un album personale e curato. Intanto Mick scrive tutte le canzoni, mentre in passato si concedeva volentieri alle cover (due album interi dal repertorio di Serge Gainsbourg). Poi la scrittura ha una coerenza particolare ed inedita. Questo è un disco completo e pieno, non l’opera passeggera di chi ha altro da fare (come parevano le pur belle colonne sonore incise in passato). Si respira aria di frontiera, con le ballate che scorrono lente e gli arrangiamenti poveri e polverosi che le accompagnano. Come racconti legati dal medesimo paesaggio, le canzoni sono variazioni efficaci su una formula comune. E così Mick, eterna spalla, esce definitivamente allo scoperto. A giudicare dal risultato, era ora. (Marco Sideri)


